THE “CATS” ARE IN MONZA 

Sfondo stazione, primo piano azione, pubblico ammirazione per “Cats” messo in scena da OperàPopulaire, una compagnia composta da una trentina di performers tra cantanti e ballerini, 21 musicisti e quasi altrettante persone che organizzano. E stavolta al teatro Manzoni di Monza sabato e domenica scorsa, 6 e 7 maggio 2017, hanno organizzato due serate magiche. 

Aggettivo gettonato, inflazionato, “magiche”, ma non si può che definire magia ciò che accompagnava i performers in queste due sere sul palco raggiungendo gli spettatori. Spettatori di ogni età e gusti, dai bambini, ai canuti, donne e uomini e, a parte qualcuno “sgamato” a controllare i risultati delle partite sul cellulare, non trascinati dalle compagne, della serie “stasera mi porti a teatro che c’è Cats”.

Diviso in due atti, terminato poco prima di mezzanotte, Cats ha richiamato chi “non me lo voglio perdere”, chi “stavolta vado, dai, che sembra carino”, chi “ne parlano tanto, vediamo come è davvero”, e anche chi “Cats? Me lo rivedo volentieri, è anche comodo-comodo a Monza”.

Personalmente ad attirarmi, amore per i gatti e conoscenza dello spettacolo a parte, è stata la compagnia. Operà Populaire: composta di giovani, numerosa, con una presentazione frizzante e una organizzazione che si percepiva al volo friendly e moderna. 

“Andiamo a vedere cosa portano in città” mi sono detta e così è stato. Dalla platea del teatro Manzoni che quest’anno mi ha già regalato delle bellissime sorprese, mi sono goduta uno spettacolo di alta qualità, appassionante e messo in scena con passione. Ballerini e cantanti bravi, che hanno voluto dare priorità alla qualità. Nessuno ha scimmiottato, nessuno ha mostrato timore reverenziale nei confronti del titolo “importante”. Dritti alle meta, dritti alla scena, concentrati e uniti, e attenti ad offrire al pubblico, nel qui e ora, il miglior “Cats” possibile della Operà Populaire. 

Per me lo spettacolo è iniziato prima delle 21, quando, passando davanti alla porta di servizio del teatro per raggiungere una amica all’entrata, ho incrociato due “cats”, nel buio, viso dipinto, passo felpato. In perfetta sintonia con la notte, con l’atmosfera del vicolo, con lo spettacolo che ne è seguito. Questo imprevedibile ma gradito incontro ha certamente influenzato la mia partecipazione allo spettacolo sporcando la linea a volte limitante tra realtà e finzione, e avvicinandomi a quella vecchia stazione polverosa che ospitava le battaglie e le discussioni feline. Il cerchio si è chiuso quando ho accompagnato l’amica in stazione, ritrovando la stessa location ma senza gatti, un poco più moderna, con la musica dell’Operà Populaire ancora nelle orecchie tanto da lasciare spenta la radio. E la speranza bambinesca di incontrare, fermandomi qualche minuto in più, nella notte umida e piena di “steam”, Jennyanydots o Skimbleshanks. 


FUORIPOSTO IN PRIMAVERA 

Aliide egoista, gelosa, chi la vorrebbe come amica? Pochi, forse nessuno, ma come protagonista del romanzo “La Purga” di Sofi Oksnen, ha riscosso un grande successo nel gruppo di lettura fuoriposto organizzato dalla libreria Virginia e Co (via Bergamo,8-Monza). Pubblicato in Italia da Guanda, questo libro finora è passato in sordina nel Belpaese mentre all’estero si è trasformato in “caso letterario” diventando spunto anche per spettacoli teatrali. 

Siamo in Estonia, siamo nel 1992, e l’autrice abilmente ci introduce nella storia di una famiglia e nella Storia di Paese raccontando il quotidiano. Un quotidiano femminile in cui le donne si passano la parola di generazione in generazione, di scelta in scelta, proponendo una varietà di punti di vista, a chi legge, che non annoia mai. 

