BELLA E MORTA, e pure “Fuoriposto”

Serata Fuoriposto leggendo BELLA ERA BELLA, MORTA ERA MORTA di Rosa Mogliasso (NN Editore) 

Una operazione narrativa per sensibilizzare contro l’indifferenza diffusa che al giorno d’oggi…. no, escluso. “Bella era bella, morta era morta” di Rosa Mogliasso è un romanzo NN Editore che vuole divertire e provocare. E non ha nessuna intenzione di lasciare i lettori a guardare il presunto cadavere che resta invece una scusa per ficcare il naso nella “vita dei vivi”. Vivi che sono molto cliché, forse troppo per alcuni dei #fuoriposto, ma c’è chi, abituato anche a scrivere romanzi e racconti di sua penna, prova a trovare una ragione dietro ai protagonisti così strambi e peculiari. Non tutti tipi facili da incontare per strada così per caso. Al centro di questo libro che è più un racconto lungo che un romanzo nel vero senso del termine, c’è un’idea molto forte. Quel “morta era morta” che catalizza l’attenzione del lettore, un’idea che trascina e che attorno a sé richiama le storie più incredibili ma che allo stesso tempo ricordano altre storie meno originali che ciascuno di noi può aver vissuto in prima o in terza persona. 
La donna che “bella era bella, morta era morta” con la sua sola presenza fa in modo che tutti coloro che la incrociano, abbiano una svolta nella propria vita. Fa da boa, in un certo senso! Avrebbero svoltato lo stesso? Da lettori non ci è dato saperlo ma non si ha nemmeno il tempo di chiederselo perché il libro cattura. Diverte, molto. I personaggi sono numerosi, anche rispetto al numero di pagine e se la brevità non da spazio per approfondirne storie e intimi spaccati psicologici, allo stesso tempo permette al romanzo di restare fresco e vivace. L’autrice sa oltretutto gestire magnificamente il passaggio del testimone senza creare confusione, è agile, accompagna senza rubare la scena a nessuno. Non solo. All’interno della narrazione alterna anche i punti di vista, come molti hanno notato, raccontando molte scene sia viste da chi agisce sia da chi assiste. Un modo anche per il lettore, di confrontarsi con lo sguardo degli altri e di riflettere su come il proprio si appoggia sulle esistenze altrui. 

Bella era bella, morta era morta, non solo è un libro gradevole, divertente e interessante per ogni tipo di lettore, ma è anche perfetto per un gruppo di lettura variegato e amante del confronto acceso come il nostro che compie quasi un anno, nato attorno alla libreria Virginia e Co di Monza (via Bergamo). Questo perché discutendo dei fatti narrati ci si trova in un batter d’occhio a parlare anche del “cosa avrei fatto io” davanti ad un cadavere “bello e morto” scoprendo che “forse non avrei chiamato la Polizia. Lo so, andrebbe fatto, ma non sono sicura che mi sarebbe venuto spontaneo perché una volta….”. E poi è pressoché impossibile non schierarsi con i personaggi e discuterne le scelte: “ma tu avresi fatto così?” “Ma dai, no, scherzi, io un tipo del genere lo avrei cacciato”, “guarda che le figlie ogni tanto”, “certo, che se uno mi dicesse una roba con quel tono io non tentennerei a rispondergli per le rime”. 

Bella era bella morta era morta è un libro vivo s che vive in ogni lettore e in ogni gruppo, sarebbe perfetto messo in scena in un teatro, di quelli sperimentali e coinvolgenti visto che giá cosí lo si immagina solo avendolo tra le mani.

Il libro scelto per la prossima serata Fuoriposto é un “classicone”:

TENERA È LA NOTTE di Scott Fitzgerald

Altre proposte in “gara” 

  • “Ritorno a tregole” di Gualtiero Fergnani 
  • “Tutto in ordine e al suo posto” di Brian Friel (Marcos y Marcos) 

FUORIPOSTO IN PRIMAVERA 

Aliide egoista, gelosa, chi la vorrebbe come amica? Pochi, forse nessuno, ma come protagonista del romanzo “La Purga” di Sofi Oksnen, ha riscosso un grande successo nel gruppo di lettura fuoriposto organizzato dalla libreria Virginia e Co (via Bergamo,8-Monza). Pubblicato in Italia da Guanda, questo libro finora è passato in sordina nel Belpaese mentre all’estero si è trasformato in “caso letterario” diventando spunto anche per spettacoli teatrali. 

