VOLEVO SOLO ANDARE A LETTO PRESTO

Una frase che penso spesso ma non cedo mai, non la dico. Mi controllo. Proprio come ha il vizio di fare Agata, fino a quando Chiara Moscardelli non decide di scardinare la sua vita infilandoci un uomo. No, no, non il belloccio che le strappa il cuore, non il principe azzurro che doma un bianco destriero con una mano e l’animo selvaggio di Agata con l’altra. No, un uomo più complesso quasi di lei, con un passato irrisolto e un presente che non promette, almeno sulla carta, un futuro su cui farci la firma. “Volevo solo andare a letto presto” è il titolo, e calza alla perfezione con il mood con cui mi sveglio, stropicciandomi la faccia cercando di distrarmi con il radiogiornale per non fare il conto esatto delle ore di sonno e uscire con una faccia molto simile all’icona di terrore di whatsapp. 

Agata lavora nel mondo dell’arte, con risultati da molti apprezzati, ma gran parte delle sue energie, per lo meno mentali, sono impegnate nel resistere alla vita. Nel mantenere a temperatura freezer il proprio cuore. Nel cercare di andare a letto presto, e “ciao a tutti”, aggiungerei. Ad animarla non è uno spirito da femminista agguerrita, “io sono mia”, e nemmeno di protesta, non è emancipazione e nemmeno voglia di stare isolata. Agata ha una amica con amante maturo, Giulia, e due amici, Luca e Guglielmo, una coppia gay, va d’accordo con la collega Martina, la persona più pragmatica del libro, e con la madre Rosa riesce a gestire un rapporto che, nella sua eccezionalità, non è mai privo di affetto. 

Agata ha paura di essere quella che è. Quindi? Moscardelli non la prende di petto, la coinvolge in una storia interessante, prende alla larga il suo impuntarsi davanti alla vita senza dare lezioni ma regalandola una avventura da vivere. La scelta, la lascia comunque a lei, ad Agata, che non manca di resistere e di accennare a dietro front. Ipocondriaca e ossessiva, ma dotata di grande autoironia, Agata sfugge a sé stessa, elude il proprio autocontrollo, anche fidandosi di chi le sta attorno che, come Moscardelli dall’alto del suo ruolo di autrice insegna, sa come prenderla e non le fa romanzine. Neppure lo psicologo, men che meno la madre che, più che pillole di saggezza, le regala pietre dai magici poteri. Compresi quelli contro le emorroidi, che non si sa mai. 

La trama di “Volevo solo andare a letto presto” è quella di un film d’azione e come tale non va neanche accennata, per come sono fatta io lettrice. 

Il mondo dei collezionisti di arte e di aste mi ha fatto pensare al Geneva Free Port. Lo conoscete? È un deposito vicino all’aeroposto di Ginevra in cui sono custoditi capolavori d’arte di privati. Restano inaccessibili ai più, nella pratica anche agli stessi proprietari. Un po’ come le parti di noi che teniamo sotto controllo, lasciando intorpidire i muscoli del cuore. 

È il primo libro che leggo di Moscardelli, non sarà l’ultimo, alternerò altri suoi titoli ad altri lasciandomi piacevolmente scompigliare dalla sua voce. Una voce che nei ringraziamenti conferma la sua forza soffice e fresca: leggerli è chiudere il cerchio, gesto che anche Agata ha imparato a compiere e io con lei. 

Volevo solo andare a letto presto è un libro Giunti Editore e a questo link potete trovarne un estratto.

UN’ALTRA PARTE, PIÚ BELLA

Da instagram Pascal Campion http://www.pascalcampion.com

– All’asilo i maschi sono più cattivi

– Come più cattivi? 

– Si divertono a farci spaventare e a farci scappare

– E voi vi spaventate?

– Alcune si, io non mi spavento mica

– E non succede mai che siete voi a farli spaventare e scappare?

– Nooooo…. noi siamo furbe. Non ci interessa spaventarli. Fingiamo di spaventarci e andiamo a giocare da un’altra parte più bella 

La profonda B, 4 anni ma quasi 5…invece che badare alle vocali finali dei mestieri

ALLA FACCIA DI CHI SONO

 

scritto per un concorso istantaneo, troppo istantaneo per le mie possibilità tecnologiche del momento, questo scritto mi è rimasto nelle bozze. Ma bussa martellante e su Martellante lo metto.  

