Constancy and Change

Constancy and Change in Korean – fuoriprogramma al FuoriSalone2017 Milano (Palazzo della Triennale, 4-9 aprile) 
Entro per il titolo e mi trovo accolta da un’atmosfera così linda e allo stesso tempo invitante, che non teme di essere sporcata o messa in disordine, da non resistere alla tentazione di proseguire. 


Il bello di queste ceramiche sospese nel tempo e armoniosamente distribuite nello spazio non teme il mio caos e scardina la mia convinzione che il “change” debba per forza crearne ulteriormente. 

Vasi semplici e candidi, pezzi unici che mi raccontano come è possibile cancellare ogni indizio di fusione se tale processo è fatto con abilità. 


Vasi con decorazioni create con mani e unghie, alcune paiono spighe dolcemente abbandonate al vento, altre graffi di rabbia lasciati da un morente, altre ancora anatre disorientate in uno stagno bianco latte. 


Alcuni vasi riportano motivi ossessivi da intuire giocando con la luce che li colpisce a tratti smascherandoli, altri nascondendoli. Nella ripetizione di un unico oggetto-foglia spunta un esserino appeso ad un ramo con aria divertita.


I colori sono tenui, suonano una musica silenziosamente soffice che solo gli occhi possono percepire. Tonalità azzurre o crema, marroni, bianche ma mai fredde. Avvolgono come é giusto che faccia un vaso, con il proprio contenuto, nella mostra l’avvolto è il visitatore. 


Sulla superficie di un pezzo sono incise cifre in sequenza progressiva: Constancy! Senza cercare troppa visibilitá, grigio su bianco, accompagna il change fino agli ultimi pezzi dell’esibizione. Uniscono materiali diversi, il più quotato ha un colibrì di madreperla minuscolo su fondo nero che sembra voler lasciare le sue 2D per infilarsi nelle tasche di chi lascia il palazzo della Triennale, diverso, come me, da come é entrato, e in costante cambiamento. Constancy and Change. In Korean, in Milan. FuoriSalone 2017.


E il catalogo? Lo sfoglio (già il Change si vede, non lo faccio mai) e scopro che al posto delle fototessere da segnalazione in Questura, gli artisti compaiono con l’immagine delle loro mani. Sono ciò con cui creo? 



Per informazioni ufficiali e ordinarie vi rimando a questo articolo

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FUORIPOSTO IN PRIMAVERA 

Aliide egoista, gelosa, chi la vorrebbe come amica? Pochi, forse nessuno, ma come protagonista del romanzo “La Purga” di Sofi Oksnen, ha riscosso un grande successo nel gruppo di lettura fuoriposto organizzato dalla libreria Virginia e Co (via Bergamo,8-Monza). Pubblicato in Italia da Guanda, questo libro finora è passato in sordina nel Belpaese mentre all’estero si è trasformato in “caso letterario” diventando spunto anche per spettacoli teatrali. 

Siamo in Estonia, siamo nel 1992, e l’autrice abilmente ci introduce nella storia di una famiglia e nella Storia di Paese raccontando il quotidiano. Un quotidiano femminile in cui le donne si passano la parola di generazione in generazione, di scelta in scelta, proponendo una varietà di punti di vista, a chi legge, che non annoia mai. 

A catalizzare l’attenzione c’è Aliide, non certo per il fascino e l’ammirazione che suscita, anzi. Nel gruppo di lettura i sentimenti emersi nei suoi confronti sono tutti piuttosto negativi ma con sfumature diverse. Questa figura pone a chi legge molte domande e permette di scoprire le proprie reazioni di fronte ad un comportamento geloso, invidioso, sofferente, testardo, egoista. La si condanna, la si compatisce, la si odia, la si mette comunque in discussione prendendo coscienza di ciò che una persona del genere può suscitare anche nel proprio quotidiano. 

Con un susseguirsi di storie di famiglia e di piccolo paese, l’autrice ha anche la grande abilitá di riuscire a parlare della storia di un paese che non è certo una delle più note per chi ha studiato la storia seguendo il programma scolastico ministeriale. 

E poi ci sono le mosche, onnipresenti, fastidiose. Ronzano, danno una sensazione ossessiva di sporco dentro e fuori, in casa e nell’animo di Aliide, che fa spesso rabbia per le scelte e l’atteggiamento che mostra. Ogni fuoriposto legge a modo proprio i suoi modi di fare e il confronto della serata fa emergere come ciascuno ha interpretato le decisioni della donna immaginandone pensieri e sensazioni. A pochi non piace lo stile – fastidiosio – per la maggior parte invece capace di descrivere con minuziosa delicatezza ambienti e gesti che appartengono a tradizioni poco note. Sapori, attrezzi da cucina, ortaggi e orpelli.