Siamo in Estonia, siamo nel 1992, e l’autrice abilmente ci introduce nella storia di una famiglia e nella Storia di Paese raccontando il quotidiano. Un quotidiano femminile in cui le donne si passano la parola di generazione in generazione, di scelta in scelta, proponendo una varietà di punti di vista, a chi legge, che non annoia mai. 

A catalizzare l’attenzione c’è Aliide, non certo per il fascino e l’ammirazione che suscita, anzi. Nel gruppo di lettura i sentimenti emersi nei suoi confronti sono tutti piuttosto negativi ma con sfumature diverse. Questa figura pone a chi legge molte domande e permette di scoprire le proprie reazioni di fronte ad un comportamento geloso, invidioso, sofferente, testardo, egoista. La si condanna, la si compatisce, la si odia, la si mette comunque in discussione prendendo coscienza di ciò che una persona del genere può suscitare anche nel proprio quotidiano. 

Con un susseguirsi di storie di famiglia e di piccolo paese, l’autrice ha anche la grande abilitá di riuscire a parlare della storia di un paese che non è certo una delle più note per chi ha studiato la storia seguendo il programma scolastico ministeriale. 

E poi ci sono le mosche, onnipresenti, fastidiose. Ronzano, danno una sensazione ossessiva di sporco dentro e fuori, in casa e nell’animo di Aliide, che fa spesso rabbia per le scelte e l’atteggiamento che mostra. Ogni fuoriposto legge a modo proprio i suoi modi di fare e il confronto della serata fa emergere come ciascuno ha interpretato le decisioni della donna immaginandone pensieri e sensazioni. A pochi non piace lo stile – fastidiosio – per la maggior parte invece capace di descrivere con minuziosa delicatezza ambienti e gesti che appartengono a tradizioni poco note. Sapori, attrezzi da cucina, ortaggi e orpelli.

Non azzeccata la copertina, fuorviante il titolo, ma “La purga” resta un romanzo da leggere.

Con tanto di ballottaggio é stato scelto “Bella era bella, morta era morta” di Rosa Mogliasso (NN Editore) . Ne parliamo il 18 aprile alle 21.

Gli altri titoli proposti in serata sono stati:

  • Fantasma di Davide Peace (Il Saggiatore)
  • Erranti senza ali di Philip Shultz (Donzelli Editore)
  • Un’accusa imbarazzante di Josephine Tey (Nottetempo Edizioni) 

VOLEVO SOLO ANDARE A LETTO PRESTO

Una frase che penso spesso ma non cedo mai, non la dico. Mi controllo. Proprio come ha il vizio di fare Agata, fino a quando Chiara Moscardelli non decide di scardinare la sua vita infilandoci un uomo. No, no, non il belloccio che le strappa il cuore, non il principe azzurro che doma un bianco destriero con una mano e l’animo selvaggio di Agata con l’altra. No, un uomo più complesso quasi di lei, con un passato irrisolto e un presente che non promette, almeno sulla carta, un futuro su cui farci la firma. “Volevo solo andare a letto presto” è il titolo, e calza alla perfezione con il mood con cui mi sveglio, stropicciandomi la faccia cercando di distrarmi con il radiogiornale per non fare il conto esatto delle ore di sonno e uscire con una faccia molto simile all’icona di terrore di whatsapp. 

Agata lavora nel mondo dell’arte, con risultati da molti apprezzati, ma gran parte delle sue energie, per lo meno mentali, sono impegnate nel resistere alla vita. Nel mantenere a temperatura freezer il proprio cuore. Nel cercare di andare a letto presto, e “ciao a tutti”, aggiungerei. Ad animarla non è uno spirito da femminista agguerrita, “io sono mia”, e nemmeno di protesta, non è emancipazione e nemmeno voglia di stare isolata. Agata ha una amica con amante maturo, Giulia, e due amici, Luca e Guglielmo, una coppia gay, va d’accordo con la collega Martina, la persona più pragmatica del libro, e con la madre Rosa riesce a gestire un rapporto che, nella sua eccezionalità, non è mai privo di affetto. 

