Ogni giorno, quello che scegli, quello che pensi e quello che fai è ciò che diventi. (Eraclito)

scelgo, penso, faccio e scrivo di  

FISICA E AMBIENTE

La natura non ha fretta, eppure tutto si realizza.
(Lao Tzu)

LIBRI

Leggere è andare incontro a qualcosa che sta per essere e ancora nessuno sa cosa sarà.
(Italo Calvino)

STARTUP 

Chi dice che una cosa è impossibile, non dovrebbe disturbare chi la sta facendo.
(Albert Einstein)

VIAGGI

I sentieri si costruiscono viaggiando.
(Franz Kafka)

SCRITTORI MONZA E BRIANZA

Scrivere è sempre nascondere qualcosa in modo che venga poi scoperto.
(Italo Calvino)

e mi guardo molto attorno scattando FOTO 

sono e resto Martellante, quindi, ma altrove 🙂 

 

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CARO DANIEL PENNAC

il caso malaussene 2
Perché hai voluto tornarci su? La storia era bella così, con la tua scrittura che scalfisce, il tuo tono scanzonato che riesce a far ridere e far pensare, senza mai far sprofondare il lettore nella tristezza ma accompagnandolo alla soglia del mondo dei pensieri profondi. 
Perché? 
Perché, Daniel? 
Ti hanno obbligato? 
Ti sei sentito in dovere? 
Questo “ritorno” non rende il tuo libro un brutto libro ma lo ingabbia in un meccanismo di ricordi che toglie attenzione alla nuova storia che vuoi raccontare. Così per lo meno è parso a me, a me tua assidua lettrice e adoratrice, a me che ho dedicato un giorno su tre del mio ultimo viaggio a Parigi al quartiere di Belleville per cercare – e trovare – colori, volti e voci malaussèniani. 
Rapita dal rapimento de “Il caso Malaussène“, mi ha un po’ disturbato il continuo invito a scavare nella mente per riprendere le trame e le pagine dei tuoi precedenti libri. Che, per grazia, mi sono piaciuti, molto davvero, ma che preferivo lasciare sullo scaffale e semmai rileggere di mio in un altro momento dedicandomi alla tua nuova storia.
 I nomi, i richiami, alcuni flashback, li ho percepiti come interferenze fastidiose in una trama nuova che invece avevo voglia di divorare indisturbata, godendomi appieno ciò che la tua meravigliosa fantasia aveva creato apposta per me. 
Una nuova storia in cui ritrovare la bellezza della tua scrittura e la tua abilità nel parlare di cronaca e realtà attraverso “storielle” apparentemente assurde, invece attuali e originali . 
A 30 pagine dalla fine della lettura de “Il caso Malaussène” a Radio24 è andata in onda in replica la tua intervista al Cacciatore di libri di Alessandra Tedesco. Si, si, ho capito cosa è accaduto e come è andata e non ti accuso di furberie di marketing o di sottomissione all’editore. Comprendo che non è mica facile trattenersi di fronte alla simpatia della saga di cui sei il creatore. Comprendo, continuerò a leggere “il caso”, ma penso che non penserò al passato e vivrò, sorriderò e immaginerò ciò che scriverai come una serie di nuove storie a sé stanti, per dare loro attenzione, dignità e vitalità.  
il caso malaussene

DARE COLORE NERO SU BIANCO

FullSizeRender.jpgPrestare, anzi, regalare parole a pensieri altrui, senza scomparire, perché ci si chiede di esserci nel nostro saper dare voce, senza interferire con il messaggio che abbiamo promesso di custodire e rendere più chiaro e manifesto.

Chi fa davvero tutto ciò e cerca di farlo al meglio, con onestà e passione, si trova a lavorare su sé stesso in modo profondo al di là di quanto sia effettivamente profondo il messaggio che ha tra le mani.

