THE “CATS” ARE IN MONZA 

Sfondo stazione, primo piano azione, pubblico ammirazione per “Cats” messo in scena da OperàPopulaire, una compagnia composta da una trentina di performers tra cantanti e ballerini, 21 musicisti e quasi altrettante persone che organizzano. E stavolta al teatro Manzoni di Monza sabato e domenica scorsa, 6 e 7 maggio 2017, hanno organizzato due serate magiche. 

Aggettivo gettonato, inflazionato, “magiche”, ma non si può che definire magia ciò che accompagnava i performers in queste due sere sul palco raggiungendo gli spettatori. Spettatori di ogni età e gusti, dai bambini, ai canuti, donne e uomini e, a parte qualcuno “sgamato” a controllare i risultati delle partite sul cellulare, non trascinati dalle compagne, della serie “stasera mi porti a teatro che c’è Cats”.

Diviso in due atti, terminato poco prima di mezzanotte, Cats ha richiamato chi “non me lo voglio perdere”, chi “stavolta vado, dai, che sembra carino”, chi “ne parlano tanto, vediamo come è davvero”, e anche chi “Cats? Me lo rivedo volentieri, è anche comodo-comodo a Monza”.

Personalmente ad attirarmi, amore per i gatti e conoscenza dello spettacolo a parte, è stata la compagnia. Operà Populaire: composta di giovani, numerosa, con una presentazione frizzante e una organizzazione che si percepiva al volo friendly e moderna. 

“Andiamo a vedere cosa portano in città” mi sono detta e così è stato. Dalla platea del teatro Manzoni che quest’anno mi ha già regalato delle bellissime sorprese, mi sono goduta uno spettacolo di alta qualità, appassionante e messo in scena con passione. Ballerini e cantanti bravi, che hanno voluto dare priorità alla qualità. Nessuno ha scimmiottato, nessuno ha mostrato timore reverenziale nei confronti del titolo “importante”. Dritti alle meta, dritti alla scena, concentrati e uniti, e attenti ad offrire al pubblico, nel qui e ora, il miglior “Cats” possibile della Operà Populaire. 

Per me lo spettacolo è iniziato prima delle 21, quando, passando davanti alla porta di servizio del teatro per raggiungere una amica all’entrata, ho incrociato due “cats”, nel buio, viso dipinto, passo felpato. In perfetta sintonia con la notte, con l’atmosfera del vicolo, con lo spettacolo che ne è seguito. Questo imprevedibile ma gradito incontro ha certamente influenzato la mia partecipazione allo spettacolo sporcando la linea a volte limitante tra realtà e finzione, e avvicinandomi a quella vecchia stazione polverosa che ospitava le battaglie e le discussioni feline. Il cerchio si è chiuso quando ho accompagnato l’amica in stazione, ritrovando la stessa location ma senza gatti, un poco più moderna, con la musica dell’Operà Populaire ancora nelle orecchie tanto da lasciare spenta la radio. E la speranza bambinesca di incontrare, fermandomi qualche minuto in più, nella notte umida e piena di “steam”, Jennyanydots o Skimbleshanks. 


Constancy and Change

Constancy and Change in Korean – fuoriprogramma al FuoriSalone2017 Milano (Palazzo della Triennale, 4-9 aprile) 
Entro per il titolo e mi trovo accolta da un’atmosfera così linda e allo stesso tempo invitante, che non teme di essere sporcata o messa in disordine, da non resistere alla tentazione di proseguire. 


Il bello di queste ceramiche sospese nel tempo e armoniosamente distribuite nello spazio non teme il mio caos e scardina la mia convinzione che il “change” debba per forza crearne ulteriormente. 

Vasi semplici e candidi, pezzi unici che mi raccontano come è possibile cancellare ogni indizio di fusione se tale processo è fatto con abilità. 


Vasi con decorazioni create con mani e unghie, alcune paiono spighe dolcemente abbandonate al vento, altre graffi di rabbia lasciati da un morente, altre ancora anatre disorientate in uno stagno bianco latte. 


Alcuni vasi riportano motivi ossessivi da intuire giocando con la luce che li colpisce a tratti smascherandoli, altri nascondendoli. Nella ripetizione di un unico oggetto-foglia spunta un esserino appeso ad un ramo con aria divertita.