Agata ha paura di essere quella che è. Quindi? Moscardelli non la prende di petto, la coinvolge in una storia interessante, prende alla larga il suo impuntarsi davanti alla vita senza dare lezioni ma regalandola una avventura da vivere. La scelta, la lascia comunque a lei, ad Agata, che non manca di resistere e di accennare a dietro front. Ipocondriaca e ossessiva, ma dotata di grande autoironia, Agata sfugge a sé stessa, elude il proprio autocontrollo, anche fidandosi di chi le sta attorno che, come Moscardelli dall’alto del suo ruolo di autrice insegna, sa come prenderla e non le fa romanzine. Neppure lo psicologo, men che meno la madre che, più che pillole di saggezza, le regala pietre dai magici poteri. Compresi quelli contro le emorroidi, che non si sa mai. 

La trama di “Volevo solo andare a letto presto” è quella di un film d’azione e come tale non va neanche accennata, per come sono fatta io lettrice. 

Il mondo dei collezionisti di arte e di aste mi ha fatto pensare al Geneva Free Port. Lo conoscete? È un deposito vicino all’aeroposto di Ginevra in cui sono custoditi capolavori d’arte di privati. Restano inaccessibili ai più, nella pratica anche agli stessi proprietari. Un po’ come le parti di noi che teniamo sotto controllo, lasciando intorpidire i muscoli del cuore. 

È il primo libro che leggo di Moscardelli, non sarà l’ultimo, alternerò altri suoi titoli ad altri lasciandomi piacevolmente scompigliare dalla sua voce. Una voce che nei ringraziamenti conferma la sua forza soffice e fresca: leggerli è chiudere il cerchio, gesto che anche Agata ha imparato a compiere e io con lei. 

Volevo solo andare a letto presto è un libro Giunti Editore e a questo link potete trovarne un estratto.

ALLUCINAZIONI DA #fuoriposto

Un libro che ha rasserenato, rincuorato, informato. Ad alcuni non ha entusiasmato. Questo se letto in solitudine, in attesa dell’appuntamento dei #fuoriposto , l’ultimo dell’anno 2016. Lo stesso volume, messo nel bel mezzo di un gruppo di lettori dai gusti, dalle età e dai vissutu più vari, ha acceso una vivace discussione sui confini tra pazzia e “normalità”. Il titolo è Allucinazioni e lo ha scritto nel 2013 Oliver Sacks, noto neurologo se non anche scrittore morto nel 2015 e reso famoso nella comunità dei lettori non tecnici dal libro “L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello”. A pubblicare, il libro “miccia” della dibattito dei #fuoriposto e il titolo noto, è sempre Adelphi. Ci si chiede a tratti anche perché una casa editrice così mette sugli scattali dei librai e dei bibliotecari, avvolto nella sua sobria copertina, un saggio divulgativo sulle allucinazioni non legate a problemi psichici come fosse uno dei suoi tanti titoli più narrativi. Questo per alcuni strambo gesto non è da far passare sotto silenzio perché, tacito e già compiuto, pone interrogativi che si ripropongono al lettore non esperto in neurologia mentre sfoglia i casi raccontati da Sacks. Ciò che colpisce, piace e da a volte perfino una sorta di sensazione di sollievo, in Allucinazioni, è come l’autore racconta le storie delle persone in cura. Lo fa con rispetto, senza negarne la malattia, ma riconoscendo loro comunque il diritto di essere descritte, e ancor prime ascoltate, poi comunicate, senza cappelli introduttivi intrisi di etichette e pregiudizi. Uno per tutti l’esempio della anziana spaventata dalle proprie allucinazioni: ma che mi sta succedendo? Sacks, facendole quasi comprendere ciò che avviene, la porta a convivere con il fenomeno senza restare terrorizzata a vita. Non è sola, ha allucinazioni, ma non è sola a lottare in un terreno dove i confini tra reale e non, sono stati cancellati dall’età. Oppure da problema chimico, dalla mancanza di sonno, da sostanze assunte.

Ci sono lettori che vedono Sacks come un vero e proprio “scardinatore” del confine tra “sintomo e patologia”, uno che mette in chiaro che chi ha allucinazioni “non è pazzo”. Il fatto che una cosa escluda l’altra, è stato al centro di un lungo dibattito #fuoriposto , certo è che questo neurologo da poco scomparso è in grado di aprire gli occhi di chi è interessato, su un capitolo di allucinazioni poco raccontate. Mai raccontate con uno stile come il suo, tecnico ma anche divulgativo, non privo di basi scientifiche (dati anche i rimandi a testi di studi).

