FUOCHI FUORI

Fuochi fuori, e dentro, dentro di me e dentro casa, immaginarli.

Inizialmente è tristezza, poi è gioia nell’immaginarli colorati e vivi

dalle forme desiderate, con ritmo imprevedibile

Ogni diverso suono, evoca una luce che procede verso l’alto

o lateralmente.

Impotenza nel non poterli vedere, poi, felicità nel poterli creare nella mia mente

senza dover rendere conto a nessuno.

Spiegare, giustificare, difendere quanto creato per gusto e puro mio diletto.

Oggi sono una Donna al balcone.

donna al balcone.JPG

Donna al balcone è un quadro di Carlo Carrà, lo ha dipinto nel 1912, nel suo periodo futurista.

IL NOME, UN LAVORO. DIGNITÀ

“Grazie a lei, buona giornata!”

“Eh no cara”

Avrò sbagliato a pagare, ho pensato. Mi giro, pronta ad un mea culpa, “sono sbadata, mi scusi”

“Io sono Donatella. E dimmi ciao!” ed è così che “la cassiera del Super che becco spesso” si è trasformata in Donatella. Occhi vispi, solo rimmel e un filo di eyeliner percepibile solo da chi lo mette di suo. Voce vispa, anche alla domenica mattina, quando guarda storto chi alle 9.10 le fa passare in cassa una dozzina di birre divise in due cartoni e un tavernello, per poi bersele tutte girato l’angolo.

Donatella anima la cassa senza obbligarti ad intrattenere conversazioni inutili. Parla di appretto con chi acquista cose per fare i mestieri, consiglia biscotti “secchi ma buoni” alle anziane che comprano il latte, alle badanti mostra gli sconti convenienti e … con me discute di fatti di cronaca nera. Non che io compri armi, ma sa che ne scrivo, e allora commentiamo assieme gli ultimi morti, “e lo so che non sei cinica ma che per mestiere non puoi mica stare male per tutti” mi rassicura.

Davanti a me una domenica mattina c’era l’addetto alla sicurezza del vicino negozio di vestiti. Un uomo alto alto con la pelle scusa scura, con un sorriso enorme davvero e una espressione di pazienza, determinazione e positività che poche se ne vede. Orario d’apertura, stava acquistandosi il pranzo, ma si era scordato una bibita quando già era in corso la battitura del resto. Fa cenno a Donatella – a chi se no?- per poterla andare a prendere veloce, deglutendo agitato come avrebbe dovuto deglutire se non l’avesse acquistata, quella bibita. Donatella si gira verso di me, subito dietro, e verso i due mariti mandati in missione “al super” per gli ingredienti dimenticati, essenziali per il pranzo della domenica “che vengono tutti i nipoti, dai!”. Rispettivamente mayonese, capperi e burro. E mozzarella, olive, panna montata spray.

“Deve andare a lavorare, lui, quindi può” sentenzia Donatella con un sorriso negli occhi e una smorfia di giustizia in viso.

“Certo !” Rispondiamo in coro, io e i due mariti. Arriva l’addetto, paga e va. Io e mariti della domenica, idem.

Passando davanti al negozio di abiti, vedo l’addetto alla sicurezza che fissa la clair che si alza, sistemando nello zaino il pranzo.

“Grazie, per prima! E... io mi chiamo Joseph”. 

“Io Marta. Buon lavoro, Joseph”.

Mi ha ricordato “le tribolazioni di una cassiera” di Anna Sam (Corbaccio) 

UN’ALTRA PARTE, PIÚ BELLA

Da instagram Pascal Campion http://www.pascalcampion.com

– All’asilo i maschi sono più cattivi

– Come più cattivi? 

– Si divertono a farci spaventare e a farci scappare

– E voi vi spaventate?

– Alcune si, io non mi spavento mica

– E non succede mai che siete voi a farli spaventare e scappare?

– Nooooo…. noi siamo furbe. Non ci interessa spaventarli. Fingiamo di spaventarci e andiamo a giocare da un’altra parte più bella 

La profonda B, 4 anni ma quasi 5…invece che badare alle vocali finali dei mestieri

ALLA FACCIA DI CHI SONO

 

scritto per un concorso istantaneo, troppo istantaneo per le mie possibilità tecnologiche del momento, questo scritto mi è rimasto nelle bozze. Ma bussa martellante e su Martellante lo metto.  

Al mattino il cielo non ha che il colore dei sogni che ho vissuto. A volte è rosa, a volte è grigio, a volte non è, perché non ci bado, troppo attenta a mettere un piede davanti all’altro e raggiungere il punto in cui poi la giornata va da sé, senza che io debba più di tanto intervenire.