Al mattino il cielo non ha che il colore dei sogni che ho vissuto. A volte è rosa, a volte è grigio, a volte non è, perché non ci bado, troppo attenta a mettere un piede davanti all’altro e raggiungere il punto in cui poi la giornata va da sé, senza che io debba più di tanto intervenire.

Al mattino, il corpo non ha un aspetto, è un mezzo, un contenitore che porta in giro un pensiero, una intenzione, un sogno. Il mio pensiero, la mia intenzione, i miei tanti sogni.

Ho 40 anni e sono … sono. Sono ciò che faccio? A volte. Altre invece sono chi gli altri vedono nella mia figura. Sono ciò che posto nella bacheca Facebook, sono il mio salvaschermo sullo smartphone. Sono il volto stampato in formato francobollo sulla tessera di abbonamento del trasporto pubblico metropolitano.

Il mattino mi lascio descrivere da tutto ciò, fino a che un liquido caldo prende possesso dei miei organi e mi anima.

Poi vivo.

La sera, il cielo ha mille colori che mi regalano un buio di pienezza. Non mi spaventa, mi eccita il suo aspetto affollato e palpitante.

Alla sera, le mie mani sono ciò che ho scritto, sono il resto della spesa che ho posato nel portafoglio e odorano della mano della mia capa, che me le ha strette in un suo momento di sconforto, di fronte ad una mail scortese. I miei occhi sono del colore della strada calpestata, grigi, chiari, come la luce che ho cercato, quella naturale, anche se il neon sta invadendo ogni ambiente.

I miei piedi, sono quelli che hanno oscillato assieme alle mie gambe, mentre attendevo nella sala d’aspetto del medico, per la ricetta degli esami del sangue. Le unghie sono regolari e ordinate, ma di chi lava i piatti, scrive sulla tastiera e digita sul touchscreen a velocità impensabile: corte e pratiche, come il taglio di capelli di una tuffatrice.

Il mio collo è il calore di cui ho goduto avvolta da una sciarpa arancione, mentre ho atteso che un amico finisse la sua sigaretta, per entrare poi con lui in un bar. Infatti i miei capelli sono intrisi di cattivo odore, ma sentirlo mi ricorda il viso di chi parla con te fidandosi profondamente di chi sei. Di chi sono.

Sono ciò che faccio? Dicono che non dovrebbe essere così. Ma se faccio ciò che sono, aderendo al ciò che desidero e amo, e credo, la sera ciò che sono è sia ciò che faccio, sia ciò che sono.

ALLUCINAZIONI DA #fuoriposto

Un libro che ha rasserenato, rincuorato, informato. Ad alcuni non ha entusiasmato. Questo se letto in solitudine, in attesa dell’appuntamento dei #fuoriposto , l’ultimo dell’anno 2016. Lo stesso volume, messo nel bel mezzo di un gruppo di lettori dai gusti, dalle età e dai vissutu più vari, ha acceso una vivace discussione sui confini tra pazzia e “normalità”. Il titolo è Allucinazioni e lo ha scritto nel 2013 Oliver Sacks, noto neurologo se non anche scrittore morto nel 2015 e reso famoso nella comunità dei lettori non tecnici dal libro “L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello”. A pubblicare, il libro “miccia” della dibattito dei #fuoriposto e il titolo noto, è sempre Adelphi. Ci si chiede a tratti anche perché una casa editrice così mette sugli scattali dei librai e dei bibliotecari, avvolto nella sua sobria copertina, un saggio divulgativo sulle allucinazioni non legate a problemi psichici come fosse uno dei suoi tanti titoli più narrativi. Questo per alcuni strambo gesto non è da far passare sotto silenzio perché, tacito e già compiuto, pone interrogativi che si ripropongono al lettore non esperto in neurologia mentre sfoglia i casi raccontati da Sacks. Ciò che colpisce, piace e da a volte perfino una sorta di sensazione di sollievo, in Allucinazioni, è come l’autore racconta le storie delle persone in cura. Lo fa con rispetto, senza negarne la malattia, ma riconoscendo loro comunque il diritto di essere descritte, e ancor prime ascoltate, poi comunicate, senza cappelli introduttivi intrisi di etichette e pregiudizi. Uno per tutti l’esempio della anziana spaventata dalle proprie allucinazioni: ma che mi sta succedendo? Sacks, facendole quasi comprendere ciò che avviene, la porta a convivere con il fenomeno senza restare terrorizzata a vita. Non è sola, ha allucinazioni, ma non è sola a lottare in un terreno dove i confini tra reale e non, sono stati cancellati dall’età. Oppure da problema chimico, dalla mancanza di sonno, da sostanze assunte.