Non ha coinvolto tutti, molti si sono chiesti, dopo questa sfilata di casi di allucinazioni, “e quindi?”. C’é chi, terminato il libro, non ha che preso atto del “mistero del cervello, di quanto poco ne capiamo e di quanto poco ne capiscono ancora i dottori”.

Il prossimo incontro dei fuoriposto sarà il 17 gennaio 2017. Pur essendo giorno di falò, quelli di Sant’Antonio, da tradizione, non bruceremo libri, ma sarà un dibattito immagino di nuovo acceso. Attorno al libro di Jonathan Coe: NUMERO UNDICI (Feltrinelli). 
Altri libri proposti sono stati 

– La vita immortale di Henrietta Lacks (Rebecca Skloot) Adelphi

– Dolorose considerazioni del cuore (Sandra Petrignani) Nottetempo Edizioni

– Bella era bella, morta era morta (Rosa Mogliasso) NN Editore

PENELOPE FA LA COSA GIUSTA 

Non ne faccio una questione di genere, neanche di geografia politica e men che meno di sospettabili assonanze caratteriali. E non me ne faccio una ragione, non ancora, ma questa Penelope Poirot mi ha conquistato.Spuntata con tutto il suo essere tracagnotta e immodesta, al fianco di una Velma che si stava candidando a diventare il mio esempio di zitella orgogliosa e bastante a sé stessa, con una mossa “alla Poirot”, Penelope ha conquistato la vittoria tra le pagine e nelle pieghe a me stessa ignote del mio cuore. 

Oscuri i percorsi che l’hanno portata a raccogliere la mia simpatia, che amo stillare con parsimonia quando si tratta di personaggi letterari, per lo più se petulanti e pieni di sé come questa Penelope. Oscuri gli incroci relazionali che Becky Sharp ben cucina in un romanzo pubblicato da Marcos y Marcos, un mistery che ci porta negli anni ’90 perché quella attuale non è più un epoca di misteri: troppa tecnologia, siamo tracciati tanto quanto “spersonalizzati”. 

É un vero mistery di quelli che non si trovano facilmente, che profuma di vintage quanto quegli armadi pieni di piccoli oggetti trionfanti nel loro splendore genuino e retrò. 

Penelope Poirot fa la cosa giusta. È il titolo. È un’affermazione che ci accompagna prima guidati da Velma, la sua assistente, poi dalla stessa Penelope, per tutto il romanzo, fino allo sciogliersi del mistero. E non accade – questo è il vero mistero alla Becky Sharp – che una volta distribuite le responsabilità di morti e feriti, il fascino dei personaggi svanisca. Eh no! Anzi, cresce, e strattoneresti Becky Sharp se non fosse così simpatica e sferzante, per farti dare subito la bozza del prossimo Penelope’s Mistery. É questo il mistery vero e prezioso che la donna che si firma Becky Sharp tiene in pugno, piú del suo vero nome e della sua personale vita: lei ha creato Penelope!

“Leggete, leggetemi”, pare dire – sembra che ci saranno nuove “cose giuste” fatte da Penelope – “tanto non saprete come ancora vi terrò incollati ad un rettangolo scritto, divertendovi e intrattenendovi, senza farvi notare troppo tutte le pesanti e azzeccatissime critiche che metto in bocca ai miei personaggi”. 

Altro motivo per cui Penelope è irresistibile: non risparmia nessuno! E i tanto, tra un capitolo e l’altro, si regala elogi e vizi a non finire, piccoli ma estremamente di classe, come le caramelle alla violetta di cui è dipendente. 

Quelli che io cerco la pace interiore e l’armonia globale

Quelli che io mangio sano mi curo sto bene e sono in equilibrio perché sono quello che mangio e quello che bevo e quello che …

Quelli che chi si condede uno sgarro, cede senza merito e

Quelli che…

Sono quelli che potrebbero ritrovarsi nel libro e con un certo fastidio riporlo in mensola affibbiando a Penelope e al suo tono non proprio delicato, la responsabilitá delle proprie scelte con cui sperano di autoconvincersi di essere un po’ meglio della media. 

Penelope non ha alcun dubbio, d’altronde, Penelope fa la cosa giusta. 