Al mattino, il corpo non ha un aspetto, è un mezzo, un contenitore che porta in giro un pensiero, una intenzione, un sogno. Il mio pensiero, la mia intenzione, i miei tanti sogni.

Ho 40 anni e sono … sono. Sono ciò che faccio? A volte. Altre invece sono chi gli altri vedono nella mia figura. Sono ciò che posto nella bacheca Facebook, sono il mio salvaschermo sullo smartphone. Sono il volto stampato in formato francobollo sulla tessera di abbonamento del trasporto pubblico metropolitano.

Il mattino mi lascio descrivere da tutto ciò, fino a che un liquido caldo prende possesso dei miei organi e mi anima.

Poi vivo.

La sera, il cielo ha mille colori che mi regalano un buio di pienezza. Non mi spaventa, mi eccita il suo aspetto affollato e palpitante.

Alla sera, le mie mani sono ciò che ho scritto, sono il resto della spesa che ho posato nel portafoglio e odorano della mano della mia capa, che me le ha strette in un suo momento di sconforto, di fronte ad una mail scortese. I miei occhi sono del colore della strada calpestata, grigi, chiari, come la luce che ho cercato, quella naturale, anche se il neon sta invadendo ogni ambiente.

I miei piedi, sono quelli che hanno oscillato assieme alle mie gambe, mentre attendevo nella sala d’aspetto del medico, per la ricetta degli esami del sangue. Le unghie sono regolari e ordinate, ma di chi lava i piatti, scrive sulla tastiera e digita sul touchscreen a velocità impensabile: corte e pratiche, come il taglio di capelli di una tuffatrice.

Il mio collo è il calore di cui ho goduto avvolta da una sciarpa arancione, mentre ho atteso che un amico finisse la sua sigaretta, per entrare poi con lui in un bar. Infatti i miei capelli sono intrisi di cattivo odore, ma sentirlo mi ricorda il viso di chi parla con te fidandosi profondamente di chi sei. Di chi sono.

Sono ciò che faccio? Dicono che non dovrebbe essere così. Ma se faccio ciò che sono, aderendo al ciò che desidero e amo, e credo, la sera ciò che sono è sia ciò che faccio, sia ciò che sono.

HEKA IN TECA 


“Magia o gestire la crisi?” Me lo chiede una teca mentre, assorta nella storia antica, visito il Museo Egizio di Torino, audioguida capricciosa all’orecchio e pensiero sui banchi delle elementari. 

Leggo la “dida” e il mio amore per le parole esplode, si moltiplica anche nel tempo, oltre che nello spazio. Quello per le parole scelte con cura, pesate, non per evitare di compromettersi, anzi, per compromettersi e anche pesantemente, nella direzione in cui si crede, con la limpidezza di un messaggio chirurgicamente comunicato a parole. A cui seguono i fatti. 

Magia o gestione della crisi. Magia E gestione della crisi

Heka, forza soprannaturale impiegata per affrontare e gestire situazioni difficili che accompagnano passaggi di stato. Tra sarcofagi e vasetti, geroglifici e mummie con gli arti superiori separati, o di gatto e cane, trovo una saggezza antica che ha attraversato i millenni per arrivare a me, che in una domenica d’agosto visito un museo vergognosamente mai visto.

Una saggezza e una sicurezza, quella di poter contare sulla mia heka, sempre/comunque/anzi. E di poter contare sui passaggi di stato, per non morire lentamente. Anche perché oggi non ci sono più i sarcofagi di una volta! 

A CALAIS CON CARRÈRE


A Calais. Letto in una notte calda, senza accorgermi che la mia mano voltava le pagine e la lancetta girava con gusto su sé stessa, questo libro mi ha portato a Calais e mi ha lasciato a dormire ospite di una donna marocchina che lascia le persiane aperte. Sempre, tranne qualche giorno, quando si scorda di pulire i vetri e furbescamente lascia che l’ombra perdoni la sua negligenza di donna di casa. Se è per questo, dimentica anche il bagagliaio dell’auto aperto, pieno di borse della spesa, mentre le scarica una per una.

Lei è la figura luminosa di questo libricino che Emmanuel Carrère ci regala in elegante agilità, edito da Adelphi. In un formato che non c’è valigia da cui non possa essere ospitato. Non ci sono scuse per non leggerlo, ma in apparenza neanche particolari motivi per affrontare l’ennesimo scritto di un seppur bravo autore che racconta la Giungla di Calais. Sì, quella, la stessa che abbiamo visto in tv, sui giornali, in reportage fotografici. Quella.