Non azzeccata la copertina, fuorviante il titolo, ma “La purga” resta un romanzo da leggere.

Con tanto di ballottaggio é stato scelto “Bella era bella, morta era morta” di Rosa Mogliasso (NN Editore) . Ne parliamo il 18 aprile alle 21.

Gli altri titoli proposti in serata sono stati:

  • Fantasma di Davide Peace (Il Saggiatore)
  • Erranti senza ali di Philip Shultz (Donzelli Editore)
  • Un’accusa imbarazzante di Josephine Tey (Nottetempo Edizioni) 

“HER”, lei di lui, lui di lei

Lui resta senza di lei, her: non è il suo unico lui, lei è virtuale e replica un modello di relazione con altri suoi utenti. Lui era l’unico lui di lei ma di un’altra lei, una lei che gli rimprovera come lui si rifiutasse di vivere e affrontare le imperfette contingenze di una relazione reale. Le occhiaie gli scazzi le cene rimandate le tensioni le macchie di dentifricio sul viso le posate posate storte sulla tavola preparata mentre si termina una telefonata. Lo zerbino storto, lo strofinaccio appeso al gancetto al centro quando si è detto che doveva stare a sinistra.Lui è stato lasciato dalla lei reale, la rivuole ma ne ricorda solo i momenti di estasi romantica, sospesi, privi di fondamenta se lasciati senza quei basilari elementi concreti e quotidiani ben meno poetici. Lui é stato lasciato anche dalla lei virtuale: si trovava bene, inizialmente, quando lei – tabula rasa – si sviluppava in automatico nutrendosi solo degli input di lui. Quando ha iniziato a interagire con altri lui reali, si é discostata dalla lei ideale di lui e lo ha lasciato. 

Virtuale e reale. Senza essere un sistema operativo on line capita di essere intesa e desiderata come una lei che risponde agli ideali di un lui, un lui che si è fatto una idea di una lei, la associa al tuo profilo e alla tua immagine di copertina e ci ricama sopra, sordo a ciò che é, pensa e vive chi a quel profilo corrisponde. Capita che si creino rapporti che pretendono di continuare a immaginarti come lui desidera e ha bisogno che tu sia, di ricevere risposte coerenti alle aspettative di lui. Sono rapporti che allontanano dalla vita reale ma soprattutto da chi siamo noi. “Mi dispiace ha sbagliato numero, non conosco chi sta cercando” rispondevo fermanente da piccola impugnando la cornetta tondeggiante del telefono oggi vintage, Sip, grigio, di bachelite. Così rispondo ancora, su touch screen, con uguale pugno. 

L’amica di lui, lei, un’altra lei ancora, scrive una storia secondaria ma che da la chiave del film, pur restando in sordina fino all’ultimo quarto di pellicola. Questa lei lascia il marito che la vuole perfetta, perfetta secondo lui che a priori me sa più di lei. La lei perfetta di questo marito é una utopia, é irraggiungibile, mantiene una distanza costante dalla lei ideale che lui ha affianco, al di lá di chi lei sia e diventi. Lui ne sa più di lei per principio, vive per correggerla, la ama finché e solo se può farlo. Lei lo molla per essere. E spiega, alla mia circa età, adesso mi sono rotta, non so quanti altri momenti ho davanti, voglio vivere quelli presenti con gioia. E non con lui. 

Soli, il lui lasciato dalla sua lei reale e poi dalla lei virtuale non più sua, e la lei che ha lasciato il suo lui per essere reale lei, si ritrovano amici su un tetto di Los Angeles. Al crepuscolo. 

Questo è HER. Un film di Spike Jonze. 