A catalizzare l’attenzione c’è Aliide, non certo per il fascino e l’ammirazione che suscita, anzi. Nel gruppo di lettura i sentimenti emersi nei suoi confronti sono tutti piuttosto negativi ma con sfumature diverse. Questa figura pone a chi legge molte domande e permette di scoprire le proprie reazioni di fronte ad un comportamento geloso, invidioso, sofferente, testardo, egoista. La si condanna, la si compatisce, la si odia, la si mette comunque in discussione prendendo coscienza di ciò che una persona del genere può suscitare anche nel proprio quotidiano. 

Con un susseguirsi di storie di famiglia e di piccolo paese, l’autrice ha anche la grande abilitá di riuscire a parlare della storia di un paese che non è certo una delle più note per chi ha studiato la storia seguendo il programma scolastico ministeriale. 

E poi ci sono le mosche, onnipresenti, fastidiose. Ronzano, danno una sensazione ossessiva di sporco dentro e fuori, in casa e nell’animo di Aliide, che fa spesso rabbia per le scelte e l’atteggiamento che mostra. Ogni fuoriposto legge a modo proprio i suoi modi di fare e il confronto della serata fa emergere come ciascuno ha interpretato le decisioni della donna immaginandone pensieri e sensazioni. A pochi non piace lo stile – fastidiosio – per la maggior parte invece capace di descrivere con minuziosa delicatezza ambienti e gesti che appartengono a tradizioni poco note. Sapori, attrezzi da cucina, ortaggi e orpelli.

Non azzeccata la copertina, fuorviante il titolo, ma “La purga” resta un romanzo da leggere.

Con tanto di ballottaggio é stato scelto “Bella era bella, morta era morta” di Rosa Mogliasso (NN Editore) . Ne parliamo il 18 aprile alle 21.

Gli altri titoli proposti in serata sono stati:

  • Fantasma di Davide Peace (Il Saggiatore)
  • Erranti senza ali di Philip Shultz (Donzelli Editore)
  • Un’accusa imbarazzante di Josephine Tey (Nottetempo Edizioni) 

“HER”, lei di lui, lui di lei

Lui resta senza di lei, her: non è il suo unico lui, lei è virtuale e replica un modello di relazione con altri suoi utenti. Lui era l’unico lui di lei ma di un’altra lei, una lei che gli rimprovera come lui si rifiutasse di vivere e affrontare le imperfette contingenze di una relazione reale. Le occhiaie gli scazzi le cene rimandate le tensioni le macchie di dentifricio sul viso le posate posate storte sulla tavola preparata mentre si termina una telefonata. Lo zerbino storto, lo strofinaccio appeso al gancetto al centro quando si è detto che doveva stare a sinistra.Lui è stato lasciato dalla lei reale, la rivuole ma ne ricorda solo i momenti di estasi romantica, sospesi, privi di fondamenta se lasciati senza quei basilari elementi concreti e quotidiani ben meno poetici. Lui é stato lasciato anche dalla lei virtuale: si trovava bene, inizialmente, quando lei – tabula rasa – si sviluppava in automatico nutrendosi solo degli input di lui. Quando ha iniziato a interagire con altri lui reali, si é discostata dalla lei ideale di lui e lo ha lasciato. 

Virtuale e reale. Senza essere un sistema operativo on line capita di essere intesa e desiderata come una lei che risponde agli ideali di un lui, un lui che si è fatto una idea di una lei, la associa al tuo profilo e alla tua immagine di copertina e ci ricama sopra, sordo a ciò che é, pensa e vive chi a quel profilo corrisponde. Capita che si creino rapporti che pretendono di continuare a immaginarti come lui desidera e ha bisogno che tu sia, di ricevere risposte coerenti alle aspettative di lui. Sono rapporti che allontanano dalla vita reale ma soprattutto da chi siamo noi. “Mi dispiace ha sbagliato numero, non conosco chi sta cercando” rispondevo fermanente da piccola impugnando la cornetta tondeggiante del telefono oggi vintage, Sip, grigio, di bachelite. Così rispondo ancora, su touch screen, con uguale pugno. 