Ho pensato anche io qualcosa di simile a ciò che dice Marguerite, altra figura del libro, non luminosa, ma illuminante: con la sua voglia di oscuro, accende la voglia di far luce del tutto, à Calais, e una volta per tutte. Ho pensato anche io, inizialmente, come lei, “mo’ arriva questo, e si crede di far la nuova voce sulla solita ormai vecchia storia della Giungla. Chi si crede di essere? Cosa si è messo in mente questo ‘presuntuoso’ scrittore di romanzi?”.

Apparentemente banale, la scelta di Carrère à Calais, sulla carta stampata, è vincente, penetrante: rapisce, mi porta in quella città e, finito il libro, mi lascia a casa della sua ultima intervistata, quasi a dire “beh, Marta, ora fai tu, continua tu”. Continuo io a raccontare cercando l’altra prospettiva, cambiando punto di vista, facendo leva sugli attacchi e sulle critiche: impugnati, e non presi di petto, si trasformano in un piede di porco che scardina abilmente gli schemi mentali con cui inconsapevolemente osservo purtroppo ciò che accade intorno. 

Interessante ascoltare Calais vista da lui, un viaggio letterario che emoziona al massimo delle potenzialitá che carta e inchiostro possiedono, quanto a coinvolgimento emotivo. Ciò che però lascia, Carrère, è la voglia, anzi, la determinata convinzione in me di voler raccontare persone, luoghi, fatti vivendoli e cercando una prospettiva diversa. Cercandola o accettandola se proposta da chi si incontra e che, a volte anche non molto educatamente, ci mette in mano una chiave arrugginita per aprire la nostra mente.

Non ho ancora le idee chiare sulla Giungla, e su Calais. Il libro Adelphi ha aggiunto una voce alla lista di quelle già lette e sentite. Ha arricchito il quadro di altri colori, cupi e vivaci, senza però dargli quei contorni nitidi che forse mai avrà, realtà in evoluzione come è, in balia di idealismi e interessi contrastanti.

Ho le idee chiare su ciò che desidero siano le parole che mi attraversano, fuoriuscendo da penna o pollici-su-touchscreen. Che siano narrazione di un punto di vista non scontato, siano ricerca del testimone o del coinvolto da ascoltare e a cui dar voce. Che siano una, una delle tante, prospettive, siano l’opportunità per me, innanzitutto, e per chi legge, di fare un passo di lato, o indietro, o una leggiadra capriola, per osservare lo stesso panorama in modo nuovo. Con tutta la libertá di tornare al punto di prima, ma ormai diversa, più ricca, forse più dubbiosa e insicura, orfana della “verità unica” che credevo di avere in tasca. Sicuramente più viva.

CALABRIA IN CAMMINO, CON LEA


La scelta di Lea è un atto che nella mia vita continua a intrecciarsi con eventi apparentemente slegati al contesto e al significato di quanto esso esprime. 

Si avvicina, irrompe, mi sfiora, mi da di gomito ammiccando, mi da una sberla in sere di scoramento. 

“La scelta di Lea” (Melampo) é il libro di Marika Demaria, un eccellente racconto che amo per il pragmatismo profondo e allo stesso tempo accessibile. Sì, perché nei tanti libri impegnati con tutte le buone intenzioni a parlar di criminalitá organizzata dai piú differenti punti di vista, raramente ho trovato l’accessibilità che può vantare La scelta di Lea. Quella che non svilisce il contenuto, né i valori, anzi, non presentandoli come concetti comprensibili solo ad un’élite, li valorizza. Li distribuisce, li rende comunicabili anche a me che esperta non sono, ma che La scelta di Lea ce l’ho proprio nel cuore. 

Ci penso e mi afferra le viscere. Come mai proprio Lea? Trovo parte delle risposte nel libro di Demaria e nella sua prefazione firmata da Nando Dalla Chiesa. In parte nel mio personale rapporto con il concetto di “scelta”. 

Ho riletto pochi giorni fa La scelta di Lea mentre Valerio e Valentino di Libera Monza e Brianza facevano la valigia. Per una CALABRIA IN CAMMINO, CON LEA. In venti tappe o poco più gireranno la regione dove Lea Garofalo é nata, per incontrare gli autori di scelte coraggiose come quelle della donna i cui resti sono stati trovato a poche centinaia di metri da casa mia. A San Fruttuoso, frazione di Monza. 