OH CIELO, HO UNA PANCIA

Di pancia perché di pancia va scritto ciò che la pancia ha pensato. Pensato, sì, perché dal palco del teatro che stasera ha ospitato Alessandra Faiella con il suo “Il cielo in una pancia”, ho avuto l’ufficiale e definitiva conferma che la pancia pensa. E menomale!
Ci ritroveremmo, altrimenti, ad attraversare la vita anaffettivi e scettici, perennemente con in testa ciò che pensa la testa. Come i due neuroni che durante un funerale pensano al Suv da parcheggiare per andare a fare la spesa, finita la cerimonia, i due neuroni dello spettacolo, gli stessi che cercano inutilmente di irrobustirsi per prendere il sopravvento sulla pancia. Ma vince lei, vince lei e la sua proprietaria, l’attrice, vince sul palco proponendo un tema gettonato sui blog di salute, nelle ricerche di Google, e nei manuali di cure omeopatiche e non.
Ma a teatro?IMG_5396.JPG
Ma sì, dai che si ride, avrà pensato qualcuno, immaginando un turbine di battute intestinali, con l’irriverenza che Faiella sa usare su altri temi scomodi o sporchi, stavolta applicata a quella parte di anatomia che ha a che fare con feci e cagotto. E invece il cagotto, pronunciato più e più volta, ma forse non quanto pisello”, muovono la pancia non dalle risate e nemmeno dalle coliche. Dalla vita. 
Ci sono le battute, i suoi gesti, c’è il palloncino bianco “a spermatozoo” e le descrizioni trash di una Principessa IO che principessa non è nata mai, ma la pancia impera. E decide che dello spettacolo visto questa sera, io mi ricorderò gli armadietti dell’asilo e la focaccia unta da mangiare in spiaggia ma solo se il costume è sporco di sabbia. Mi ricorderò dell’adolescenza, con la A, che “dole”, ed è scienza senza “i”, perché da errore. Da Faiella bambina a Faiella madre, passando per gli 883 e la suocera stronza, si ascolta e si ride della vita e della pancia sua, si applaude, si esce.
E poi mi accorgo che è rimasto tutto nella mia, di pancia. E se erano ratti o erano gnomi, lo decide la pancia. Quella che, mi ha salvato quando l’ho ascoltata, quella che in alcuni tace, quella che è l’ultima cosa da poter toccare, quella che sa cosa fa per me, quella che mi ha permesso di non tradirmi mai. Quella che, mentre i due neuroni milanesi cerebrali se la raccontavano, mi ha salvato la pelle. 
Lo spettacolo è stato scritto da Francesca Sangalli. Ne ho sentito parlare per la prima volta a Cuore e Denari da Alessandra Faiella ospite di Nicoletta Carbone e Debora Rosciani.Qui l’audio di Radio24

CON-NESSI È MEGLIO 

 Ti lascia senza parole, perché non se ne riescono a pronunciare più, senza mettersi a pensare a quali nessi esse nascondano se pronunciate in fila, o spezzate, o sillabate, o se affiancate in fortunate e studiate combinazioni. Le parole, adorate, sono plastiche e irriverenti, a volte ribaltano la realtà prima ancora che esca dalla bocca, altre invece la amplificano mettendoci una pulce nell’orecchio su ciò che è sempre stato sotto ai nostri occhi ma che non ci ha mai fatto storcere il naso. Alessandro Bergonzoni è un Re Mida del verbo, e anche del nome, del pronome, dell’avverbio e della preposizione. Sul palco di un teatro, dategli una luce e una scenografia di incubatrici con all’interno un copione e lui lo nutrirá con il suo genio fino a svezzare i concetti racchiusi in esso, compressi in singole frasi, spargendo parole che in un pubblico attento diventano mine a grappolo capaci di infrangere anche vetri doppi di indifferenze e pigrizia mentale  

Inizia immaginando “Funerali per viventi, senza ceri ma con molto ci sono” e poi Nessi fino alla fine, alla fine che non è fine ma è il fine, quello di aprire le menti prima che lo spettacolo si chiuda. E mi chiedo come farò a non guarire mai più dalla patologica passione di giocare coi lemmi trovando nessi tra significati, suoni e pensieri. I migliori nessi sono quelli inaspettati che svelano chi siamo e cosa amiamo, dove la mente trova una via di fuga dalla censura interiore arrampicandosi tra lettere e fonemi come un evaso tra le righe e tra le sbarre. 

Con-Nessi è meglio 

AltriPercorsi. Teatro Manzoni di Monza. Una rassegna ispirante che prosegue con AltriPercorsi, a tappe, QUI IL PROGRAMMA.