Non sono una raccontatrice di trame, e in questo spazio dove non sono obbligata a rispondere alle 5 W del giornalismo e a indicare le coordinate, amo raccontare la mia esperienza di lettrice. Trovate la mia recensione QUI

Andateci, leggete la trama, se proprio siete di quelli che devo sapere tutte le fermate del treno per salirci a bordo. Io no, io sono salita perchè ho visto chi ci è sceso a viaggio compiuto soddisfatto, ridacchiando e con lo sguardo furbetto da chi ha fatto la cosa giusta. 

CHIRÙ


Chirù. Un libro regalato sulla fiducia, nei confronti di una brava libraia e dell’autrice stessa, spesso letta su giornali e social. Un titolo rimandato per una quarta di copertina che ammiccava ad argomenti di cui non avevo voglia di riempirmi gli occhi. Di cui temevo di entrare nel merito. Poi, è arrivato il momento. “Chirù“. 

Chirù. Una copertina e un suono che nella quiete dell’agosto in città, “dai, ascoltami” mi hanno detto. Dall’incipit, c’è stata massima intesa. Prima di capire cosa mi stesse raccontando, il solo suono delle parole di Michela Murgia ha raggiunto quella parte di me che se ne stava assopita attendendo stagione migliore, quella dei sentimenti. Non la primavera ufficiale, ma la prima vera volta che ci si lascia andare. 

Se la quarta di copertina mi aveva fatto immaginare la storia sporca di una tardona incapace di decidere di sé stessa e assillata dal ticchettare dell’orologio biologico inesorabile, no. Mi era fatta una idea totalmente errata ed è stato subito evidente. Con la stessa determinazione con cui mi ero tenuta lontana dal libro finora, ho perseguito la sua lettura plaudendo all’autrice che neanche in una riga ha inciampato. Mai nel ritmo e nello stile, mai nelle scelte narrative e umane. Sì, umane, perché la sua protagonista è viva, potente, imperfetta. 

Esplorandone infanzia e adolescenza, accompagnandola nella sua quotidianitá adulta di passione, per uomini e lavoro, non si può che rimanerne affascinati. Non è amore, non è ammirazione, ma è una sorta di vicinanza nella totale diversità caratteriale quella che mi ha spinto a leggere Chirù tutto d’un fiato e a consigliarlo a molti amici. 

È una storia lontana ma vicina a ciascuno di noi, in cui non ci si identifica ma ci si ritrova, grazie anche ad una scrittura così musicale da far vibrare le viscere in risonanza con i loro proprietari, noi, che lo vogliamo o meno. 

UN’ALTRA AMERICA

Un’altra America. Ma quale delle tante altre che ogni giorno ci spiegano, ci proiettano, ci illustrano? Alberto Giuffré ci porta nella sua, e non ce la racconta, perché per scriverne un libro, pubblicato da Marsilio, se l’è andata a visitare, città per città. Non solo. Il viaggio, lo ha studiato a tavolino con un lavoro di documentazione e selezione certosino e intelligente per poi andare a colpo sicuro una volta sul posto. E colpirci. 

Le pagine scritte da questo giornalista, evidentemente appassionato di musica e di viaggi, sono intensamente sorprendenti. Catturano con la bellezza sincera di chi non ha bisogno di urlare cosa ha scovato chissà dove, perché conosce il valore dello svelamento, è consapevole della delicatezza con cui vanno trattate le storie di vita. Sa, Giuffré, che farne “un caso umano”, significa buttarle in pasto a chi non ne sentirebbe il sapore. E allora eccolo che con la gentilezza di chi ama ciò che fa, che vede e che scrive, raccontarci Rome, Milan, Naples, Venice, Florence, Palermo, Verona, Genoa. Queste omonime di otto città americane, sparse negli Stati Uniti, non sono le uniche: lui ha scelto quelle che possiamo leggere in Un’altra America per costruire un libro polifonico e vario, coinvolgente, che non annoiasse con i luoghi comuni e gli stereotipi ma allo stesso tempo non ne fosse totalmente privo, perché gli USA sono anche quello. Non solo ma anche. 
Con un approccio inclusivo, uno sguardo che sa ascoltare e tanta pazienza impertinente, Giuffré ha girato in lungo e in largo la terra delle grandi promesse, oggi in pieno clima elettorale. I suoi tragitti sono meravigliosamente illustrati nel sito www.unaltraamerica.it con tanto di video, immagini e cartina. C’è da perderci un giorno intero, ma non prima – io consiglio – di dedicarci al libro. Sfogliare le sue avvenutere mette addosso una irresistibile e sana voglia di fare le valigia. Non per partire tanto per andarsene, ma per raggiungere e conoscere un altro luogo. Un’altra versione di un luogo noto. Un altro sé stessi in un luogo ignoto. 