Ho scelto di raccontare l’avventura di Valerio e Valentino, con una pagina Facebook perché sia partecipata, aperta, informale, ACCESSIBILE e condivisibile

Si chiama CALABRIA IN CAMMINO, CON LEA (@calabriaconLea)

Venite con me? 

Curiosa, con sneakers dalla suola piatta, sporche di smog milanese e di fango brianzolo, faccio i primi passi verso sud, virtualmente, accordandomi con i due che li faranno realmente.

Ancora una volta La scelta di Lea

Ancora una volta la scelta di dare parola a ciò che mi emoziona senza pensare ad audience, SEO, impreparazione e seguito mediatico.

É La mia Scelta. 

Le origini di questa idea sono da cercare in questa serata. (Cliccare per sapere)

Una bel contributo lo ha dato anche il libro di Nando Dalla Chiesa che ho recensito per Omnimilano qui. Si intitola “I fiori dell’oleandro” (Melampo) .

La Resistenza del maschio. Che esiste.


La resistenza del maschio. Stiamo cercando di catturarlo, di descriverlo, di immortalarlo con trecento battute. Trecento colpetti di dita su tastiera o touchscreen, ma lui resiste. Resiste ma esiste e lo sento attorno a me. Interrogo il volto di tutti gli uomini tra i trenta e i sessanta che incrocio per le mie strade. Dal primo giugno, giorno in cui é iniziato il contest “il maschio che resiste” di cui parlo in questo articolo su Vorrei, non posso che chiedere loro, solo e soltanto, “ma tu resisti? A cosa? Come? Perché? E ti fa star bene?”. 

Messe da parte le 5W del giornalismo che tanto mi vanto di almeno cercare di rispettare, ripetendomele tra me e me quando la professione di giornalista assume caratteri alquanto svianti, le 5 domande che mi ossessionano sono queste.

Non mi aspettavo di avere delle risposte chiare, men che meno univoche, ma ho notato di piú: che pochi “maschi” sanno di resistere, e a cosa, ma al contempo sempre di più si trovano descritti e raccontati con stereotipi anni ’90 o surrealmente futuristici. Ma a livello di utopia. La terza via, non so quanto preferibile, è il maschio non più maschio, che “addolcendosi” assume compiti e modi di fare che il senso comune associa alle donna, così da potersi dire uno “avaaanti”, per la paritá dei sessi l’emancipazione etc etc. Come se mettere in uno spot tv un maschio che lava i piatti risolvesse tutto. Modello educativo, retaggio culturale centenario, violenze di genere…

La resistenza del maschio è ciò su cui ci chiama a riflettere e a interrogarci il libro di Elisabetta Bucciarelli pubblicato da NNEditore. Lei è una splendida autrice di quelle che i libri li scrive, li ama, li segue e li accompagna. 

Abbiamo fatto quattro chiacchiere qualche mese fa, l’intervista la trovate QUI. Nei mesi successivi ho assisitito alla nascita/crescita di una sorta di comunità intorno al suo libro, a lei, al maschio che resiste. Sui social e dal vivo. Se inizialmente poteva essere la consueta scia post lancio del libro, poi il fenomeno, e il maschio, hanno assunto vita propria e mi hanno conquistata. Il maschio che resiste ha cominciato a comparire nella mia vita e a modificare il mio sguardo nel mondo. Non sul, nel. Io il mondo lo guardo da dentro. 

Ormai vedo amici, vicini di casa, colleghi, passanti, in modo interrogativo, propensa ad indagare – con molto cospetto e zero sfacciataggine – il loro personale “atto di resistenza”. 

E poi “La resistenza del maschio” racconta molto bene in un gioco di specchi anche le donne. Il libro, lo fa, e lo fa poi ogni suo lettore, me compresa. Le tre donne in una stanza ad attendere un medico maschio, del libro, mi hanno spinto a far caso a come le donne parlano del maschio che resiste e come loro stesse resistono o meno al maschio che resiste. 

Tra pochi giorni il contest finirà, io di interrogarmi no. E sorrido a come un “gioco” letterario inventato durante una delle tante attese in cui ogni pendolare è chiamato a resistere (senza sbraitare) mi ha cambiato la vista. Resto miope, di fatto, ma il mio sguardo da vicino è più aperto, più mirato. Il panorama, più vario. 

Sorrido davanti a libri come questo e a chi non lo ha ancora letto e può farlo, e interrogarsi come posso fare io. Il mondo é diventato più vivo, vero, vivido, e ci si trova meglio a poter vedere ogni persona più fluidamente esistere, invece che etichettata e messa in bacheca. O con il viso vero oscurato dall’immagine del profilo sui social. Meglio di fronte, che di profilo. 