L’amica di lui, lei, un’altra lei ancora, scrive una storia secondaria ma che da la chiave del film, pur restando in sordina fino all’ultimo quarto di pellicola. Questa lei lascia il marito che la vuole perfetta, perfetta secondo lui che a priori me sa più di lei. La lei perfetta di questo marito é una utopia, é irraggiungibile, mantiene una distanza costante dalla lei ideale che lui ha affianco, al di lá di chi lei sia e diventi. Lui ne sa più di lei per principio, vive per correggerla, la ama finché e solo se può farlo. Lei lo molla per essere. E spiega, alla mia circa età, adesso mi sono rotta, non so quanti altri momenti ho davanti, voglio vivere quelli presenti con gioia. E non con lui. 

Soli, il lui lasciato dalla sua lei reale e poi dalla lei virtuale non più sua, e la lei che ha lasciato il suo lui per essere reale lei, si ritrovano amici su un tetto di Los Angeles. Al crepuscolo. 

Questo è HER. Un film di Spike Jonze. 

CON-NESSI È MEGLIO 

 Ti lascia senza parole, perché non se ne riescono a pronunciare più, senza mettersi a pensare a quali nessi esse nascondano se pronunciate in fila, o spezzate, o sillabate, o se affiancate in fortunate e studiate combinazioni. Le parole, adorate, sono plastiche e irriverenti, a volte ribaltano la realtà prima ancora che esca dalla bocca, altre invece la amplificano mettendoci una pulce nell’orecchio su ciò che è sempre stato sotto ai nostri occhi ma che non ci ha mai fatto storcere il naso. Alessandro Bergonzoni è un Re Mida del verbo, e anche del nome, del pronome, dell’avverbio e della preposizione. Sul palco di un teatro, dategli una luce e una scenografia di incubatrici con all’interno un copione e lui lo nutrirá con il suo genio fino a svezzare i concetti racchiusi in esso, compressi in singole frasi, spargendo parole che in un pubblico attento diventano mine a grappolo capaci di infrangere anche vetri doppi di indifferenze e pigrizia mentale  

Inizia immaginando “Funerali per viventi, senza ceri ma con molto ci sono” e poi Nessi fino alla fine, alla fine che non è fine ma è il fine, quello di aprire le menti prima che lo spettacolo si chiuda. E mi chiedo come farò a non guarire mai più dalla patologica passione di giocare coi lemmi trovando nessi tra significati, suoni e pensieri. I migliori nessi sono quelli inaspettati che svelano chi siamo e cosa amiamo, dove la mente trova una via di fuga dalla censura interiore arrampicandosi tra lettere e fonemi come un evaso tra le righe e tra le sbarre. 

Con-Nessi è meglio 

AltriPercorsi. Teatro Manzoni di Monza. Una rassegna ispirante che prosegue con AltriPercorsi, a tappe, QUI IL PROGRAMMA.

NUMERO UNDICI #FUORIPOSTO 

Numero Undici di Jonathan Coe, tra i #fuoriposto, gruppo di lettura della libreria Virginia e Co (Monza) 

Foto di Giovanna Canzi

Perché poi quei ragni? Partendo dal finale, che non sveleremo, si è discusso di Numero Undici concordando che “è un libro che consiglierei” ma sbizzarrendoci fantasiosamente sugli “anche se” raccogliendone anche di opposti. Jonathan Coe si è dimostrato, per chi lo conosceva già, confermato, un abile tessitorie di trame. Nel suo nuovo romanzo ha toccato tutti i temi più scomodi e attuali senza tirarsi indietro. Concentrandosi sul potere, sul mondo dello spettacolo, dei media e della politica, non ha trascurato amore, omossesualità e rapporti familiari, distribuendo tra i suoi personaggi questi ingredienti in modo che nessuno rimanesse troppo vuoto o contradditoriamente “pieno”. 
Ma?  
Foto di Giovanna Canzi

Perchè questa trovata finale? Per alcuni “non sapeva come terminare il romanzo”, come se si fosse stancato e avesse voluto frettolosamente chiudere e consegnare il malloppo all’editore. Molti si sono chiesti perché, pochi, ma qualcuno c’è stato, hanno trovato una risposta. “Il declino che si è trovato a descrivere a quel punto della storia era così terribile che ha dovuto ricorrere a creature ‘fantasy-horror’, sentendo che il sarcasmo pungente di sempre non sarebbe bastato”. È una interpretazione, possibile, un alibi che vede un Coe che ha scelto e non che è scivolato, in parte anche giocando sul fatto di poter contare sull’affievolirsi dello spirito critico nei suoi confronti sia da parte dei suoi lettori sia da parte dei suoi editori. 