NUMERO UNDICI #FUORIPOSTO 

Numero Undici di Jonathan Coe, tra i #fuoriposto, gruppo di lettura della libreria Virginia e Co (Monza) 

Foto di Giovanna Canzi

Perché poi quei ragni? Partendo dal finale, che non sveleremo, si è discusso di Numero Undici concordando che “è un libro che consiglierei” ma sbizzarrendoci fantasiosamente sugli “anche se” raccogliendone anche di opposti. Jonathan Coe si è dimostrato, per chi lo conosceva già, confermato, un abile tessitorie di trame. Nel suo nuovo romanzo ha toccato tutti i temi più scomodi e attuali senza tirarsi indietro. Concentrandosi sul potere, sul mondo dello spettacolo, dei media e della politica, non ha trascurato amore, omossesualità e rapporti familiari, distribuendo tra i suoi personaggi questi ingredienti in modo che nessuno rimanesse troppo vuoto o contradditoriamente “pieno”. 
Ma?  
Foto di Giovanna Canzi

Perchè questa trovata finale? Per alcuni “non sapeva come terminare il romanzo”, come se si fosse stancato e avesse voluto frettolosamente chiudere e consegnare il malloppo all’editore. Molti si sono chiesti perché, pochi, ma qualcuno c’è stato, hanno trovato una risposta. “Il declino che si è trovato a descrivere a quel punto della storia era così terribile che ha dovuto ricorrere a creature ‘fantasy-horror’, sentendo che il sarcasmo pungente di sempre non sarebbe bastato”. È una interpretazione, possibile, un alibi che vede un Coe che ha scelto e non che è scivolato, in parte anche giocando sul fatto di poter contare sull’affievolirsi dello spirito critico nei suoi confronti sia da parte dei suoi lettori sia da parte dei suoi editori. 

Anche lo stile ha deluso, con frasi a volte banali soprattutto se firmate da una penna che in altri romanzi ha fatto sognare per la sua acrobatica armonia sempre essenziale e allo stesso tempo capace di magie. Soprattutto nella parte iniziale, quando il mondo di Numero Undici è visto con gli occhi di una ragazzina, la prosa non si può dire ricercata. C’è chi ci ha fatto caso, chi ne è rimasto turbato, chi, catturato dalla storia, ha tirato dritto fino alla parte più intensa e interessante del romanzo. Ragni giganti o meno, Coe non ha mancato di coraggio nell’entrare nel merito del marcio della propria Gran Bretagna, anche firmando un finale discutibile e che ci ha fatto discutere mettendo in luce una volta di più come le stesse righe facciano vibrare corde differenti in ogni lettore. 

Il prossimo appuntamento #fuoriposto è martedì 7 marzo alle 21 alla vineria Bohème di via Bergamo. Con il libro LA PURGA di Sofi Oksanen

Il titolo pubblicato, in Italia da Guanda, ha vinto contro Cortocircuito di Yehoshua Kenaz (Nottetempo) e Questa vita tuttavia mi pesa molto di Edgardo Franzosini (Adelphi).

La precedente puntata #fuoriposto potete leggerla QUI 

VOLEVO SOLO ANDARE A LETTO PRESTO

Una frase che penso spesso ma non cedo mai, non la dico. Mi controllo. Proprio come ha il vizio di fare Agata, fino a quando Chiara Moscardelli non decide di scardinare la sua vita infilandoci un uomo. No, no, non il belloccio che le strappa il cuore, non il principe azzurro che doma un bianco destriero con una mano e l’animo selvaggio di Agata con l’altra. No, un uomo più complesso quasi di lei, con un passato irrisolto e un presente che non promette, almeno sulla carta, un futuro su cui farci la firma. “Volevo solo andare a letto presto” è il titolo, e calza alla perfezione con il mood con cui mi sveglio, stropicciandomi la faccia cercando di distrarmi con il radiogiornale per non fare il conto esatto delle ore di sonno e uscire con una faccia molto simile all’icona di terrore di whatsapp. 

Agata lavora nel mondo dell’arte, con risultati da molti apprezzati, ma gran parte delle sue energie, per lo meno mentali, sono impegnate nel resistere alla vita. Nel mantenere a temperatura freezer il proprio cuore. Nel cercare di andare a letto presto, e “ciao a tutti”, aggiungerei. Ad animarla non è uno spirito da femminista agguerrita, “io sono mia”, e nemmeno di protesta, non è emancipazione e nemmeno voglia di stare isolata. Agata ha una amica con amante maturo, Giulia, e due amici, Luca e Guglielmo, una coppia gay, va d’accordo con la collega Martina, la persona più pragmatica del libro, e con la madre Rosa riesce a gestire un rapporto che, nella sua eccezionalità, non è mai privo di affetto. 

