RICCARDIN DAL CIUFFO, vola 

Capacitá di stupirsi, contemplazione, osservazione, silenzio e, in fondo, coraggio, molto, di essere, di amare, di farsi amare. Ma non è una fiaba, “Riccardin dal ciuffo“, o se lo é, lo è alla maniera di Amélie Nothomb quindi estranea ogni statuto interno a questo genere letterario. 

Altea e Deodato – nomi sempre che contengono universi da esplorare, i suoi (e vi prego fatelo!) – tracciano due esistenze totalmente fuori contesto, chi in un modo e chi nell’altro, e si ritrovano nella perseveranza dell’aver proseguito nel loro essere sé stessi nonostante l’esclusione e le prese in giro di coetanei e conoscenti. Ed ex partner. Non una perseveranza “contro” altri ma “per” sé stessi: forse non potrebbero entrambi essere diversi da cosí. 

Lei bella e silenziosa, presa per stupida fa tutti tranne che dalla nonna. Lui brutto da spavento, intelligente perché sa ascoltare e percepire il battito di ali, anche quello delle persone.

In aria, ove non c’è la pesantezza del giudizio, ove gli uccelli sono più a proprio agio delle persone e tutti noi abbiamo tanto da imparare, Altea e Deodato si ritrovano. “Riccardin dal ciuffo” non è una storia d’amore, racconta due percorsi di crescita che hanno uno sfociare comune. 

Non ha nulla di romantico e ben poco di magico: é un libro sulla solitudine e sull’incomprensione ma soprattutto sulla determinazione. Quella che i due protagonisti hanno nell’atto di essere autentici

“La libertá degli uccelli non riposa in alcuna spensieratezza. Ciò che l’uccello ci insegna é che possiamo davvero essere liberi, ma é difficile e ansiogeno. Non a caso questa specie sta sempre sul chi va là: la libertá è angosciante. Ma al contrario di noi, l’uccello accetta l’angoscia”.

Pubblicato da Voland Editore il libro è tradotto da Isabella Mattazzi.


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CONFESSIONI AUDACI DI UN BALLERINO DI LISCIO

Ha la capacitá di farti entrare subito in confidenza con i suoi protagonisti, togliendosi di mezzo -anche se poi dal vivo è cosí luminosa che è impossibile non notarla – e lasciandoti vivere in prima persona la storia che si é inventata. Inventata? Forse, ma non è detto. É talmente palpitante e reale, la sua, a portata di un viaggio in auto, che risulta più che altro un mix di storie vere rielaborato con l’intelligenza del cuore. Me la immagino con un sorriso “birichino” sul volto, girata a tre quarti, che cucina le vicende altrui con una ricetta tutta sua, per poi servirtela avvolta in una bella copertina di Baldini & Castoldi.

Lei è Paola Cereda. Non riesco a chiamarla scrittrice perché parrebbe di rinchiuderla in una gabbia dalle stanghe sottili ma fitte, privando chi ancora non la conosce della possibilità di farsi venir voglia di incontrarla di persona.

Il suo nuovo libro, che ho letto con ritardo voluto, rispetto alla sua uscita, si intitola “confessioni audaci di un ballerino di liscio“. Frank Saponara.

Per metà libro nella mia testa ho sempre storpiato il titolo, in “confessioni di un ballerino audace” per poi accorgermi che avevo ragione, in fondo, a definire cosí il protagonista, un 50enne che gestisce un locale di liscio, una balera, per intenderci, in un paesino che si affaccia sul Po, nel Polesine.

Conoscendo Paola e i suoi precedenti libri, tutti con al centro delle donne di carattere, tranne il primo “dell’Alfredo”, mi sono chiesta come si sarebbe rapportata con un uomo messo al centro del suo volume, da far agire, da far reagire, da fare in fondo anche un po’ amare dai suoi lettori, al di là delle antipatie personali. Lei lo ha inserito in una costellazione di donne, di “sue” donne, ex amanti o fidanzate. “Sue” per modo di dire perché approfondendo la storia e l’animo di Frank, é più che altro lui ad essere loro che loro ad essere sue.