Una silicon valley nel deserto, un laboratorio di cibo sano, manager trasferiti con famiglia a seguito, templi dimenticati della musica. Persone e paesaggi, in cui trascorrere le vacanze senza partire, o partendo due volte. Tornando, con il bagaglio di souvenir da Un’altra America. 

IL DELITTO DEL CONTE DI NEVILLE 


Padre e figlia, nobilitá decadente, un garden party e una vaticinante. Tre fratelli in cui prende corpo il mito greco zoppicante, mentre la modernitá di un clima di passata ricchezza oggi in fumo, fa capolino nel loro padre mescolando epoche e società. In una famiglia, si intrecciano le anime dei singoli che vogliono prevalere, alcune dichiaratamente, alcune subdolamente, alcune facendo pesare l’assenza altre imponendo la presenza. Tutti rincorrono l’occhio di bue per esserne al centro. Che romanzo può uscire pretendendo di raccontare impeccabilmente tutto ciò? E in meno di 100 pagine? Un pasticcio. Alt, lo ha scritto Amélie Nothomb: preparatevi ad un capolavoro. Non il primo, non l’unico, ma l’ennesimo e mai uguale ai precedenti, libro sbalorditivo che mi ha tenuto sveglia con la testa in sospeso assieme al finale. Le lancette dell’orologio reale segnavano il tempo del sonno doveroso, ma le mie giravano come al polso del conte di Neville, attendendo il garden party per decidere se uccidere mia figlia. Nothomb fa male, ferisce con una freddezza che sempre mi sorprende e mi accartoccia il cuore. Ritrae l’autolesionismo e la crudeltà di una adolescente senza giudicarla, lasciando a noi esprimere un giudizio inesprimibile. Idem per il padre verso cui si prova pena, poi rabbia, poi affetto, poi… 

In un libretto, una coltellata. Netta, a lama corta ma penetrante e che non sbaglia mai mira. É un killer, questa autrice belga. Ogni anno arriva con un suo libro, senza troppe moine, Voland pubblica, io lo compro, lo leggo, mi fende il cuore. Ogni suo titolo – non ne ho perso uno – è una cicatrice indelebile in me che spesso, quando attraverso le vicende reali, accarezzo con il pensiero trovando associazioni mentali che mi ricordano pagine sue.
Al conte di Neville associo la crudeltà di una figlia, l’amore per le apparenze e l’ipocrisia sociale, l’essere padre di una incoerente, e l’atmosfera del garden party decadente. Ma la mia mente é contorta e il genio letterario di Nothomb è perversamente illuminante: la cicatrice di Neville mi tornerá utile a sorpresa, voltando pagina. 

SECOND HAND 

Una volta entrati nel Satori Junk, non si esce più. Una volta entrato, nel cuore, Second Hand, di Michael Zadoorian, non esce più. Si resta così nel negozio di cianfrusaglie di Richard, a Detroit, lasciando che la loro aria malinconicamente dolce ci avvolga mentre facciamo pace con i ricordi e i “mai più” della nostra vita. Sanguinari e difficili da cancellare sono quelli di Theresa che in questo romanzo pubblicato da Marcos y Marcos è colei che lotta. Uccide, si ferisce, scappa, si dimena. Entra nel negozio del protagonista, Richard, e non esce più dalla sua vita, una vita dedicata alla ricerca di oggetti vintage di casa in casa, o in mercatini e svendite. Oggetti che custodiscono in poco spazio materiale un lasso di tempo infinito e denso, di esistenze che non esistono più

Bicchieri, piatti, sedie, mobili. Ma non solo, anche quegli accessori più strambi che, leggendo Zadoorian, ci si rende conto di aver ereditato e poi dimenticato in cantina. 

Sará la volta che andremo a ripescarli dando loro l’onore e l’attenzione come meritano, da silenti e tenaci testimoni di un passato che é più presente del presente nelle nostre attuali vite. 

È questa la potenza di Second Hand, e della scrittura di Zadoorian. Il suo romanzo dal gusto e dalle atmosfere dichiaratamente vintage, è eccezionalmente proiettato verso il futuro e pro-attivo. 