I colori sono tenui, suonano una musica silenziosamente soffice che solo gli occhi possono percepire. Tonalità azzurre o crema, marroni, bianche ma mai fredde. Avvolgono come é giusto che faccia un vaso, con il proprio contenuto, nella mostra l’avvolto è il visitatore. 


Sulla superficie di un pezzo sono incise cifre in sequenza progressiva: Constancy! Senza cercare troppa visibilitá, grigio su bianco, accompagna il change fino agli ultimi pezzi dell’esibizione. Uniscono materiali diversi, il più quotato ha un colibrì di madreperla minuscolo su fondo nero che sembra voler lasciare le sue 2D per infilarsi nelle tasche di chi lascia il palazzo della Triennale, diverso, come me, da come é entrato, e in costante cambiamento. Constancy and Change. In Korean, in Milan. FuoriSalone 2017.


E il catalogo? Lo sfoglio (già il Change si vede, non lo faccio mai) e scopro che al posto delle fototessere da segnalazione in Questura, gli artisti compaiono con l’immagine delle loro mani. Sono ciò con cui creo? 



Per informazioni ufficiali e ordinarie vi rimando a questo articolo

UN LAVORO VERO #fuoriposto 2

 Terzo incontro dei #fuoriposto gruppo di lettura creato assieme alla libreria Virginia e Co. di Monza. 

Un lavoro vero. Ma vero in che senso? E che cosa è “lavoro”? Ma alla fine si è realizzato o no: fallimento o realizzazione?

Se frasi scritte nero su bianco in righe indiscutibilmente parallele e regolati non erano riuscite a far convergere opinioni e interpretazioni fuoriposto, la scorsa puntata del gruppo #fuoriposto (click QUI per saperne), figuriamoci pagine scritte poco, a volte quasi solo illustrate, che affidano a tratti muti e tinte acquerello la propria storia. Infatti anche la serata sulla graphic novel di Alberto Madrigal edita da Bao Publishing ha posto i noi Fuoriposto di fronte a una varietá di interpretazioni molto più ampia delle gradazioni di colore delle vignette. Anche quelle, apprezzate, direi, nel loro essere spesso funzionali nel comunicare il cambio di tempo e di luogo, per non parlare del puro approccio estetico, dei bei quadretti.

Prima di entrare nel merito della storia, giá il mezzo di espressione fumetto ci ha permesso di confrontarci tra noi e di confrontare questo genere con i romanzi o i saggi che nella maggior parte dei casi teniamo sul comodino o in borsa. Per molti era il primo fumetto dell’età adulta, e l’escursione in perfetta linea fuoriposto è risultata interessante. Chi “è stato bello ma non è il mio tipo”, chi “ne proverò altri”, e sono usciti titoli e autori come Zerocalcare e Gipi, sempre fumettisti, ma diversi: ottimi spunti per chi vuole continuare a esplorare questo universo grafico.

Vero resta che l’impatto con le immagini mute ha mostrato la loro potenza e allo stesso tempo il loro trovarsi indifese di fronte all’occhio di chi le guarda, le scandaglia alla ricerca di un fatidico (necessario?) “messaggio”.

E veniamo al messaggio, partendo dal titolo che ben ci indirizza al Punto. “Un lavoro vero”. Vero perché pagato, dice Madrigal. Tutti d’accordo? Per nulla. E ciascuno vede il lavoro a modo suo, chi come qualcosa che prevede fatica, chi come qualcosa che ti deve mettere i soldi in tasca, chi come modo di realizzarsi, chi altro come attività per tirare a campare mentre per il resto vivi. E se il lavoro è la tua vita, il tuo modo di realizzarti?

La “questione lavoro” che suona piú politica sindacale che letteraria – ma siamo Fuoriposto: mai esenti da sforamenti – ha occupato la serata tra disoccupazione e precariato. I giovani al centro, perché lo é il protagonista, ma non solo, perché i momenti di smarrimento investono a caso, non guardano la carta di identità della vittima.