Chi fa tutto ciò si trova a tracciare a mano libera un proprio confine di competenza: oltre invade, se si ferma prima non fa ciò di cui è stato incaricato.

Chi fa tutto ciò si trova a ballare con l’altro, a sua insaputa, in una danza di pensieri, parole e intenzioni con un ritmo alquanto sincopato e irregolare, come il respiro di chi sta avanzando da solo a piedi lungo percorsi inesplorati.

Chi fa tutto ciò si mette in discussione, facendo spazio al pensiero altrui per dargli forma letteraria accetta tacitamente che esso possa influire sulla sua vita reale e quotidiana. Deve concedergli la possibilità di farlo se vuole realmente fare un buon lavoro, ma allo stesso tempo non deve mostrarsi arrendevole.

Chi fa tutto ciò deve saper ascoltare, restando sé stesso, accogliere, decidere di essere mutevole ma a propria discrezione, sempre rispettando i pensieri affidatigli da altri con la fiducia preziosa di chi consegna il proprio tesoro, timoroso ma anche coraggioso

FUOCHI FUORI

Fuochi fuori, e dentro, dentro di me e dentro casa, immaginarli.

Inizialmente è tristezza, poi è gioia nell’immaginarli colorati e vivi

dalle forme desiderate, con ritmo imprevedibile

Ogni diverso suono, evoca una luce che procede verso l’alto

o lateralmente.

Impotenza nel non poterli vedere, poi, felicità nel poterli creare nella mia mente

senza dover rendere conto a nessuno.

Spiegare, giustificare, difendere quanto creato per gusto e puro mio diletto.

Oggi sono una Donna al balcone.

donna al balcone.JPG

Donna al balcone è un quadro di Carlo Carrà, lo ha dipinto nel 1912, nel suo periodo futurista.

IL NOME, UN LAVORO. DIGNITÀ

“Grazie a lei, buona giornata!”

“Eh no cara”

Avrò sbagliato a pagare, ho pensato. Mi giro, pronta ad un mea culpa, “sono sbadata, mi scusi”

“Io sono Donatella. E dimmi ciao!” ed è così che “la cassiera del Super che becco spesso” si è trasformata in Donatella. Occhi vispi, solo rimmel e un filo di eyeliner percepibile solo da chi lo mette di suo. Voce vispa, anche alla domenica mattina, quando guarda storto chi alle 9.10 le fa passare in cassa una dozzina di birre divise in due cartoni e un tavernello, per poi bersele tutte girato l’angolo.

Donatella anima la cassa senza obbligarti ad intrattenere conversazioni inutili. Parla di appretto con chi acquista cose per fare i mestieri, consiglia biscotti “secchi ma buoni” alle anziane che comprano il latte, alle badanti mostra gli sconti convenienti e … con me discute di fatti di cronaca nera. Non che io compri armi, ma sa che ne scrivo, e allora commentiamo assieme gli ultimi morti, “e lo so che non sei cinica ma che per mestiere non puoi mica stare male per tutti” mi rassicura.

Davanti a me una domenica mattina c’era l’addetto alla sicurezza del vicino negozio di vestiti. Un uomo alto alto con la pelle scusa scura, con un sorriso enorme davvero e una espressione di pazienza, determinazione e positività che poche se ne vede. Orario d’apertura, stava acquistandosi il pranzo, ma si era scordato una bibita quando già era in corso la battitura del resto. Fa cenno a Donatella – a chi se no?- per poterla andare a prendere veloce, deglutendo agitato come avrebbe dovuto deglutire se non l’avesse acquistata, quella bibita. Donatella si gira verso di me, subito dietro, e verso i due mariti mandati in missione “al super” per gli ingredienti dimenticati, essenziali per il pranzo della domenica “che vengono tutti i nipoti, dai!”. Rispettivamente mayonese, capperi e burro. E mozzarella, olive, panna montata spray.

“Deve andare a lavorare, lui, quindi può” sentenzia Donatella con un sorriso negli occhi e una smorfia di giustizia in viso.