Anche lo stile ha deluso, con frasi a volte banali soprattutto se firmate da una penna che in altri romanzi ha fatto sognare per la sua acrobatica armonia sempre essenziale e allo stesso tempo capace di magie. Soprattutto nella parte iniziale, quando il mondo di Numero Undici è visto con gli occhi di una ragazzina, la prosa non si può dire ricercata. C’è chi ci ha fatto caso, chi ne è rimasto turbato, chi, catturato dalla storia, ha tirato dritto fino alla parte più intensa e interessante del romanzo. Ragni giganti o meno, Coe non ha mancato di coraggio nell’entrare nel merito del marcio della propria Gran Bretagna, anche firmando un finale discutibile e che ci ha fatto discutere mettendo in luce una volta di più come le stesse righe facciano vibrare corde differenti in ogni lettore. 

Il prossimo appuntamento #fuoriposto è martedì 7 marzo alle 21 alla vineria Bohème di via Bergamo. Con il libro LA PURGA di Sofi Oksanen

Il titolo pubblicato, in Italia da Guanda, ha vinto contro Cortocircuito di Yehoshua Kenaz (Nottetempo) e Questa vita tuttavia mi pesa molto di Edgardo Franzosini (Adelphi).

La precedente puntata #fuoriposto potete leggerla QUI 

VOLEVO SOLO ANDARE A LETTO PRESTO

Una frase che penso spesso ma non cedo mai, non la dico. Mi controllo. Proprio come ha il vizio di fare Agata, fino a quando Chiara Moscardelli non decide di scardinare la sua vita infilandoci un uomo. No, no, non il belloccio che le strappa il cuore, non il principe azzurro che doma un bianco destriero con una mano e l’animo selvaggio di Agata con l’altra. No, un uomo più complesso quasi di lei, con un passato irrisolto e un presente che non promette, almeno sulla carta, un futuro su cui farci la firma. “Volevo solo andare a letto presto” è il titolo, e calza alla perfezione con il mood con cui mi sveglio, stropicciandomi la faccia cercando di distrarmi con il radiogiornale per non fare il conto esatto delle ore di sonno e uscire con una faccia molto simile all’icona di terrore di whatsapp. 

Agata lavora nel mondo dell’arte, con risultati da molti apprezzati, ma gran parte delle sue energie, per lo meno mentali, sono impegnate nel resistere alla vita. Nel mantenere a temperatura freezer il proprio cuore. Nel cercare di andare a letto presto, e “ciao a tutti”, aggiungerei. Ad animarla non è uno spirito da femminista agguerrita, “io sono mia”, e nemmeno di protesta, non è emancipazione e nemmeno voglia di stare isolata. Agata ha una amica con amante maturo, Giulia, e due amici, Luca e Guglielmo, una coppia gay, va d’accordo con la collega Martina, la persona più pragmatica del libro, e con la madre Rosa riesce a gestire un rapporto che, nella sua eccezionalità, non è mai privo di affetto. 

Agata ha paura di essere quella che è. Quindi? Moscardelli non la prende di petto, la coinvolge in una storia interessante, prende alla larga il suo impuntarsi davanti alla vita senza dare lezioni ma regalandola una avventura da vivere. La scelta, la lascia comunque a lei, ad Agata, che non manca di resistere e di accennare a dietro front. Ipocondriaca e ossessiva, ma dotata di grande autoironia, Agata sfugge a sé stessa, elude il proprio autocontrollo, anche fidandosi di chi le sta attorno che, come Moscardelli dall’alto del suo ruolo di autrice insegna, sa come prenderla e non le fa romanzine. Neppure lo psicologo, men che meno la madre che, più che pillole di saggezza, le regala pietre dai magici poteri. Compresi quelli contro le emorroidi, che non si sa mai. 

La trama di “Volevo solo andare a letto presto” è quella di un film d’azione e come tale non va neanche accennata, per come sono fatta io lettrice. 

Il mondo dei collezionisti di arte e di aste mi ha fatto pensare al Geneva Free Port. Lo conoscete? È un deposito vicino all’aeroposto di Ginevra in cui sono custoditi capolavori d’arte di privati. Restano inaccessibili ai più, nella pratica anche agli stessi proprietari. Un po’ come le parti di noi che teniamo sotto controllo, lasciando intorpidire i muscoli del cuore. 