“Confessioni audaci di un ballerino di liscio” non è un libro ad una sola voce: pur non lasciando mai Frank agire fuori campo, riesce a tenere una dimensione corale della narrazione e, a colpi di dialoghi e brevi digressioni, dipinge un paese e un Paese. Il paese di Bottecchio, con i suoi abitanti e le loro abitudini, l’inerzia rispetto al cambiamento, anche solo nelle piste da ballo, e le mentalità che poco intendono aprirsi al mondo lontano dal Po. Stando a Bottecchio, con rari e solo accennati azzardi fuori confine comunale, il romanzo racconta tutta l’Italia, che è paese, Paese di paesi e di persone, abitanti di un piccolo borgo o che, se abitano in una metropoli, il piccolo borgo se lo ricreano nel quartiere, on line, in ufficio o al bar. Il piacere di stare in comunità, di essere parte, di individuare figure chiave con un chiaro profilo, a cui rivolgersi, su cui poter contare, per un consiglio, per un bacio, per una notte d’amore da scordare al mattino, per sentirsi dire che abbiamo fatto un errore e non possiamo tornare indietro. Ma scegliere di cambiare camera e mettere tende nuove, dipingere la vecchia e iniziare a ballare il liscio in due davvero, quello sì. Come Frank, Frank Saponara, quello che “ha avuto tante donne quante sono le mazurche che ha ballato”.

FUOCHI FUORI

Fuochi fuori, e dentro, dentro di me e dentro casa, immaginarli.

Inizialmente è tristezza, poi è gioia nell’immaginarli colorati e vivi

dalle forme desiderate, con ritmo imprevedibile

Ogni diverso suono, evoca una luce che procede verso l’alto

o lateralmente.

Impotenza nel non poterli vedere, poi, felicità nel poterli creare nella mia mente

senza dover rendere conto a nessuno.

Spiegare, giustificare, difendere quanto creato per gusto e puro mio diletto.

Oggi sono una Donna al balcone.

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Donna al balcone è un quadro di Carlo Carrà, lo ha dipinto nel 1912, nel suo periodo futurista.

IL NOME, UN LAVORO. DIGNITÀ

“Grazie a lei, buona giornata!”

“Eh no cara”

Avrò sbagliato a pagare, ho pensato. Mi giro, pronta ad un mea culpa, “sono sbadata, mi scusi”

“Io sono Donatella. E dimmi ciao!” ed è così che “la cassiera del Super che becco spesso” si è trasformata in Donatella. Occhi vispi, solo rimmel e un filo di eyeliner percepibile solo da chi lo mette di suo. Voce vispa, anche alla domenica mattina, quando guarda storto chi alle 9.10 le fa passare in cassa una dozzina di birre divise in due cartoni e un tavernello, per poi bersele tutte girato l’angolo.

Donatella anima la cassa senza obbligarti ad intrattenere conversazioni inutili. Parla di appretto con chi acquista cose per fare i mestieri, consiglia biscotti “secchi ma buoni” alle anziane che comprano il latte, alle badanti mostra gli sconti convenienti e … con me discute di fatti di cronaca nera. Non che io compri armi, ma sa che ne scrivo, e allora commentiamo assieme gli ultimi morti, “e lo so che non sei cinica ma che per mestiere non puoi mica stare male per tutti” mi rassicura.

Davanti a me una domenica mattina c’era l’addetto alla sicurezza del vicino negozio di vestiti. Un uomo alto alto con la pelle scusa scura, con un sorriso enorme davvero e una espressione di pazienza, determinazione e positività che poche se ne vede. Orario d’apertura, stava acquistandosi il pranzo, ma si era scordato una bibita quando già era in corso la battitura del resto. Fa cenno a Donatella – a chi se no?- per poterla andare a prendere veloce, deglutendo agitato come avrebbe dovuto deglutire se non l’avesse acquistata, quella bibita. Donatella si gira verso di me, subito dietro, e verso i due mariti mandati in missione “al super” per gli ingredienti dimenticati, essenziali per il pranzo della domenica “che vengono tutti i nipoti, dai!”. Rispettivamente mayonese, capperi e burro. E mozzarella, olive, panna montata spray.

“Deve andare a lavorare, lui, quindi può” sentenzia Donatella con un sorriso negli occhi e una smorfia di giustizia in viso.

“Certo !” Rispondiamo in coro, io e i due mariti. Arriva l’addetto, paga e va. Io e mariti della domenica, idem.