Agata ha paura di essere quella che è. Quindi? Moscardelli non la prende di petto, la coinvolge in una storia interessante, prende alla larga il suo impuntarsi davanti alla vita senza dare lezioni ma regalandola una avventura da vivere. La scelta, la lascia comunque a lei, ad Agata, che non manca di resistere e di accennare a dietro front. Ipocondriaca e ossessiva, ma dotata di grande autoironia, Agata sfugge a sé stessa, elude il proprio autocontrollo, anche fidandosi di chi le sta attorno che, come Moscardelli dall’alto del suo ruolo di autrice insegna, sa come prenderla e non le fa romanzine. Neppure lo psicologo, men che meno la madre che, più che pillole di saggezza, le regala pietre dai magici poteri. Compresi quelli contro le emorroidi, che non si sa mai. 

La trama di “Volevo solo andare a letto presto” è quella di un film d’azione e come tale non va neanche accennata, per come sono fatta io lettrice. 

Il mondo dei collezionisti di arte e di aste mi ha fatto pensare al Geneva Free Port. Lo conoscete? È un deposito vicino all’aeroposto di Ginevra in cui sono custoditi capolavori d’arte di privati. Restano inaccessibili ai più, nella pratica anche agli stessi proprietari. Un po’ come le parti di noi che teniamo sotto controllo, lasciando intorpidire i muscoli del cuore. 

È il primo libro che leggo di Moscardelli, non sarà l’ultimo, alternerò altri suoi titoli ad altri lasciandomi piacevolmente scompigliare dalla sua voce. Una voce che nei ringraziamenti conferma la sua forza soffice e fresca: leggerli è chiudere il cerchio, gesto che anche Agata ha imparato a compiere e io con lei. 

Volevo solo andare a letto presto è un libro Giunti Editore e a questo link potete trovarne un estratto.

UN’ALTRA PARTE, PIÚ BELLA

Da instagram Pascal Campion http://www.pascalcampion.com

– All’asilo i maschi sono più cattivi

– Come più cattivi? 

– Si divertono a farci spaventare e a farci scappare

– E voi vi spaventate?

– Alcune si, io non mi spavento mica

– E non succede mai che siete voi a farli spaventare e scappare?

– Nooooo…. noi siamo furbe. Non ci interessa spaventarli. Fingiamo di spaventarci e andiamo a giocare da un’altra parte più bella 

La profonda B, 4 anni ma quasi 5…invece che badare alle vocali finali dei mestieri

ALLA FACCIA DI CHI SONO

 

scritto per un concorso istantaneo, troppo istantaneo per le mie possibilità tecnologiche del momento, questo scritto mi è rimasto nelle bozze. Ma bussa martellante e su Martellante lo metto.  

Al mattino il cielo non ha che il colore dei sogni che ho vissuto. A volte è rosa, a volte è grigio, a volte non è, perché non ci bado, troppo attenta a mettere un piede davanti all’altro e raggiungere il punto in cui poi la giornata va da sé, senza che io debba più di tanto intervenire.

Al mattino, il corpo non ha un aspetto, è un mezzo, un contenitore che porta in giro un pensiero, una intenzione, un sogno. Il mio pensiero, la mia intenzione, i miei tanti sogni.

Ho 40 anni e sono … sono. Sono ciò che faccio? A volte. Altre invece sono chi gli altri vedono nella mia figura. Sono ciò che posto nella bacheca Facebook, sono il mio salvaschermo sullo smartphone. Sono il volto stampato in formato francobollo sulla tessera di abbonamento del trasporto pubblico metropolitano.

Il mattino mi lascio descrivere da tutto ciò, fino a che un liquido caldo prende possesso dei miei organi e mi anima.

Poi vivo.

La sera, il cielo ha mille colori che mi regalano un buio di pienezza. Non mi spaventa, mi eccita il suo aspetto affollato e palpitante.

Alla sera, le mie mani sono ciò che ho scritto, sono il resto della spesa che ho posato nel portafoglio e odorano della mano della mia capa, che me le ha strette in un suo momento di sconforto, di fronte ad una mail scortese. I miei occhi sono del colore della strada calpestata, grigi, chiari, come la luce che ho cercato, quella naturale, anche se il neon sta invadendo ogni ambiente.

I miei piedi, sono quelli che hanno oscillato assieme alle mie gambe, mentre attendevo nella sala d’aspetto del medico, per la ricetta degli esami del sangue. Le unghie sono regolari e ordinate, ma di chi lava i piatti, scrive sulla tastiera e digita sul touchscreen a velocità impensabile: corte e pratiche, come il taglio di capelli di una tuffatrice.