È il primo libro che leggo di Moscardelli, non sarà l’ultimo, alternerò altri suoi titoli ad altri lasciandomi piacevolmente scompigliare dalla sua voce. Una voce che nei ringraziamenti conferma la sua forza soffice e fresca: leggerli è chiudere il cerchio, gesto che anche Agata ha imparato a compiere e io con lei. 

Volevo solo andare a letto presto è un libro Giunti Editore e a questo link potete trovarne un estratto.

ALLUCINAZIONI DA #fuoriposto

Un libro che ha rasserenato, rincuorato, informato. Ad alcuni non ha entusiasmato. Questo se letto in solitudine, in attesa dell’appuntamento dei #fuoriposto , l’ultimo dell’anno 2016. Lo stesso volume, messo nel bel mezzo di un gruppo di lettori dai gusti, dalle età e dai vissutu più vari, ha acceso una vivace discussione sui confini tra pazzia e “normalità”. Il titolo è Allucinazioni e lo ha scritto nel 2013 Oliver Sacks, noto neurologo se non anche scrittore morto nel 2015 e reso famoso nella comunità dei lettori non tecnici dal libro “L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello”. A pubblicare, il libro “miccia” della dibattito dei #fuoriposto e il titolo noto, è sempre Adelphi. Ci si chiede a tratti anche perché una casa editrice così mette sugli scattali dei librai e dei bibliotecari, avvolto nella sua sobria copertina, un saggio divulgativo sulle allucinazioni non legate a problemi psichici come fosse uno dei suoi tanti titoli più narrativi. Questo per alcuni strambo gesto non è da far passare sotto silenzio perché, tacito e già compiuto, pone interrogativi che si ripropongono al lettore non esperto in neurologia mentre sfoglia i casi raccontati da Sacks. Ciò che colpisce, piace e da a volte perfino una sorta di sensazione di sollievo, in Allucinazioni, è come l’autore racconta le storie delle persone in cura. Lo fa con rispetto, senza negarne la malattia, ma riconoscendo loro comunque il diritto di essere descritte, e ancor prime ascoltate, poi comunicate, senza cappelli introduttivi intrisi di etichette e pregiudizi. Uno per tutti l’esempio della anziana spaventata dalle proprie allucinazioni: ma che mi sta succedendo? Sacks, facendole quasi comprendere ciò che avviene, la porta a convivere con il fenomeno senza restare terrorizzata a vita. Non è sola, ha allucinazioni, ma non è sola a lottare in un terreno dove i confini tra reale e non, sono stati cancellati dall’età. Oppure da problema chimico, dalla mancanza di sonno, da sostanze assunte.

Ci sono lettori che vedono Sacks come un vero e proprio “scardinatore” del confine tra “sintomo e patologia”, uno che mette in chiaro che chi ha allucinazioni “non è pazzo”. Il fatto che una cosa escluda l’altra, è stato al centro di un lungo dibattito #fuoriposto , certo è che questo neurologo da poco scomparso è in grado di aprire gli occhi di chi è interessato, su un capitolo di allucinazioni poco raccontate. Mai raccontate con uno stile come il suo, tecnico ma anche divulgativo, non privo di basi scientifiche (dati anche i rimandi a testi di studi).

Non ha coinvolto tutti, molti si sono chiesti, dopo questa sfilata di casi di allucinazioni, “e quindi?”. C’é chi, terminato il libro, non ha che preso atto del “mistero del cervello, di quanto poco ne capiamo e di quanto poco ne capiscono ancora i dottori”.