Ci sono lettori che vedono Sacks come un vero e proprio “scardinatore” del confine tra “sintomo e patologia”, uno che mette in chiaro che chi ha allucinazioni “non è pazzo”. Il fatto che una cosa escluda l’altra, è stato al centro di un lungo dibattito #fuoriposto , certo è che questo neurologo da poco scomparso è in grado di aprire gli occhi di chi è interessato, su un capitolo di allucinazioni poco raccontate. Mai raccontate con uno stile come il suo, tecnico ma anche divulgativo, non privo di basi scientifiche (dati anche i rimandi a testi di studi).

Non ha coinvolto tutti, molti si sono chiesti, dopo questa sfilata di casi di allucinazioni, “e quindi?”. C’é chi, terminato il libro, non ha che preso atto del “mistero del cervello, di quanto poco ne capiamo e di quanto poco ne capiscono ancora i dottori”.

Il prossimo incontro dei fuoriposto sarà il 17 gennaio 2017. Pur essendo giorno di falò, quelli di Sant’Antonio, da tradizione, non bruceremo libri, ma sarà un dibattito immagino di nuovo acceso. Attorno al libro di Jonathan Coe: NUMERO UNDICI (Feltrinelli). 
Altri libri proposti sono stati 

– La vita immortale di Henrietta Lacks (Rebecca Skloot) Adelphi

– Dolorose considerazioni del cuore (Sandra Petrignani) Nottetempo Edizioni

– Bella era bella, morta era morta (Rosa Mogliasso) NN Editore

IL GATTO MURR #FUORIPOSTO 

Il gatto Murr di E.T.A. Hoffmann (L’Orma Editore) ospite del gruppo di lettura #fuoriposto nato dalla libreria indipendente Virginia e Co (via Bergamo 8 – Monza) 

Ma questo libro è stato scritto nell’800? Ce lo siamo chiesto un po’ tutti, sia chi ha letto Il gatto Murr amandolo, sia chi l’ha finito stringendo i denti e detestandolo, sia chi lo ha abbandonato per strada. Il libro, non l’animale. 

La scrittura di Hoffmann è senza dubbio anomala per il suo tempo e se in parte si può ringraziare il traduttore (Matteo Galli), cosa che raramente si fa, si deve riconoscere all’autore stesso il suo merito. Oltre a quello di essersi beffato del genere biografico intrecciando ben due biografie che, alternandosi per 400 e piú pagine, si contraddicono. 

Il gatto e l’uomo. Il primo non sa chi essere e non si ritrova, sballottato dalle esistenze altrui, dalle mode e dalle correnti di pensiero e di stili di vita, resta un essere senza un suo “io”. Gran simpatico ma che per molti, leggendo, assume un significato come personaggio solo perché nel suo pelo ospita un controcanto alla figura umana con cui divide le pagine del libro. Un uomo che si contrappone, esistenzialmente parlando, a Murr. Un protagonista che, ovunque va, scombussola la vita di chi lo incrocia. Delle fanciulle e degli amici, non trovando comunque neppure lui la sua pace. 

Il gatto Murr è una biografia doppia che avanza su due binari paralleli, ma le direzioni di corsa sembrano essere opposte. Non c’è una storia vera e propria ma un “tranche de vie”, cosa che ad alcuni ha entusiasmato e ad altri per nulla. Forse dipende anche da ciò che si cerca in un libro. 

La forza di un gruppo di lettura come il nostro, che riunisce in uno stanzino vintage le esistenze e le abitidini più disparate, sta anche in questo. Nell’offrire l’opportunità di capire meglio sé stessi, i propri gusti, che siano quelli del momento o quelli di una vita. 

“A me piacciono le storie, se non c’è trama mi annoio”. “Va bene essere originali come Hoffmann ma una scrittura così, la si può reggere per 150 pagine e basta”. “Io da un libro mi lascio trasportare, lo leggo nella sua globalità anche se non c’è una storia”. 