Leggendo Madrigal qualcuno ha rivisto sé stesso, altri i figli, che stanno attraversando periodi di ricerca di un lavoro vero, a volte con lo stesso spirito del protagonista, altro con molta più determinazione e metodo. Non sono mancati, incontenibili, i giudizi sulla condotta del protagonista e lo sguardo di disapprovazione posato su vignette che lo vedono inerte, troppo solitario, in balia del presente e del futuro. Da una parte, “siamo qui per parlare del libro, e non di quanto un tal personaggio suscita in noi approvazione o simpatia”. Già… Era successo anche con il romanzo di Stefánsson! Ma non è anche segno della potenza con cui la lettura irrompe in noi Fuoriposto? Della grado di coinvolgimento che riusciamo a raggiungere stringendo un libro in mano, tanto da arrivare a rapportarci con il protagonista come fosse vivo?

A ‘sto giovane che si dice alla ricerca del lavoro vero ne avremmo di cose da dire! Dal “cercati un lavoro seriamente” a “forza che ce la fai”, ma anche “bravo: hai un lavoro vero” perché c’è anche chi nel compromesso raggiunto (lavoro alla scrivania pagato e tempo per scrivere e pubblicare il proprio fumetto) ci vede un successo invidiabile. Con il primo ci campo, con l’altro mi realizzo.

Abbandonando il tema lavoro, spunta la solitudine che aleggia in modo evidente dall’inizio alla fine: pochi non l’hanno avvertita. Un senso di solitudine così ben reso che ha toccato le corde di ogni Fuoriposto, ma in posti diversi. A qualcuna nei ricordi di esperienze all’estero, ad altre nel passato di chi arriva “al Nord” e si deve ricreare un giro di amici. Ad altri ancora in una quotidianità presente in cui l’essere soli si manifesta anche nella carenza di contatto umano e di occasioni sociali anni ’70, messe in solaio con l’arrivo dei social.

Non c’é una solitudine piú vera dell’altra, le lasciamo aleggiare assieme all’aroma del vino che (mea culpa, devo fare verbale!) ho sbadatamente rovesciato.

Non approdiamo ad una verità univoca neanche a proposito del “lavoro vero” di Alberto Madrigal. Per qualcuno “dobbiamo aspettare il suo prossimo libro, questo è autobiografico… È diverso!”. Per chi vuole continuare a seguire l’autore, il suo blog QUI.

Forse ci svelerá la verità la protagonista della prossima lettura: Cassandra di Christa Wolf (E/O Editore)

Ne parleremo MARTEDÌ 26 LUGLIO H21 alla Vineria Bohème (via Bergamo 15, Monza)

Ha vinto lei, Cassandra, schiacciando i seguenti titoli:

L’amore è eterno finché non risponde di Ester Viola (Einaudi) 

Montedidio di Erri de Luca (Feltrinelli)

Ho lasciato entrare la tempesta di Hannah Kent (Piemme) 

L’oscura sacralità della notte di Julia Glass (Nutrimenti) 

La Resistenza del maschio. Che esiste.


La resistenza del maschio. Stiamo cercando di catturarlo, di descriverlo, di immortalarlo con trecento battute. Trecento colpetti di dita su tastiera o touchscreen, ma lui resiste. Resiste ma esiste e lo sento attorno a me. Interrogo il volto di tutti gli uomini tra i trenta e i sessanta che incrocio per le mie strade. Dal primo giugno, giorno in cui é iniziato il contest “il maschio che resiste” di cui parlo in questo articolo su Vorrei, non posso che chiedere loro, solo e soltanto, “ma tu resisti? A cosa? Come? Perché? E ti fa star bene?”. 

Messe da parte le 5W del giornalismo che tanto mi vanto di almeno cercare di rispettare, ripetendomele tra me e me quando la professione di giornalista assume caratteri alquanto svianti, le 5 domande che mi ossessionano sono queste.

Non mi aspettavo di avere delle risposte chiare, men che meno univoche, ma ho notato di piú: che pochi “maschi” sanno di resistere, e a cosa, ma al contempo sempre di più si trovano descritti e raccontati con stereotipi anni ’90 o surrealmente futuristici. Ma a livello di utopia. La terza via, non so quanto preferibile, è il maschio non più maschio, che “addolcendosi” assume compiti e modi di fare che il senso comune associa alle donna, così da potersi dire uno “avaaanti”, per la paritá dei sessi l’emancipazione etc etc. Come se mettere in uno spot tv un maschio che lava i piatti risolvesse tutto. Modello educativo, retaggio culturale centenario, violenze di genere…

La resistenza del maschio è ciò su cui ci chiama a riflettere e a interrogarci il libro di Elisabetta Bucciarelli pubblicato da NNEditore. Lei è una splendida autrice di quelle che i libri li scrive, li ama, li segue e li accompagna. 