Passando davanti al negozio di abiti, vedo l’addetto alla sicurezza che fissa la clair che si alza, sistemando nello zaino il pranzo.

“Grazie, per prima! E... io mi chiamo Joseph”. 

“Io Marta. Buon lavoro, Joseph”.

Mi ha ricordato “le tribolazioni di una cassiera” di Anna Sam (Corbaccio) 

Constancy and Change

Constancy and Change in Korean – fuoriprogramma al FuoriSalone2017 Milano (Palazzo della Triennale, 4-9 aprile) 
Entro per il titolo e mi trovo accolta da un’atmosfera così linda e allo stesso tempo invitante, che non teme di essere sporcata o messa in disordine, da non resistere alla tentazione di proseguire. 


Il bello di queste ceramiche sospese nel tempo e armoniosamente distribuite nello spazio non teme il mio caos e scardina la mia convinzione che il “change” debba per forza crearne ulteriormente. 

Vasi semplici e candidi, pezzi unici che mi raccontano come è possibile cancellare ogni indizio di fusione se tale processo è fatto con abilità. 


Vasi con decorazioni create con mani e unghie, alcune paiono spighe dolcemente abbandonate al vento, altre graffi di rabbia lasciati da un morente, altre ancora anatre disorientate in uno stagno bianco latte. 


Alcuni vasi riportano motivi ossessivi da intuire giocando con la luce che li colpisce a tratti smascherandoli, altri nascondendoli. Nella ripetizione di un unico oggetto-foglia spunta un esserino appeso ad un ramo con aria divertita.


I colori sono tenui, suonano una musica silenziosamente soffice che solo gli occhi possono percepire. Tonalità azzurre o crema, marroni, bianche ma mai fredde. Avvolgono come é giusto che faccia un vaso, con il proprio contenuto, nella mostra l’avvolto è il visitatore. 


Sulla superficie di un pezzo sono incise cifre in sequenza progressiva: Constancy! Senza cercare troppa visibilitá, grigio su bianco, accompagna il change fino agli ultimi pezzi dell’esibizione. Uniscono materiali diversi, il più quotato ha un colibrì di madreperla minuscolo su fondo nero che sembra voler lasciare le sue 2D per infilarsi nelle tasche di chi lascia il palazzo della Triennale, diverso, come me, da come é entrato, e in costante cambiamento. Constancy and Change. In Korean, in Milan. FuoriSalone 2017.


E il catalogo? Lo sfoglio (già il Change si vede, non lo faccio mai) e scopro che al posto delle fototessere da segnalazione in Questura, gli artisti compaiono con l’immagine delle loro mani. Sono ciò con cui creo? 



Per informazioni ufficiali e ordinarie vi rimando a questo articolo

“HER”, lei di lui, lui di lei

Lui resta senza di lei, her: non è il suo unico lui, lei è virtuale e replica un modello di relazione con altri suoi utenti. Lui era l’unico lui di lei ma di un’altra lei, una lei che gli rimprovera come lui si rifiutasse di vivere e affrontare le imperfette contingenze di una relazione reale. Le occhiaie gli scazzi le cene rimandate le tensioni le macchie di dentifricio sul viso le posate posate storte sulla tavola preparata mentre si termina una telefonata. Lo zerbino storto, lo strofinaccio appeso al gancetto al centro quando si è detto che doveva stare a sinistra.Lui è stato lasciato dalla lei reale, la rivuole ma ne ricorda solo i momenti di estasi romantica, sospesi, privi di fondamenta se lasciati senza quei basilari elementi concreti e quotidiani ben meno poetici. Lui é stato lasciato anche dalla lei virtuale: si trovava bene, inizialmente, quando lei – tabula rasa – si sviluppava in automatico nutrendosi solo degli input di lui. Quando ha iniziato a interagire con altri lui reali, si é discostata dalla lei ideale di lui e lo ha lasciato. 