Si ricrederà chi è convinto che le mie adorate cianfrusaglie retro sono “cose da nostalgici”, si ricrederá quando gli esploderanno in mano con tutta la loro potenza propositiva. Il passato come molla e come leva per un presente diverso, le cianfrusaglie per riappacificarci con i bambini e i ragazzi che siamo stati e per ripensarci diversi nel presente. Meno capricciosi e schizzinosi, accarezzando con lo sguardo, il pensiero e le mani, oggetti rassicuranti come quelli che vende Richard, troviamo la forza di smussare i nostri spigoli ammorbidendo il giudizio espresso su quelli altri. Magari imparando ad avvicinarli secondo la compatibilità, come nei puzzle che da piccoli ci tenevano occupati ore e ore regalando, alla fine, l’immensa gioia dell’incastro riuscito. 

CASSANDRA #fuoriposto 

Quarto incontro dei #fuoriposto gruppo di lettura creato assieme alla libreria Virginia e Co. di Monza. Con noi “Cassandra” di Christa Wolf (Edizioni E/O) scelto in questa serata 

Denso, assoluto, immenso, ma non immediato. “Contiene tutto ciò che une persona può voler leggere”, anche se per accedervi ci vuole per alcuni una chiave. Il gruppo di lettura #fuoriposto unendo le forze pur dividendo le opinioni, l’ha trovata e Christa Wolf ha avuto la sua serata estiva di gloria. 

Cassandra al centro e con lei tutti i temi più attuali che premono alle porte del salottino vintage in cui si è riunito anche a fine luglio, il club di lettori organizzato con la libreria Virginia e Co. Il potere, l’amore, l’amare un eroe, la “donna in carriera” e la sua accettazione da parte dell’altro sesso. La competizione tra donne e la solitudine di chi vede “le cose” e sceglie di vivere una disperazione consapevole. Alternativa a quella di chi non vuole guardare, non vuole sentire, preferisce procedere col pilota automatico. Alternativa difficille da scegliere e lo stile della Cassandra di Wolf non la pone proprio in modo attraente. Non, per lo meno, nelle sue prime pagine che mettono alla prova il lettore quanto a densità di stile. “Non c’é parola che toglierei, non c’é parola o virgola che aggiungerei” alle frasi, ma ne esce una scrittura non immediata. C’é chi dopo quattro pagine si è preso due giorni a tu per tu con Cassandra, chi l’ha portata in metropolitana con tutte le difficoltà che l’operazione anacronostica comporta. 

Un altro ostacolo é quello delle basi culturali. Sono necessarie per accedere al libro di Christa? Certo aiutano, fluidificano la lettura e, se non ci sono, dal liceo classico, o sono in soffitta da tempo, può risultare necessario andare a riguardare la Cassandra originale facendosi almeno una idea del contesto e del ruolo dei personaggi. Questo anche per apprezzare come Wolf li rilegge, e li riscrive, spostando le luci sul palco con il cambio di prospettive e di punti di vista che ne consegue. Elena, non é più “la stronzetta” che scatena il casino, Clitemnestra fa tutta un’altra figura, Agamennone e tutta la “banda” sono personaggi nuovi e che ci parlano della società attuale infrangendo il vetro dell’indifferenza perché ci sorprendono con la forza dell’antico. Un antico più vivo e impattante di tanto contemporaneo, merito di una autrice che non é nuova a queste “strattonate” emotive. 

La prima magia, però, che fa Wolf, con Cassandra – e che incanta anche chi di noi ha faticato a leggere il libro e se ne é sentito “chiuso fuori”- é la rivisitazione della sua protagonista. Non é più una veggente, visionaria, delirante con preview da medium sensitiva. Non é la donna stramba, colta in sogno da premonizioni occasionali che la “fulminano” regalandole notizie dal futuro a cui nessuno nel presente mai crederà. No, la Cassandra di Christa Wolf è una donna che vede oltre, nello spazio e nel tempo, per scelta, per sensibilitá, perché ha il coraggio di vivere in una disperazione consapevole. Così, polifonica, raggiunge il nostro presente e ci affianca. se vogliamo guardarlo a 360 gradi, nudi e, forse, un po’ più soli, ma, veri. 

Ci vediamo il 13 SETTEMBRE alle 21 con “IL GATTO MIUR” di E.T.A Hoffmann (L’Orma Editore- traduzione di Matteo Galli) alla vineria Bohème di via Bergamo.