Letto o non letto, il libro, ognuno può scrivere come la pensa, sul maschio che resiste, partecipando al contest sulla pagina dedicata, in Fb, “concorso il maschio che resiste”.

E può conoscere Elisabetta Bucciarelli giovedì 16 alle 21: ospite della libreria Virginia e Co verrà a Monza. La presento io, ci chiacchiero, e lei con noi, alla Vineria Bohème. Tra vino e dolci, a cui non è proprio necessario resistere.

Cogliere il momento? Io lo creo


Mi fermo un momento nel momento dopo questo momento

Comprendo l’artigiano che forgia un gioiello, dopo averne studiato forma e materiale. Sudandoci sopra, magari facendolo più volte. Migliorandolo. Prima ancora aspettando la consegna del materiale, quello speciale che ho fatto arrivare da… E prima ancora credendo nell’idea balzana che “chissá se avrá successo” e soprattutto “chi me lo fa fare”

E la consegna tarda, e il materiale è meno plasmabile del previsto, e quando sto iniziando a lavorarlo suona al citofono il vicino che la bicicletta gli blocca l’entrata della cantina.

Comprendo l’artigiano che sa che tutto diventerá un oggettino tra tanti, poggiato tra tanti su una delle tante bancarelle del prossimo mercatino di quartiere. Lo sa, ma non sa non mettere tutto sé stesso in quel gioiello che ha concepito una sera e quella sera gli è sembrato il piu bello del mondo e che possa mai esistere. 

Poi il dubbio, l’idea del perfettibile, la voce “ma chi ti credi di essere”, il timore di esporsi, di crederci, di creare qualcosa che poi, a quel mercatino di quartiere, nessuno apprezzerá e te lo dovrai riportare a casa, la sera, con la piva in tasca. Assieme al tuo gioiello piu bello del mondo, in tasca. 

Comprendo l’artigiano, che quando sente, poi, nel mercatino di quartiere da cui temeva di tornare con la piva, “ma che meraviglia lo ha fatto lei”, più che pensare “sì, ma lei non immagina che lavoro c’è dietro”, sente il cuore palpitare perché “allora non era il gioiello piu bello del mondo solo per me”.

L’artigiana di momenti di incontro. Cosa creo? Relazioni, idee, spunti. Mescolo esperienze in modo che i rispettivi sapori risaltino e, anche se in contrasto, insieme nutrano. Diano energia. 

La cuoca di minestre di esperienze, fumanti, da sorseggiare la sera di ritorno dal gelo da una giornata di freddezza, lasciando spazio al calore dell’autenticitá propria e altrui. 

La Martellante, ché ogni momento può essere il migliore del momento. Ogni vita da leccarsi le dita. Ogni scelta, anche minima, aggiusta di un grado la direzione in cui la di ciascuno barca sta andando. E a distrarsi, per gradi, ne bastano 180 e ci si trova al punto di partenza. Più stanchi e frustrati. 

Io non ci sto. 

WORLD PRESS PHOTO 2016 


Che bel lavoro, colleghi fotografi. Bello e utile, bello e tosto. Bello per la forza che mi investe guardandone i risultati alle pareti. Mi fa piangere davanti ad un foglio stampato mentre i numeri della didascalia rendono reale e penetrante la scena inmortalata. 

Numeri, sì, numeri. Asettici, incubo di molti studenti, pane quotidiano per broker e banchieri, sono i numeri che mi collegano in modo ombelicale e viscerale a ciò che queste foto hanno catturato nel mondo e portato a Milano. A me.

Bambina di 5 anni in un ospedale siriano… mia nipote di 4. 

Un villaggio di monaci di 40mila abitanti… Ma Macherio quanti ne fa? Ci abita mia nonna.. 

In un anno a Rio oltre 20mila uccisi dalla Polizia… 20 volte gli alunni del liceo della mia vicina di casa. Un classico. 
Così “scatto e dida” squarciano la serenità afona di un pomeriggio assolato. Spaccano il vetro di sicurezza e il mondo fuoriesce, anzi, entra. In me. 

Lacrimo per la prima volta davanti a fatti che ho sentito, letto e discusso ogni giorno in tutto il 2015. Dove li avevo archiviati? Quanto alto e spesso il muro con cui li avevo tenuti lontani dal mio io pulsante.
Ho preso il tempo, il mio tempo. Ho preso un grande respiro. Ho trovato forti emozioni, ho preferito viverle e, poi, poi, scriverle.

Sono da vivere, alla Galleria Sozzani: WORLD PRESS PHOTO