Ci sono preferenze anche sulle note a margine, chi le legge e chi non le calcola nemmeno, ma anche chi le preferisce a fondo pagina piuttosto che alla fine o viceversa. E un libro come il gatto Murr dove due voci si alternano nel vero senso della parola e anche bruscamente, c’è chi lo ha letto con due segnalibri in mano, per non perdersi. 

Tra i quattro candidati per il prossimo mese ha vinto un libro di Dino Buzzati, “La boutique del mistero”. Per chi lo legge, per chi lo rilegge e per chi “ma me lo ricordo bene ancora dal liceo”, l’appuntamento è il 18 OTTOBRE H21 sempre alla vinera Bohème. 

Il podio degli esclusi vede al primo posto “Chirù” di Michela Murgia (Einaudi), e a seguire “L’irresistibile eredità di Wilberforce” di Paul Torday (Elliot Edizioni) e “Vivienne Westwood”. La sua biografia scritta da lei assieme a Kelly Ian pubblicata da Odoya.   

Entusiasta di Chirù, ne ho parlato QUI

Per chi non conosce il nostro gruppo di lettura FuoriPosto ecco la sua prima puntata: QUI

PENELOPE FA LA COSA GIUSTA 

Non ne faccio una questione di genere, neanche di geografia politica e men che meno di sospettabili assonanze caratteriali. E non me ne faccio una ragione, non ancora, ma questa Penelope Poirot mi ha conquistato.Spuntata con tutto il suo essere tracagnotta e immodesta, al fianco di una Velma che si stava candidando a diventare il mio esempio di zitella orgogliosa e bastante a sé stessa, con una mossa “alla Poirot”, Penelope ha conquistato la vittoria tra le pagine e nelle pieghe a me stessa ignote del mio cuore. 

Oscuri i percorsi che l’hanno portata a raccogliere la mia simpatia, che amo stillare con parsimonia quando si tratta di personaggi letterari, per lo più se petulanti e pieni di sé come questa Penelope. Oscuri gli incroci relazionali che Becky Sharp ben cucina in un romanzo pubblicato da Marcos y Marcos, un mistery che ci porta negli anni ’90 perché quella attuale non è più un epoca di misteri: troppa tecnologia, siamo tracciati tanto quanto “spersonalizzati”. 

É un vero mistery di quelli che non si trovano facilmente, che profuma di vintage quanto quegli armadi pieni di piccoli oggetti trionfanti nel loro splendore genuino e retrò. 

Penelope Poirot fa la cosa giusta. È il titolo. È un’affermazione che ci accompagna prima guidati da Velma, la sua assistente, poi dalla stessa Penelope, per tutto il romanzo, fino allo sciogliersi del mistero. E non accade – questo è il vero mistero alla Becky Sharp – che una volta distribuite le responsabilità di morti e feriti, il fascino dei personaggi svanisca. Eh no! Anzi, cresce, e strattoneresti Becky Sharp se non fosse così simpatica e sferzante, per farti dare subito la bozza del prossimo Penelope’s Mistery. É questo il mistery vero e prezioso che la donna che si firma Becky Sharp tiene in pugno, piú del suo vero nome e della sua personale vita: lei ha creato Penelope!

“Leggete, leggetemi”, pare dire – sembra che ci saranno nuove “cose giuste” fatte da Penelope – “tanto non saprete come ancora vi terrò incollati ad un rettangolo scritto, divertendovi e intrattenendovi, senza farvi notare troppo tutte le pesanti e azzeccatissime critiche che metto in bocca ai miei personaggi”. 

Altro motivo per cui Penelope è irresistibile: non risparmia nessuno! E i tanto, tra un capitolo e l’altro, si regala elogi e vizi a non finire, piccoli ma estremamente di classe, come le caramelle alla violetta di cui è dipendente. 

Quelli che io cerco la pace interiore e l’armonia globale

Quelli che io mangio sano mi curo sto bene e sono in equilibrio perché sono quello che mangio e quello che bevo e quello che …

Quelli che chi si condede uno sgarro, cede senza merito e

Quelli che…

Sono quelli che potrebbero ritrovarsi nel libro e con un certo fastidio riporlo in mensola affibbiando a Penelope e al suo tono non proprio delicato, la responsabilitá delle proprie scelte con cui sperano di autoconvincersi di essere un po’ meglio della media. 

Penelope non ha alcun dubbio, d’altronde, Penelope fa la cosa giusta. 