Virtuale e reale. Senza essere un sistema operativo on line capita di essere intesa e desiderata come una lei che risponde agli ideali di un lui, un lui che si è fatto una idea di una lei, la associa al tuo profilo e alla tua immagine di copertina e ci ricama sopra, sordo a ciò che é, pensa e vive chi a quel profilo corrisponde. Capita che si creino rapporti che pretendono di continuare a immaginarti come lui desidera e ha bisogno che tu sia, di ricevere risposte coerenti alle aspettative di lui. Sono rapporti che allontanano dalla vita reale ma soprattutto da chi siamo noi. “Mi dispiace ha sbagliato numero, non conosco chi sta cercando” rispondevo fermanente da piccola impugnando la cornetta tondeggiante del telefono oggi vintage, Sip, grigio, di bachelite. Così rispondo ancora, su touch screen, con uguale pugno. 

L’amica di lui, lei, un’altra lei ancora, scrive una storia secondaria ma che da la chiave del film, pur restando in sordina fino all’ultimo quarto di pellicola. Questa lei lascia il marito che la vuole perfetta, perfetta secondo lui che a priori me sa più di lei. La lei perfetta di questo marito é una utopia, é irraggiungibile, mantiene una distanza costante dalla lei ideale che lui ha affianco, al di lá di chi lei sia e diventi. Lui ne sa più di lei per principio, vive per correggerla, la ama finché e solo se può farlo. Lei lo molla per essere. E spiega, alla mia circa età, adesso mi sono rotta, non so quanti altri momenti ho davanti, voglio vivere quelli presenti con gioia. E non con lui. 

Soli, il lui lasciato dalla sua lei reale e poi dalla lei virtuale non più sua, e la lei che ha lasciato il suo lui per essere reale lei, si ritrovano amici su un tetto di Los Angeles. Al crepuscolo. 

Questo è HER. Un film di Spike Jonze. 

OH CIELO, HO UNA PANCIA

Di pancia perché di pancia va scritto ciò che la pancia ha pensato. Pensato, sì, perché dal palco del teatro che stasera ha ospitato Alessandra Faiella con il suo “Il cielo in una pancia”, ho avuto l’ufficiale e definitiva conferma che la pancia pensa. E menomale!
Ci ritroveremmo, altrimenti, ad attraversare la vita anaffettivi e scettici, perennemente con in testa ciò che pensa la testa. Come i due neuroni che durante un funerale pensano al Suv da parcheggiare per andare a fare la spesa, finita la cerimonia, i due neuroni dello spettacolo, gli stessi che cercano inutilmente di irrobustirsi per prendere il sopravvento sulla pancia. Ma vince lei, vince lei e la sua proprietaria, l’attrice, vince sul palco proponendo un tema gettonato sui blog di salute, nelle ricerche di Google, e nei manuali di cure omeopatiche e non.
Ma a teatro?IMG_5396.JPG
Ma sì, dai che si ride, avrà pensato qualcuno, immaginando un turbine di battute intestinali, con l’irriverenza che Faiella sa usare su altri temi scomodi o sporchi, stavolta applicata a quella parte di anatomia che ha a che fare con feci e cagotto. E invece il cagotto, pronunciato più e più volta, ma forse non quanto pisello”, muovono la pancia non dalle risate e nemmeno dalle coliche. Dalla vita. 
Ci sono le battute, i suoi gesti, c’è il palloncino bianco “a spermatozoo” e le descrizioni trash di una Principessa IO che principessa non è nata mai, ma la pancia impera. E decide che dello spettacolo visto questa sera, io mi ricorderò gli armadietti dell’asilo e la focaccia unta da mangiare in spiaggia ma solo se il costume è sporco di sabbia. Mi ricorderò dell’adolescenza, con la A, che “dole”, ed è scienza senza “i”, perché da errore. Da Faiella bambina a Faiella madre, passando per gli 883 e la suocera stronza, si ascolta e si ride della vita e della pancia sua, si applaude, si esce.
E poi mi accorgo che è rimasto tutto nella mia, di pancia. E se erano ratti o erano gnomi, lo decide la pancia. Quella che, mi ha salvato quando l’ho ascoltata, quella che in alcuni tace, quella che è l’ultima cosa da poter toccare, quella che sa cosa fa per me, quella che mi ha permesso di non tradirmi mai. Quella che, mentre i due neuroni milanesi cerebrali se la raccontavano, mi ha salvato la pelle. 
Lo spettacolo è stato scritto da Francesca Sangalli. Ne ho sentito parlare per la prima volta a Cuore e Denari da Alessandra Faiella ospite di Nicoletta Carbone e Debora Rosciani.Qui l’audio di Radio24