Il prossimo incontro dei fuoriposto sarà il 17 gennaio 2017. Pur essendo giorno di falò, quelli di Sant’Antonio, da tradizione, non bruceremo libri, ma sarà un dibattito immagino di nuovo acceso. Attorno al libro di Jonathan Coe: NUMERO UNDICI (Feltrinelli). 
Altri libri proposti sono stati 

– La vita immortale di Henrietta Lacks (Rebecca Skloot) Adelphi

– Dolorose considerazioni del cuore (Sandra Petrignani) Nottetempo Edizioni

– Bella era bella, morta era morta (Rosa Mogliasso) NN Editore

PENELOPE FA LA COSA GIUSTA 

Non ne faccio una questione di genere, neanche di geografia politica e men che meno di sospettabili assonanze caratteriali. E non me ne faccio una ragione, non ancora, ma questa Penelope Poirot mi ha conquistato.Spuntata con tutto il suo essere tracagnotta e immodesta, al fianco di una Velma che si stava candidando a diventare il mio esempio di zitella orgogliosa e bastante a sé stessa, con una mossa “alla Poirot”, Penelope ha conquistato la vittoria tra le pagine e nelle pieghe a me stessa ignote del mio cuore. 

Oscuri i percorsi che l’hanno portata a raccogliere la mia simpatia, che amo stillare con parsimonia quando si tratta di personaggi letterari, per lo più se petulanti e pieni di sé come questa Penelope. Oscuri gli incroci relazionali che Becky Sharp ben cucina in un romanzo pubblicato da Marcos y Marcos, un mistery che ci porta negli anni ’90 perché quella attuale non è più un epoca di misteri: troppa tecnologia, siamo tracciati tanto quanto “spersonalizzati”. 

É un vero mistery di quelli che non si trovano facilmente, che profuma di vintage quanto quegli armadi pieni di piccoli oggetti trionfanti nel loro splendore genuino e retrò. 

Penelope Poirot fa la cosa giusta. È il titolo. È un’affermazione che ci accompagna prima guidati da Velma, la sua assistente, poi dalla stessa Penelope, per tutto il romanzo, fino allo sciogliersi del mistero. E non accade – questo è il vero mistero alla Becky Sharp – che una volta distribuite le responsabilità di morti e feriti, il fascino dei personaggi svanisca. Eh no! Anzi, cresce, e strattoneresti Becky Sharp se non fosse così simpatica e sferzante, per farti dare subito la bozza del prossimo Penelope’s Mistery. É questo il mistery vero e prezioso che la donna che si firma Becky Sharp tiene in pugno, piú del suo vero nome e della sua personale vita: lei ha creato Penelope!

“Leggete, leggetemi”, pare dire – sembra che ci saranno nuove “cose giuste” fatte da Penelope – “tanto non saprete come ancora vi terrò incollati ad un rettangolo scritto, divertendovi e intrattenendovi, senza farvi notare troppo tutte le pesanti e azzeccatissime critiche che metto in bocca ai miei personaggi”. 

Altro motivo per cui Penelope è irresistibile: non risparmia nessuno! E i tanto, tra un capitolo e l’altro, si regala elogi e vizi a non finire, piccoli ma estremamente di classe, come le caramelle alla violetta di cui è dipendente. 

Quelli che io cerco la pace interiore e l’armonia globale

Quelli che io mangio sano mi curo sto bene e sono in equilibrio perché sono quello che mangio e quello che bevo e quello che …

Quelli che chi si condede uno sgarro, cede senza merito e

Quelli che…

Sono quelli che potrebbero ritrovarsi nel libro e con un certo fastidio riporlo in mensola affibbiando a Penelope e al suo tono non proprio delicato, la responsabilitá delle proprie scelte con cui sperano di autoconvincersi di essere un po’ meglio della media. 

Penelope non ha alcun dubbio, d’altronde, Penelope fa la cosa giusta. 

Non sono una raccontatrice di trame, e in questo spazio dove non sono obbligata a rispondere alle 5 W del giornalismo e a indicare le coordinate, amo raccontare la mia esperienza di lettrice. Trovate la mia recensione QUI

Andateci, leggete la trama, se proprio siete di quelli che devo sapere tutte le fermate del treno per salirci a bordo. Io no, io sono salita perchè ho visto chi ci è sceso a viaggio compiuto soddisfatto, ridacchiando e con lo sguardo furbetto da chi ha fatto la cosa giusta. 

CHIRÙ


Chirù. Un libro regalato sulla fiducia, nei confronti di una brava libraia e dell’autrice stessa, spesso letta su giornali e social. Un titolo rimandato per una quarta di copertina che ammiccava ad argomenti di cui non avevo voglia di riempirmi gli occhi. Di cui temevo di entrare nel merito. Poi, è arrivato il momento. “Chirù“. 

