THE “CATS” ARE IN MONZA 

Sfondo stazione, primo piano azione, pubblico ammirazione per “Cats” messo in scena da OperàPopulaire, una compagnia composta da una trentina di performers tra cantanti e ballerini, 21 musicisti e quasi altrettante persone che organizzano. E stavolta al teatro Manzoni di Monza sabato e domenica scorsa, 6 e 7 maggio 2017, hanno organizzato due serate magiche. 

Aggettivo gettonato, inflazionato, “magiche”, ma non si può che definire magia ciò che accompagnava i performers in queste due sere sul palco raggiungendo gli spettatori. Spettatori di ogni età e gusti, dai bambini, ai canuti, donne e uomini e, a parte qualcuno “sgamato” a controllare i risultati delle partite sul cellulare, non trascinati dalle compagne, della serie “stasera mi porti a teatro che c’è Cats”.

Diviso in due atti, terminato poco prima di mezzanotte, Cats ha richiamato chi “non me lo voglio perdere”, chi “stavolta vado, dai, che sembra carino”, chi “ne parlano tanto, vediamo come è davvero”, e anche chi “Cats? Me lo rivedo volentieri, è anche comodo-comodo a Monza”.

Personalmente ad attirarmi, amore per i gatti e conoscenza dello spettacolo a parte, è stata la compagnia. Operà Populaire: composta di giovani, numerosa, con una presentazione frizzante e una organizzazione che si percepiva al volo friendly e moderna. 

“Andiamo a vedere cosa portano in città” mi sono detta e così è stato. Dalla platea del teatro Manzoni che quest’anno mi ha già regalato delle bellissime sorprese, mi sono goduta uno spettacolo di alta qualità, appassionante e messo in scena con passione. Ballerini e cantanti bravi, che hanno voluto dare priorità alla qualità. Nessuno ha scimmiottato, nessuno ha mostrato timore reverenziale nei confronti del titolo “importante”. Dritti alle meta, dritti alla scena, concentrati e uniti, e attenti ad offrire al pubblico, nel qui e ora, il miglior “Cats” possibile della Operà Populaire. 

Per me lo spettacolo è iniziato prima delle 21, quando, passando davanti alla porta di servizio del teatro per raggiungere una amica all’entrata, ho incrociato due “cats”, nel buio, viso dipinto, passo felpato. In perfetta sintonia con la notte, con l’atmosfera del vicolo, con lo spettacolo che ne è seguito. Questo imprevedibile ma gradito incontro ha certamente influenzato la mia partecipazione allo spettacolo sporcando la linea a volte limitante tra realtà e finzione, e avvicinandomi a quella vecchia stazione polverosa che ospitava le battaglie e le discussioni feline. Il cerchio si è chiuso quando ho accompagnato l’amica in stazione, ritrovando la stessa location ma senza gatti, un poco più moderna, con la musica dell’Operà Populaire ancora nelle orecchie tanto da lasciare spenta la radio. E la speranza bambinesca di incontrare, fermandomi qualche minuto in più, nella notte umida e piena di “steam”, Jennyanydots o Skimbleshanks. 