Non sono una raccontatrice di trame, e in questo spazio dove non sono obbligata a rispondere alle 5 W del giornalismo e a indicare le coordinate, amo raccontare la mia esperienza di lettrice. Trovate la mia recensione QUI

Andateci, leggete la trama, se proprio siete di quelli che devo sapere tutte le fermate del treno per salirci a bordo. Io no, io sono salita perchè ho visto chi ci è sceso a viaggio compiuto soddisfatto, ridacchiando e con lo sguardo furbetto da chi ha fatto la cosa giusta. 

CHIRÙ


Chirù. Un libro regalato sulla fiducia, nei confronti di una brava libraia e dell’autrice stessa, spesso letta su giornali e social. Un titolo rimandato per una quarta di copertina che ammiccava ad argomenti di cui non avevo voglia di riempirmi gli occhi. Di cui temevo di entrare nel merito. Poi, è arrivato il momento. “Chirù“. 

Chirù. Una copertina e un suono che nella quiete dell’agosto in città, “dai, ascoltami” mi hanno detto. Dall’incipit, c’è stata massima intesa. Prima di capire cosa mi stesse raccontando, il solo suono delle parole di Michela Murgia ha raggiunto quella parte di me che se ne stava assopita attendendo stagione migliore, quella dei sentimenti. Non la primavera ufficiale, ma la prima vera volta che ci si lascia andare. 

Se la quarta di copertina mi aveva fatto immaginare la storia sporca di una tardona incapace di decidere di sé stessa e assillata dal ticchettare dell’orologio biologico inesorabile, no. Mi era fatta una idea totalmente errata ed è stato subito evidente. Con la stessa determinazione con cui mi ero tenuta lontana dal libro finora, ho perseguito la sua lettura plaudendo all’autrice che neanche in una riga ha inciampato. Mai nel ritmo e nello stile, mai nelle scelte narrative e umane. Sì, umane, perché la sua protagonista è viva, potente, imperfetta. 

Esplorandone infanzia e adolescenza, accompagnandola nella sua quotidianitá adulta di passione, per uomini e lavoro, non si può che rimanerne affascinati. Non è amore, non è ammirazione, ma è una sorta di vicinanza nella totale diversità caratteriale quella che mi ha spinto a leggere Chirù tutto d’un fiato e a consigliarlo a molti amici. 

È una storia lontana ma vicina a ciascuno di noi, in cui non ci si identifica ma ci si ritrova, grazie anche ad una scrittura così musicale da far vibrare le viscere in risonanza con i loro proprietari, noi, che lo vogliamo o meno. 

UN’ALTRA AMERICA

Un’altra America. Ma quale delle tante altre che ogni giorno ci spiegano, ci proiettano, ci illustrano? Alberto Giuffré ci porta nella sua, e non ce la racconta, perché per scriverne un libro, pubblicato da Marsilio, se l’è andata a visitare, città per città. Non solo. Il viaggio, lo ha studiato a tavolino con un lavoro di documentazione e selezione certosino e intelligente per poi andare a colpo sicuro una volta sul posto. E colpirci. 

Le pagine scritte da questo giornalista, evidentemente appassionato di musica e di viaggi, sono intensamente sorprendenti. Catturano con la bellezza sincera di chi non ha bisogno di urlare cosa ha scovato chissà dove, perché conosce il valore dello svelamento, è consapevole della delicatezza con cui vanno trattate le storie di vita. Sa, Giuffré, che farne “un caso umano”, significa buttarle in pasto a chi non ne sentirebbe il sapore. E allora eccolo che con la gentilezza di chi ama ciò che fa, che vede e che scrive, raccontarci Rome, Milan, Naples, Venice, Florence, Palermo, Verona, Genoa. Queste omonime di otto città americane, sparse negli Stati Uniti, non sono le uniche: lui ha scelto quelle che possiamo leggere in Un’altra America per costruire un libro polifonico e vario, coinvolgente, che non annoiasse con i luoghi comuni e gli stereotipi ma allo stesso tempo non ne fosse totalmente privo, perché gli USA sono anche quello. Non solo ma anche. 
Con un approccio inclusivo, uno sguardo che sa ascoltare e tanta pazienza impertinente, Giuffré ha girato in lungo e in largo la terra delle grandi promesse, oggi in pieno clima elettorale. I suoi tragitti sono meravigliosamente illustrati nel sito www.unaltraamerica.it con tanto di video, immagini e cartina. C’è da perderci un giorno intero, ma non prima – io consiglio – di dedicarci al libro. Sfogliare le sue avvenutere mette addosso una irresistibile e sana voglia di fare le valigia. Non per partire tanto per andarsene, ma per raggiungere e conoscere un altro luogo. Un’altra versione di un luogo noto. Un altro sé stessi in un luogo ignoto. 