“Certo !” Rispondiamo in coro, io e i due mariti. Arriva l’addetto, paga e va. Io e mariti della domenica, idem.

Passando davanti al negozio di abiti, vedo l’addetto alla sicurezza che fissa la clair che si alza, sistemando nello zaino il pranzo.

“Grazie, per prima! E... io mi chiamo Joseph”. 

“Io Marta. Buon lavoro, Joseph”.

Mi ha ricordato “le tribolazioni di una cassiera” di Anna Sam (Corbaccio) 

UN’ALTRA PARTE, PIÚ BELLA

Da instagram Pascal Campion http://www.pascalcampion.com

– All’asilo i maschi sono più cattivi

– Come più cattivi? 

– Si divertono a farci spaventare e a farci scappare

– E voi vi spaventate?

– Alcune si, io non mi spavento mica

– E non succede mai che siete voi a farli spaventare e scappare?

– Nooooo…. noi siamo furbe. Non ci interessa spaventarli. Fingiamo di spaventarci e andiamo a giocare da un’altra parte più bella 

La profonda B, 4 anni ma quasi 5…invece che badare alle vocali finali dei mestieri

ALLA FACCIA DI CHI SONO

 

scritto per un concorso istantaneo, troppo istantaneo per le mie possibilità tecnologiche del momento, questo scritto mi è rimasto nelle bozze. Ma bussa martellante e su Martellante lo metto.  

Al mattino il cielo non ha che il colore dei sogni che ho vissuto. A volte è rosa, a volte è grigio, a volte non è, perché non ci bado, troppo attenta a mettere un piede davanti all’altro e raggiungere il punto in cui poi la giornata va da sé, senza che io debba più di tanto intervenire.

Al mattino, il corpo non ha un aspetto, è un mezzo, un contenitore che porta in giro un pensiero, una intenzione, un sogno. Il mio pensiero, la mia intenzione, i miei tanti sogni.

Ho 40 anni e sono … sono. Sono ciò che faccio? A volte. Altre invece sono chi gli altri vedono nella mia figura. Sono ciò che posto nella bacheca Facebook, sono il mio salvaschermo sullo smartphone. Sono il volto stampato in formato francobollo sulla tessera di abbonamento del trasporto pubblico metropolitano.

Il mattino mi lascio descrivere da tutto ciò, fino a che un liquido caldo prende possesso dei miei organi e mi anima.

Poi vivo.

La sera, il cielo ha mille colori che mi regalano un buio di pienezza. Non mi spaventa, mi eccita il suo aspetto affollato e palpitante.

Alla sera, le mie mani sono ciò che ho scritto, sono il resto della spesa che ho posato nel portafoglio e odorano della mano della mia capa, che me le ha strette in un suo momento di sconforto, di fronte ad una mail scortese. I miei occhi sono del colore della strada calpestata, grigi, chiari, come la luce che ho cercato, quella naturale, anche se il neon sta invadendo ogni ambiente.

I miei piedi, sono quelli che hanno oscillato assieme alle mie gambe, mentre attendevo nella sala d’aspetto del medico, per la ricetta degli esami del sangue. Le unghie sono regolari e ordinate, ma di chi lava i piatti, scrive sulla tastiera e digita sul touchscreen a velocità impensabile: corte e pratiche, come il taglio di capelli di una tuffatrice.

Il mio collo è il calore di cui ho goduto avvolta da una sciarpa arancione, mentre ho atteso che un amico finisse la sua sigaretta, per entrare poi con lui in un bar. Infatti i miei capelli sono intrisi di cattivo odore, ma sentirlo mi ricorda il viso di chi parla con te fidandosi profondamente di chi sei. Di chi sono.

Sono ciò che faccio? Dicono che non dovrebbe essere così. Ma se faccio ciò che sono, aderendo al ciò che desidero e amo, e credo, la sera ciò che sono è sia ciò che faccio, sia ciò che sono.