Il mio collo è il calore di cui ho goduto avvolta da una sciarpa arancione, mentre ho atteso che un amico finisse la sua sigaretta, per entrare poi con lui in un bar. Infatti i miei capelli sono intrisi di cattivo odore, ma sentirlo mi ricorda il viso di chi parla con te fidandosi profondamente di chi sei. Di chi sono.

Sono ciò che faccio? Dicono che non dovrebbe essere così. Ma se faccio ciò che sono, aderendo al ciò che desidero e amo, e credo, la sera ciò che sono è sia ciò che faccio, sia ciò che sono.

ALLUCINAZIONI DA #fuoriposto

Un libro che ha rasserenato, rincuorato, informato. Ad alcuni non ha entusiasmato. Questo se letto in solitudine, in attesa dell’appuntamento dei #fuoriposto , l’ultimo dell’anno 2016. Lo stesso volume, messo nel bel mezzo di un gruppo di lettori dai gusti, dalle età e dai vissutu più vari, ha acceso una vivace discussione sui confini tra pazzia e “normalità”. Il titolo è Allucinazioni e lo ha scritto nel 2013 Oliver Sacks, noto neurologo se non anche scrittore morto nel 2015 e reso famoso nella comunità dei lettori non tecnici dal libro “L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello”. A pubblicare, il libro “miccia” della dibattito dei #fuoriposto e il titolo noto, è sempre Adelphi. Ci si chiede a tratti anche perché una casa editrice così mette sugli scattali dei librai e dei bibliotecari, avvolto nella sua sobria copertina, un saggio divulgativo sulle allucinazioni non legate a problemi psichici come fosse uno dei suoi tanti titoli più narrativi. Questo per alcuni strambo gesto non è da far passare sotto silenzio perché, tacito e già compiuto, pone interrogativi che si ripropongono al lettore non esperto in neurologia mentre sfoglia i casi raccontati da Sacks. Ciò che colpisce, piace e da a volte perfino una sorta di sensazione di sollievo, in Allucinazioni, è come l’autore racconta le storie delle persone in cura. Lo fa con rispetto, senza negarne la malattia, ma riconoscendo loro comunque il diritto di essere descritte, e ancor prime ascoltate, poi comunicate, senza cappelli introduttivi intrisi di etichette e pregiudizi. Uno per tutti l’esempio della anziana spaventata dalle proprie allucinazioni: ma che mi sta succedendo? Sacks, facendole quasi comprendere ciò che avviene, la porta a convivere con il fenomeno senza restare terrorizzata a vita. Non è sola, ha allucinazioni, ma non è sola a lottare in un terreno dove i confini tra reale e non, sono stati cancellati dall’età. Oppure da problema chimico, dalla mancanza di sonno, da sostanze assunte.

Ci sono lettori che vedono Sacks come un vero e proprio “scardinatore” del confine tra “sintomo e patologia”, uno che mette in chiaro che chi ha allucinazioni “non è pazzo”. Il fatto che una cosa escluda l’altra, è stato al centro di un lungo dibattito #fuoriposto , certo è che questo neurologo da poco scomparso è in grado di aprire gli occhi di chi è interessato, su un capitolo di allucinazioni poco raccontate. Mai raccontate con uno stile come il suo, tecnico ma anche divulgativo, non privo di basi scientifiche (dati anche i rimandi a testi di studi).

Non ha coinvolto tutti, molti si sono chiesti, dopo questa sfilata di casi di allucinazioni, “e quindi?”. C’é chi, terminato il libro, non ha che preso atto del “mistero del cervello, di quanto poco ne capiamo e di quanto poco ne capiscono ancora i dottori”.

Il prossimo incontro dei fuoriposto sarà il 17 gennaio 2017. Pur essendo giorno di falò, quelli di Sant’Antonio, da tradizione, non bruceremo libri, ma sarà un dibattito immagino di nuovo acceso. Attorno al libro di Jonathan Coe: NUMERO UNDICI (Feltrinelli). 
Altri libri proposti sono stati 

– La vita immortale di Henrietta Lacks (Rebecca Skloot) Adelphi

– Dolorose considerazioni del cuore (Sandra Petrignani) Nottetempo Edizioni

– Bella era bella, morta era morta (Rosa Mogliasso) NN Editore