Abbiamo fatto quattro chiacchiere qualche mese fa, l’intervista la trovate QUI. Nei mesi successivi ho assisitito alla nascita/crescita di una sorta di comunità intorno al suo libro, a lei, al maschio che resiste. Sui social e dal vivo. Se inizialmente poteva essere la consueta scia post lancio del libro, poi il fenomeno, e il maschio, hanno assunto vita propria e mi hanno conquistata. Il maschio che resiste ha cominciato a comparire nella mia vita e a modificare il mio sguardo nel mondo. Non sul, nel. Io il mondo lo guardo da dentro. 

Ormai vedo amici, vicini di casa, colleghi, passanti, in modo interrogativo, propensa ad indagare – con molto cospetto e zero sfacciataggine – il loro personale “atto di resistenza”. 

E poi “La resistenza del maschio” racconta molto bene in un gioco di specchi anche le donne. Il libro, lo fa, e lo fa poi ogni suo lettore, me compresa. Le tre donne in una stanza ad attendere un medico maschio, del libro, mi hanno spinto a far caso a come le donne parlano del maschio che resiste e come loro stesse resistono o meno al maschio che resiste. 

Tra pochi giorni il contest finirà, io di interrogarmi no. E sorrido a come un “gioco” letterario inventato durante una delle tante attese in cui ogni pendolare è chiamato a resistere (senza sbraitare) mi ha cambiato la vista. Resto miope, di fatto, ma il mio sguardo da vicino è più aperto, più mirato. Il panorama, più vario. 

Sorrido davanti a libri come questo e a chi non lo ha ancora letto e può farlo, e interrogarsi come posso fare io. Il mondo é diventato più vivo, vero, vivido, e ci si trova meglio a poter vedere ogni persona più fluidamente esistere, invece che etichettata e messa in bacheca. O con il viso vero oscurato dall’immagine del profilo sui social. Meglio di fronte, che di profilo. 

Letto o non letto, il libro, ognuno può scrivere come la pensa, sul maschio che resiste, partecipando al contest sulla pagina dedicata, in Fb, “concorso il maschio che resiste”.

E può conoscere Elisabetta Bucciarelli giovedì 16 alle 21: ospite della libreria Virginia e Co verrà a Monza. La presento io, ci chiacchiero, e lei con noi, alla Vineria Bohème. Tra vino e dolci, a cui non è proprio necessario resistere.

#FUORIPOSTO: Luce d’estate ed é subito notte 

Secondo incontro dei #fuoriposto, gruppo di lettura nato dalla libreria Virginia e Co (via Bergamo 8, Monza).

Luce d’estate ed é subito notte. Banale, magico, rivelatore di quotidianità, rinfrescante, non una storia ma un’opera d’arte, da leggere su più piani, e lontana dall’idea di romanzo classico. O forse solo un libro confuso, sincopato, che sfrutta l’effetto empatia di episodi comuni a molti per coinvolgere il lettore. 

E lo stile? 

Trasognato ma artificioso e costruito. Oppure poetico e speciale, originale e surreale.

Luce d’estate ed é subito notte e i Fuoriposto (ormai ci chiamiamo così, perché lo siamo proprio) hanno rischiato di far mattino scandagliando le emozioni e le reazioni suscitate dal romanzo dell’islandese Jón Kalman Stefánsson, tra l’altro in questi giorni in Italia per presentare il suo nuovo romanzo, Grande come l’universo, sempre avvolto da una di quelle evacative copertine Iperborea.

Torniamo a noi, Fuoriposto nello scrigno tapezzato di vestiti e luccicante di calici di vino pieni e poi vuoti, al primo piano della ospitale vineria Bohème, in via Bergamo 15 (Monza).

Qualche appunto/spunto per poi voltare pagina e passare al prossimo titolo selezionato, rigorosamente ad alzata di mano, ancora accaldati per la accalorata discussione sul romanzo islandese. 

Il primo approccio passa per l’uso del “noi”: certo una scelta non scontata che ha confuso, ha coinvolto, ha colpito. Qualcuno ha pensato ad un gruppo di uomini, altri di donne, chi non ha potuto sapere “noi chi???” e la cosa lo ha infastidito alquanto. 