CON-NESSI È MEGLIO 

 Ti lascia senza parole, perché non se ne riescono a pronunciare più, senza mettersi a pensare a quali nessi esse nascondano se pronunciate in fila, o spezzate, o sillabate, o se affiancate in fortunate e studiate combinazioni. Le parole, adorate, sono plastiche e irriverenti, a volte ribaltano la realtà prima ancora che esca dalla bocca, altre invece la amplificano mettendoci una pulce nell’orecchio su ciò che è sempre stato sotto ai nostri occhi ma che non ci ha mai fatto storcere il naso. Alessandro Bergonzoni è un Re Mida del verbo, e anche del nome, del pronome, dell’avverbio e della preposizione. Sul palco di un teatro, dategli una luce e una scenografia di incubatrici con all’interno un copione e lui lo nutrirá con il suo genio fino a svezzare i concetti racchiusi in esso, compressi in singole frasi, spargendo parole che in un pubblico attento diventano mine a grappolo capaci di infrangere anche vetri doppi di indifferenze e pigrizia mentale  

Inizia immaginando “Funerali per viventi, senza ceri ma con molto ci sono” e poi Nessi fino alla fine, alla fine che non è fine ma è il fine, quello di aprire le menti prima che lo spettacolo si chiuda. E mi chiedo come farò a non guarire mai più dalla patologica passione di giocare coi lemmi trovando nessi tra significati, suoni e pensieri. I migliori nessi sono quelli inaspettati che svelano chi siamo e cosa amiamo, dove la mente trova una via di fuga dalla censura interiore arrampicandosi tra lettere e fonemi come un evaso tra le righe e tra le sbarre. 

Con-Nessi è meglio 

AltriPercorsi. Teatro Manzoni di Monza. Una rassegna ispirante che prosegue con AltriPercorsi, a tappe, QUI IL PROGRAMMA.

NUMERO UNDICI #FUORIPOSTO 

Numero Undici di Jonathan Coe, tra i #fuoriposto, gruppo di lettura della libreria Virginia e Co (Monza) 

Foto di Giovanna Canzi

Perché poi quei ragni? Partendo dal finale, che non sveleremo, si è discusso di Numero Undici concordando che “è un libro che consiglierei” ma sbizzarrendoci fantasiosamente sugli “anche se” raccogliendone anche di opposti. Jonathan Coe si è dimostrato, per chi lo conosceva già, confermato, un abile tessitorie di trame. Nel suo nuovo romanzo ha toccato tutti i temi più scomodi e attuali senza tirarsi indietro. Concentrandosi sul potere, sul mondo dello spettacolo, dei media e della politica, non ha trascurato amore, omossesualità e rapporti familiari, distribuendo tra i suoi personaggi questi ingredienti in modo che nessuno rimanesse troppo vuoto o contradditoriamente “pieno”. 
Ma?  
Foto di Giovanna Canzi

Perchè questa trovata finale? Per alcuni “non sapeva come terminare il romanzo”, come se si fosse stancato e avesse voluto frettolosamente chiudere e consegnare il malloppo all’editore. Molti si sono chiesti perché, pochi, ma qualcuno c’è stato, hanno trovato una risposta. “Il declino che si è trovato a descrivere a quel punto della storia era così terribile che ha dovuto ricorrere a creature ‘fantasy-horror’, sentendo che il sarcasmo pungente di sempre non sarebbe bastato”. È una interpretazione, possibile, un alibi che vede un Coe che ha scelto e non che è scivolato, in parte anche giocando sul fatto di poter contare sull’affievolirsi dello spirito critico nei suoi confronti sia da parte dei suoi lettori sia da parte dei suoi editori. 

Anche lo stile ha deluso, con frasi a volte banali soprattutto se firmate da una penna che in altri romanzi ha fatto sognare per la sua acrobatica armonia sempre essenziale e allo stesso tempo capace di magie. Soprattutto nella parte iniziale, quando il mondo di Numero Undici è visto con gli occhi di una ragazzina, la prosa non si può dire ricercata. C’è chi ci ha fatto caso, chi ne è rimasto turbato, chi, catturato dalla storia, ha tirato dritto fino alla parte più intensa e interessante del romanzo. Ragni giganti o meno, Coe non ha mancato di coraggio nell’entrare nel merito del marcio della propria Gran Bretagna, anche firmando un finale discutibile e che ci ha fatto discutere mettendo in luce una volta di più come le stesse righe facciano vibrare corde differenti in ogni lettore. 