HEKA IN TECA 


“Magia o gestire la crisi?” Me lo chiede una teca mentre, assorta nella storia antica, visito il Museo Egizio di Torino, audioguida capricciosa all’orecchio e pensiero sui banchi delle elementari. 

Leggo la “dida” e il mio amore per le parole esplode, si moltiplica anche nel tempo, oltre che nello spazio. Quello per le parole scelte con cura, pesate, non per evitare di compromettersi, anzi, per compromettersi e anche pesantemente, nella direzione in cui si crede, con la limpidezza di un messaggio chirurgicamente comunicato a parole. A cui seguono i fatti. 

Magia o gestione della crisi. Magia E gestione della crisi

Heka, forza soprannaturale impiegata per affrontare e gestire situazioni difficili che accompagnano passaggi di stato. Tra sarcofagi e vasetti, geroglifici e mummie con gli arti superiori separati, o di gatto e cane, trovo una saggezza antica che ha attraversato i millenni per arrivare a me, che in una domenica d’agosto visito un museo vergognosamente mai visto.

Una saggezza e una sicurezza, quella di poter contare sulla mia heka, sempre/comunque/anzi. E di poter contare sui passaggi di stato, per non morire lentamente. Anche perché oggi non ci sono più i sarcofagi di una volta! 

A CALAIS CON CARRÈRE


A Calais. Letto in una notte calda, senza accorgermi che la mia mano voltava le pagine e la lancetta girava con gusto su sé stessa, questo libro mi ha portato a Calais e mi ha lasciato a dormire ospite di una donna marocchina che lascia le persiane aperte. Sempre, tranne qualche giorno, quando si scorda di pulire i vetri e furbescamente lascia che l’ombra perdoni la sua negligenza di donna di casa. Se è per questo, dimentica anche il bagagliaio dell’auto aperto, pieno di borse della spesa, mentre le scarica una per una.

Lei è la figura luminosa di questo libricino che Emmanuel Carrère ci regala in elegante agilità, edito da Adelphi. In un formato che non c’è valigia da cui non possa essere ospitato. Non ci sono scuse per non leggerlo, ma in apparenza neanche particolari motivi per affrontare l’ennesimo scritto di un seppur bravo autore che racconta la Giungla di Calais. Sì, quella, la stessa che abbiamo visto in tv, sui giornali, in reportage fotografici. Quella.

Ho pensato anche io qualcosa di simile a ciò che dice Marguerite, altra figura del libro, non luminosa, ma illuminante: con la sua voglia di oscuro, accende la voglia di far luce del tutto, à Calais, e una volta per tutte. Ho pensato anche io, inizialmente, come lei, “mo’ arriva questo, e si crede di far la nuova voce sulla solita ormai vecchia storia della Giungla. Chi si crede di essere? Cosa si è messo in mente questo ‘presuntuoso’ scrittore di romanzi?”.

Apparentemente banale, la scelta di Carrère à Calais, sulla carta stampata, è vincente, penetrante: rapisce, mi porta in quella città e, finito il libro, mi lascia a casa della sua ultima intervistata, quasi a dire “beh, Marta, ora fai tu, continua tu”. Continuo io a raccontare cercando l’altra prospettiva, cambiando punto di vista, facendo leva sugli attacchi e sulle critiche: impugnati, e non presi di petto, si trasformano in un piede di porco che scardina abilmente gli schemi mentali con cui inconsapevolemente osservo purtroppo ciò che accade intorno. 

Interessante ascoltare Calais vista da lui, un viaggio letterario che emoziona al massimo delle potenzialitá che carta e inchiostro possiedono, quanto a coinvolgimento emotivo. Ciò che però lascia, Carrère, è la voglia, anzi, la determinata convinzione in me di voler raccontare persone, luoghi, fatti vivendoli e cercando una prospettiva diversa. Cercandola o accettandola se proposta da chi si incontra e che, a volte anche non molto educatamente, ci mette in mano una chiave arrugginita per aprire la nostra mente.