Chirù. Una copertina e un suono che nella quiete dell’agosto in città, “dai, ascoltami” mi hanno detto. Dall’incipit, c’è stata massima intesa. Prima di capire cosa mi stesse raccontando, il solo suono delle parole di Michela Murgia ha raggiunto quella parte di me che se ne stava assopita attendendo stagione migliore, quella dei sentimenti. Non la primavera ufficiale, ma la prima vera volta che ci si lascia andare. 

Se la quarta di copertina mi aveva fatto immaginare la storia sporca di una tardona incapace di decidere di sé stessa e assillata dal ticchettare dell’orologio biologico inesorabile, no. Mi era fatta una idea totalmente errata ed è stato subito evidente. Con la stessa determinazione con cui mi ero tenuta lontana dal libro finora, ho perseguito la sua lettura plaudendo all’autrice che neanche in una riga ha inciampato. Mai nel ritmo e nello stile, mai nelle scelte narrative e umane. Sì, umane, perché la sua protagonista è viva, potente, imperfetta. 

Esplorandone infanzia e adolescenza, accompagnandola nella sua quotidianitá adulta di passione, per uomini e lavoro, non si può che rimanerne affascinati. Non è amore, non è ammirazione, ma è una sorta di vicinanza nella totale diversità caratteriale quella che mi ha spinto a leggere Chirù tutto d’un fiato e a consigliarlo a molti amici. 

È una storia lontana ma vicina a ciascuno di noi, in cui non ci si identifica ma ci si ritrova, grazie anche ad una scrittura così musicale da far vibrare le viscere in risonanza con i loro proprietari, noi, che lo vogliamo o meno. 

UN’ALTRA AMERICA

Un’altra America. Ma quale delle tante altre che ogni giorno ci spiegano, ci proiettano, ci illustrano? Alberto Giuffré ci porta nella sua, e non ce la racconta, perché per scriverne un libro, pubblicato da Marsilio, se l’è andata a visitare, città per città. Non solo. Il viaggio, lo ha studiato a tavolino con un lavoro di documentazione e selezione certosino e intelligente per poi andare a colpo sicuro una volta sul posto. E colpirci. 

Le pagine scritte da questo giornalista, evidentemente appassionato di musica e di viaggi, sono intensamente sorprendenti. Catturano con la bellezza sincera di chi non ha bisogno di urlare cosa ha scovato chissà dove, perché conosce il valore dello svelamento, è consapevole della delicatezza con cui vanno trattate le storie di vita. Sa, Giuffré, che farne “un caso umano”, significa buttarle in pasto a chi non ne sentirebbe il sapore. E allora eccolo che con la gentilezza di chi ama ciò che fa, che vede e che scrive, raccontarci Rome, Milan, Naples, Venice, Florence, Palermo, Verona, Genoa. Queste omonime di otto città americane, sparse negli Stati Uniti, non sono le uniche: lui ha scelto quelle che possiamo leggere in Un’altra America per costruire un libro polifonico e vario, coinvolgente, che non annoiasse con i luoghi comuni e gli stereotipi ma allo stesso tempo non ne fosse totalmente privo, perché gli USA sono anche quello. Non solo ma anche. 
Con un approccio inclusivo, uno sguardo che sa ascoltare e tanta pazienza impertinente, Giuffré ha girato in lungo e in largo la terra delle grandi promesse, oggi in pieno clima elettorale. I suoi tragitti sono meravigliosamente illustrati nel sito www.unaltraamerica.it con tanto di video, immagini e cartina. C’è da perderci un giorno intero, ma non prima – io consiglio – di dedicarci al libro. Sfogliare le sue avvenutere mette addosso una irresistibile e sana voglia di fare le valigia. Non per partire tanto per andarsene, ma per raggiungere e conoscere un altro luogo. Un’altra versione di un luogo noto. Un altro sé stessi in un luogo ignoto. 

Una silicon valley nel deserto, un laboratorio di cibo sano, manager trasferiti con famiglia a seguito, templi dimenticati della musica. Persone e paesaggi, in cui trascorrere le vacanze senza partire, o partendo due volte. Tornando, con il bagaglio di souvenir da Un’altra America.