Il prossimo appuntamento #fuoriposto è martedì 7 marzo alle 21 alla vineria Bohème di via Bergamo. Con il libro LA PURGA di Sofi Oksanen

Il titolo pubblicato, in Italia da Guanda, ha vinto contro Cortocircuito di Yehoshua Kenaz (Nottetempo) e Questa vita tuttavia mi pesa molto di Edgardo Franzosini (Adelphi).

La precedente puntata #fuoriposto potete leggerla QUI 

VOLEVO SOLO ANDARE A LETTO PRESTO

Una frase che penso spesso ma non cedo mai, non la dico. Mi controllo. Proprio come ha il vizio di fare Agata, fino a quando Chiara Moscardelli non decide di scardinare la sua vita infilandoci un uomo. No, no, non il belloccio che le strappa il cuore, non il principe azzurro che doma un bianco destriero con una mano e l’animo selvaggio di Agata con l’altra. No, un uomo più complesso quasi di lei, con un passato irrisolto e un presente che non promette, almeno sulla carta, un futuro su cui farci la firma. “Volevo solo andare a letto presto” è il titolo, e calza alla perfezione con il mood con cui mi sveglio, stropicciandomi la faccia cercando di distrarmi con il radiogiornale per non fare il conto esatto delle ore di sonno e uscire con una faccia molto simile all’icona di terrore di whatsapp. 

Agata lavora nel mondo dell’arte, con risultati da molti apprezzati, ma gran parte delle sue energie, per lo meno mentali, sono impegnate nel resistere alla vita. Nel mantenere a temperatura freezer il proprio cuore. Nel cercare di andare a letto presto, e “ciao a tutti”, aggiungerei. Ad animarla non è uno spirito da femminista agguerrita, “io sono mia”, e nemmeno di protesta, non è emancipazione e nemmeno voglia di stare isolata. Agata ha una amica con amante maturo, Giulia, e due amici, Luca e Guglielmo, una coppia gay, va d’accordo con la collega Martina, la persona più pragmatica del libro, e con la madre Rosa riesce a gestire un rapporto che, nella sua eccezionalità, non è mai privo di affetto. 

Agata ha paura di essere quella che è. Quindi? Moscardelli non la prende di petto, la coinvolge in una storia interessante, prende alla larga il suo impuntarsi davanti alla vita senza dare lezioni ma regalandola una avventura da vivere. La scelta, la lascia comunque a lei, ad Agata, che non manca di resistere e di accennare a dietro front. Ipocondriaca e ossessiva, ma dotata di grande autoironia, Agata sfugge a sé stessa, elude il proprio autocontrollo, anche fidandosi di chi le sta attorno che, come Moscardelli dall’alto del suo ruolo di autrice insegna, sa come prenderla e non le fa romanzine. Neppure lo psicologo, men che meno la madre che, più che pillole di saggezza, le regala pietre dai magici poteri. Compresi quelli contro le emorroidi, che non si sa mai. 

La trama di “Volevo solo andare a letto presto” è quella di un film d’azione e come tale non va neanche accennata, per come sono fatta io lettrice. 

Il mondo dei collezionisti di arte e di aste mi ha fatto pensare al Geneva Free Port. Lo conoscete? È un deposito vicino all’aeroposto di Ginevra in cui sono custoditi capolavori d’arte di privati. Restano inaccessibili ai più, nella pratica anche agli stessi proprietari. Un po’ come le parti di noi che teniamo sotto controllo, lasciando intorpidire i muscoli del cuore. 

È il primo libro che leggo di Moscardelli, non sarà l’ultimo, alternerò altri suoi titoli ad altri lasciandomi piacevolmente scompigliare dalla sua voce. Una voce che nei ringraziamenti conferma la sua forza soffice e fresca: leggerli è chiudere il cerchio, gesto che anche Agata ha imparato a compiere e io con lei. 

Volevo solo andare a letto presto è un libro Giunti Editore e a questo link potete trovarne un estratto.