Sapere chi, e poi sapere perché. Perché l’astronomo impazzisce? No, non impazzisce, vive. Ma come vive, dai. Si, sveglie di vivere. Sognando il latino? Ma dai!!!!

Il paesino protagonista del romanzo, abitante per abitante, a partire dal personaggio che ci accoglie all’inizio, lasciando poi spazio ai vari concittadini, mette in luce i diversi modi di leggere dei fuoriposto. È una cartina tornasole che trasforma “un ammasso informe e indistinto di lettori per passione” in un confluire acceso tra tifoserie. Sostenitori dello stile Stefánssoniano che con pennellate eccellenti è in grado di raccontare tutto di una persona in due righe musicali. E affianco quelli che nelle stesse due righe vedono grondare banalità, pietosa pretesa di rappresentare una umanità bassa, misogina e annoiata, che pensa solo a far sesso. Sesso, dove? Sì, “è tutta solo una quotidianità mortifera con spruzzi di sesso e calore che provano a compensare e coinvolgere”. 

Gli adoratori del libro quasi svengono, qualcuno si indigna, la libraia impugna il libro (perché non ha armi a portata di mano) e legge la descrizione dell’imbianchino. 

C’è chi nota come “Proprio i picchi di calore su una quotidianità piatta sono il bello del libro, perché così è la vita di tutti, anche nostra, e ci si riconosce”. 

E poi chi percepisce “spunti di originalitá ma con numerosi elementi di presunzione, la presunzione di voler narrare storie di vite ma come piccoli saggi filosofici”. Una pretesa fuoriluogo che ha infastidito alcuni. Non certo chi sente che questo libro “mi ha fatto proprio bene. Denso ma non pesante”. 

Una lettrice confessa, una debolezza e un delitto del tutto perdonabile: “ogni frase mi dava nuove emozioni, non riuscivo a smettere di leggere: aspettavo nuove frasi per restare sorpresa ancora una volta, e ancora e ancora”. Luce d’estate ed é subito notte, frase dopo frase, sopresa dopo sorpresa. E il delitto? Raccontando ai figli qualche episodio del libro, “ho aggiunto un pezzo a quella del gatto che non riesce a catturare le sue prede”. Senza spoilerare il sequel inedito della nostra fuoriposto, ma assicuro che è una happy end. Vissero tutti felici e contenti. E il gatto anche sazio, per chi se lo sta chiedendo.

Molti di noi sono usciti dalla vineria Bohème con un’idea di libro diversa, l’impressione di averlo letto più volte, in vite diverse, indossando panni diversi. Il libro si è moltiplicato, io stessa ne guardo la copertina rincasando, e ne vedo almeno 4 o 5. 

Il prossimo libro che i Fuoriposto moltiplicheranno è UN LAVORO VERO di Alberto Madrigal (Bao Publishing).

Ci vediamo MARTEDÌ 28 GIUGNO H21 sempre all’enoteca BOHÈME. 

Le altre proposte di lettura sono state 

  • Lucinella di Lore Segal
  • La boutique del mistero di Dino Buzzati 
  • La mia vita di Isadora Duncan 
  • Ho dormito con te tutta la notte di Cristiana Alicata

Il primo incontro Fuoriposto è raccontato QUI. (Clicca e leggi)

Per chi approda qui per caso o per fato, di fatto se incuriosito vuole essere Fuoriposto con noi, ci trova nella pagina Facebook legata a Virginia e Co., o tramite il mio profilo FB.

Cogliere il momento? Io lo creo


Mi fermo un momento nel momento dopo questo momento

Comprendo l’artigiano che forgia un gioiello, dopo averne studiato forma e materiale. Sudandoci sopra, magari facendolo più volte. Migliorandolo. Prima ancora aspettando la consegna del materiale, quello speciale che ho fatto arrivare da… E prima ancora credendo nell’idea balzana che “chissá se avrá successo” e soprattutto “chi me lo fa fare”

E la consegna tarda, e il materiale è meno plasmabile del previsto, e quando sto iniziando a lavorarlo suona al citofono il vicino che la bicicletta gli blocca l’entrata della cantina.

Comprendo l’artigiano che sa che tutto diventerá un oggettino tra tanti, poggiato tra tanti su una delle tante bancarelle del prossimo mercatino di quartiere. Lo sa, ma non sa non mettere tutto sé stesso in quel gioiello che ha concepito una sera e quella sera gli è sembrato il piu bello del mondo e che possa mai esistere. 