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OH CIELO, HO UNA PANCIA

Di pancia perché di pancia va scritto ciò che la pancia ha pensato. Pensato, sì, perché dal palco del teatro che stasera ha ospitato Alessandra Faiella con il suo “Il cielo in una pancia”, ho avuto l’ufficiale e definitiva conferma che la pancia pensa. E menomale!
Ci ritroveremmo, altrimenti, ad attraversare la vita anaffettivi e scettici, perennemente con in testa ciò che pensa la testa. Come i due neuroni che durante un funerale pensano al Suv da parcheggiare per andare a fare la spesa, finita la cerimonia, i due neuroni dello spettacolo, gli stessi che cercano inutilmente di irrobustirsi per prendere il sopravvento sulla pancia. Ma vince lei, vince lei e la sua proprietaria, l’attrice, vince sul palco proponendo un tema gettonato sui blog di salute, nelle ricerche di Google, e nei manuali di cure omeopatiche e non.
Ma a teatro?IMG_5396.JPG
Ma sì, dai che si ride, avrà pensato qualcuno, immaginando un turbine di battute intestinali, con l’irriverenza che Faiella sa usare su altri temi scomodi o sporchi, stavolta applicata a quella parte di anatomia che ha a che fare con feci e cagotto. E invece il cagotto, pronunciato più e più volta, ma forse non quanto pisello”, muovono la pancia non dalle risate e nemmeno dalle coliche. Dalla vita. 
Ci sono le battute, i suoi gesti, c’è il palloncino bianco “a spermatozoo” e le descrizioni trash di una Principessa IO che principessa non è nata mai, ma la pancia impera. E decide che dello spettacolo visto questa sera, io mi ricorderò gli armadietti dell’asilo e la focaccia unta da mangiare in spiaggia ma solo se il costume è sporco di sabbia. Mi ricorderò dell’adolescenza, con la A, che “dole”, ed è scienza senza “i”, perché da errore. Da Faiella bambina a Faiella madre, passando per gli 883 e la suocera stronza, si ascolta e si ride della vita e della pancia sua, si applaude, si esce.
E poi mi accorgo che è rimasto tutto nella mia, di pancia. E se erano ratti o erano gnomi, lo decide la pancia. Quella che, mi ha salvato quando l’ho ascoltata, quella che in alcuni tace, quella che è l’ultima cosa da poter toccare, quella che sa cosa fa per me, quella che mi ha permesso di non tradirmi mai. Quella che, mentre i due neuroni milanesi cerebrali se la raccontavano, mi ha salvato la pelle. 
Lo spettacolo è stato scritto da Francesca Sangalli. Ne ho sentito parlare per la prima volta a Cuore e Denari da Alessandra Faiella ospite di Nicoletta Carbone e Debora Rosciani.Qui l’audio di Radio24

CON-NESSI È MEGLIO 

 Ti lascia senza parole, perché non se ne riescono a pronunciare più, senza mettersi a pensare a quali nessi esse nascondano se pronunciate in fila, o spezzate, o sillabate, o se affiancate in fortunate e studiate combinazioni. Le parole, adorate, sono plastiche e irriverenti, a volte ribaltano la realtà prima ancora che esca dalla bocca, altre invece la amplificano mettendoci una pulce nell’orecchio su ciò che è sempre stato sotto ai nostri occhi ma che non ci ha mai fatto storcere il naso. Alessandro Bergonzoni è un Re Mida del verbo, e anche del nome, del pronome, dell’avverbio e della preposizione. Sul palco di un teatro, dategli una luce e una scenografia di incubatrici con all’interno un copione e lui lo nutrirá con il suo genio fino a svezzare i concetti racchiusi in esso, compressi in singole frasi, spargendo parole che in un pubblico attento diventano mine a grappolo capaci di infrangere anche vetri doppi di indifferenze e pigrizia mentale  

Inizia immaginando “Funerali per viventi, senza ceri ma con molto ci sono” e poi Nessi fino alla fine, alla fine che non è fine ma è il fine, quello di aprire le menti prima che lo spettacolo si chiuda. E mi chiedo come farò a non guarire mai più dalla patologica passione di giocare coi lemmi trovando nessi tra significati, suoni e pensieri. I migliori nessi sono quelli inaspettati che svelano chi siamo e cosa amiamo, dove la mente trova una via di fuga dalla censura interiore arrampicandosi tra lettere e fonemi come un evaso tra le righe e tra le sbarre. 

Con-Nessi è meglio 

AltriPercorsi. Teatro Manzoni di Monza. Una rassegna ispirante che prosegue con AltriPercorsi, a tappe, QUI IL PROGRAMMA.