Non ho ancora le idee chiare sulla Giungla, e su Calais. Il libro Adelphi ha aggiunto una voce alla lista di quelle già lette e sentite. Ha arricchito il quadro di altri colori, cupi e vivaci, senza però dargli quei contorni nitidi che forse mai avrà, realtà in evoluzione come è, in balia di idealismi e interessi contrastanti.

Ho le idee chiare su ciò che desidero siano le parole che mi attraversano, fuoriuscendo da penna o pollici-su-touchscreen. Che siano narrazione di un punto di vista non scontato, siano ricerca del testimone o del coinvolto da ascoltare e a cui dar voce. Che siano una, una delle tante, prospettive, siano l’opportunità per me, innanzitutto, e per chi legge, di fare un passo di lato, o indietro, o una leggiadra capriola, per osservare lo stesso panorama in modo nuovo. Con tutta la libertá di tornare al punto di prima, ma ormai diversa, più ricca, forse più dubbiosa e insicura, orfana della “verità unica” che credevo di avere in tasca. Sicuramente più viva.

CALABRIA IN CAMMINO, CON LEA


La scelta di Lea è un atto che nella mia vita continua a intrecciarsi con eventi apparentemente slegati al contesto e al significato di quanto esso esprime. 

Si avvicina, irrompe, mi sfiora, mi da di gomito ammiccando, mi da una sberla in sere di scoramento. 

“La scelta di Lea” (Melampo) é il libro di Marika Demaria, un eccellente racconto che amo per il pragmatismo profondo e allo stesso tempo accessibile. Sì, perché nei tanti libri impegnati con tutte le buone intenzioni a parlar di criminalitá organizzata dai piú differenti punti di vista, raramente ho trovato l’accessibilità che può vantare La scelta di Lea. Quella che non svilisce il contenuto, né i valori, anzi, non presentandoli come concetti comprensibili solo ad un’élite, li valorizza. Li distribuisce, li rende comunicabili anche a me che esperta non sono, ma che La scelta di Lea ce l’ho proprio nel cuore. 

Ci penso e mi afferra le viscere. Come mai proprio Lea? Trovo parte delle risposte nel libro di Demaria e nella sua prefazione firmata da Nando Dalla Chiesa. In parte nel mio personale rapporto con il concetto di “scelta”. 

Ho riletto pochi giorni fa La scelta di Lea mentre Valerio e Valentino di Libera Monza e Brianza facevano la valigia. Per una CALABRIA IN CAMMINO, CON LEA. In venti tappe o poco più gireranno la regione dove Lea Garofalo é nata, per incontrare gli autori di scelte coraggiose come quelle della donna i cui resti sono stati trovato a poche centinaia di metri da casa mia. A San Fruttuoso, frazione di Monza. 

Ho scelto di raccontare l’avventura di Valerio e Valentino, con una pagina Facebook perché sia partecipata, aperta, informale, ACCESSIBILE e condivisibile

Si chiama CALABRIA IN CAMMINO, CON LEA (@calabriaconLea)

Venite con me? 

Curiosa, con sneakers dalla suola piatta, sporche di smog milanese e di fango brianzolo, faccio i primi passi verso sud, virtualmente, accordandomi con i due che li faranno realmente.

Ancora una volta La scelta di Lea

Ancora una volta la scelta di dare parola a ciò che mi emoziona senza pensare ad audience, SEO, impreparazione e seguito mediatico.

É La mia Scelta. 

Le origini di questa idea sono da cercare in questa serata. (Cliccare per sapere)

Una bel contributo lo ha dato anche il libro di Nando Dalla Chiesa che ho recensito per Omnimilano qui. Si intitola “I fiori dell’oleandro” (Melampo) .