Una silicon valley nel deserto, un laboratorio di cibo sano, manager trasferiti con famiglia a seguito, templi dimenticati della musica. Persone e paesaggi, in cui trascorrere le vacanze senza partire, o partendo due volte. Tornando, con il bagaglio di souvenir da Un’altra America. 

HEKA IN TECA 


“Magia o gestire la crisi?” Me lo chiede una teca mentre, assorta nella storia antica, visito il Museo Egizio di Torino, audioguida capricciosa all’orecchio e pensiero sui banchi delle elementari. 

Leggo la “dida” e il mio amore per le parole esplode, si moltiplica anche nel tempo, oltre che nello spazio. Quello per le parole scelte con cura, pesate, non per evitare di compromettersi, anzi, per compromettersi e anche pesantemente, nella direzione in cui si crede, con la limpidezza di un messaggio chirurgicamente comunicato a parole. A cui seguono i fatti. 

Magia o gestione della crisi. Magia E gestione della crisi

Heka, forza soprannaturale impiegata per affrontare e gestire situazioni difficili che accompagnano passaggi di stato. Tra sarcofagi e vasetti, geroglifici e mummie con gli arti superiori separati, o di gatto e cane, trovo una saggezza antica che ha attraversato i millenni per arrivare a me, che in una domenica d’agosto visito un museo vergognosamente mai visto.

Una saggezza e una sicurezza, quella di poter contare sulla mia heka, sempre/comunque/anzi. E di poter contare sui passaggi di stato, per non morire lentamente. Anche perché oggi non ci sono più i sarcofagi di una volta! 

IL DELITTO DEL CONTE DI NEVILLE 


Padre e figlia, nobilitá decadente, un garden party e una vaticinante. Tre fratelli in cui prende corpo il mito greco zoppicante, mentre la modernitá di un clima di passata ricchezza oggi in fumo, fa capolino nel loro padre mescolando epoche e società. In una famiglia, si intrecciano le anime dei singoli che vogliono prevalere, alcune dichiaratamente, alcune subdolamente, alcune facendo pesare l’assenza altre imponendo la presenza. Tutti rincorrono l’occhio di bue per esserne al centro. Che romanzo può uscire pretendendo di raccontare impeccabilmente tutto ciò? E in meno di 100 pagine? Un pasticcio. Alt, lo ha scritto Amélie Nothomb: preparatevi ad un capolavoro. Non il primo, non l’unico, ma l’ennesimo e mai uguale ai precedenti, libro sbalorditivo che mi ha tenuto sveglia con la testa in sospeso assieme al finale. Le lancette dell’orologio reale segnavano il tempo del sonno doveroso, ma le mie giravano come al polso del conte di Neville, attendendo il garden party per decidere se uccidere mia figlia. Nothomb fa male, ferisce con una freddezza che sempre mi sorprende e mi accartoccia il cuore. Ritrae l’autolesionismo e la crudeltà di una adolescente senza giudicarla, lasciando a noi esprimere un giudizio inesprimibile. Idem per il padre verso cui si prova pena, poi rabbia, poi affetto, poi… 

In un libretto, una coltellata. Netta, a lama corta ma penetrante e che non sbaglia mai mira. É un killer, questa autrice belga. Ogni anno arriva con un suo libro, senza troppe moine, Voland pubblica, io lo compro, lo leggo, mi fende il cuore. Ogni suo titolo – non ne ho perso uno – è una cicatrice indelebile in me che spesso, quando attraverso le vicende reali, accarezzo con il pensiero trovando associazioni mentali che mi ricordano pagine sue.
Al conte di Neville associo la crudeltà di una figlia, l’amore per le apparenze e l’ipocrisia sociale, l’essere padre di una incoerente, e l’atmosfera del garden party decadente. Ma la mia mente é contorta e il genio letterario di Nothomb è perversamente illuminante: la cicatrice di Neville mi tornerá utile a sorpresa, voltando pagina.