Poi il dubbio, l’idea del perfettibile, la voce “ma chi ti credi di essere”, il timore di esporsi, di crederci, di creare qualcosa che poi, a quel mercatino di quartiere, nessuno apprezzerá e te lo dovrai riportare a casa, la sera, con la piva in tasca. Assieme al tuo gioiello piu bello del mondo, in tasca. 

Comprendo l’artigiano, che quando sente, poi, nel mercatino di quartiere da cui temeva di tornare con la piva, “ma che meraviglia lo ha fatto lei”, più che pensare “sì, ma lei non immagina che lavoro c’è dietro”, sente il cuore palpitare perché “allora non era il gioiello piu bello del mondo solo per me”.

L’artigiana di momenti di incontro. Cosa creo? Relazioni, idee, spunti. Mescolo esperienze in modo che i rispettivi sapori risaltino e, anche se in contrasto, insieme nutrano. Diano energia. 

La cuoca di minestre di esperienze, fumanti, da sorseggiare la sera di ritorno dal gelo da una giornata di freddezza, lasciando spazio al calore dell’autenticitá propria e altrui. 

La Martellante, ché ogni momento può essere il migliore del momento. Ogni vita da leccarsi le dita. Ogni scelta, anche minima, aggiusta di un grado la direzione in cui la di ciascuno barca sta andando. E a distrarsi, per gradi, ne bastano 180 e ci si trova al punto di partenza. Più stanchi e frustrati. 

Io non ci sto. 

ANNI ’80, parliamone 

Non fanno più titolo, non fanno ancora epoca, non fanno breccia, oggi, forse anche perché fanno un po’ paura. Sono gli anni ’80, questi anni ’80 al centro dei libri di due autori che vi sono cresciuti, anno più anno meno. 

Curioso che, quasi coetanei, si siano trovati a raccontarne uscendo in libreria contemporaneamente ma totalmente ignari l’uno del titolo dell’altro. 

Alessandro Bertante, nulla sapeva di “’80. L’inizio delle barbarie” (LaTerza) scritto da Paolo Morando che nulla sapeva de “Gli ultimi ragazzi del secolo” (Giunti) scritto a sua volta da Bertante. Tanto curioso che meritava una sorta di “carrambata letteraria”, piú elegantemente da definire “una discussione sul tema, introdotta da Ambrogio Borsani“.

Se sulla curiosità si vuol puntare, ce n’é anche, da parte mia, per la sede dell’incontro previsto giovedì 26 maggio alle 19. Si tratta della scuola Belleville, uno nome per me evocativo e insindacabilmente attraente: Pennac fa capolino subito, dietro al suono “Belleville”. Ma cosa ci fa Belleville a Milano? Sogno o son desta, é una scuola di scrittura che sta cominciando da via Poerio a farsi conoscere. Corsi, incontri, conCorsi, letterari. L’ennesima? Diciamo la nuova, quella da scoprire, e che giá con questo incontro sugli anni ’80, differente dalla classica presentazione mi fa sperare di poter contate su un calendario di proposte che possano stuzzicare la mia passione letteraria fino a farmi sconfinare in territori che a volte trascuro. Come decidendo di un vestito che non mi dona, senza indossarlo, ma giá vedendo “come cade sul manichino”. 

Dopo “questa discussione anni ’80, che abbiamo deciso di fare nonostante, anzi, proprio apposta, su questo decennio controverso e trascurato” Bertante in persona mi ha assicurato che “ci saranno altre proposte originali”. E lui, Bertante, è tra i docenti della scuola. La sua penna è nell’astuccio di Belleville assieme a tante altre di estremo rispetto. Qui la lista da esplorare.

Il suo libro anni ’80 (Gli ultimi ragazzi del secolo) é un romanzo (auto)biografico on the road, tra Milano e la Croazia. Ne ho parlato in questa recensione pubblicata per OmnimilanoLibri: QUI.

La controparte saggia, perché di saggistica si tratta, é quella di Morando. “80. L’inizio delle barbarie” pubblicato con Laterza. Se saggio vi suona noioso, non chiamatelo così perchê questo libro non lo é affatto. Si legge con emozione viaggiando nel tempo e soprattutto nelle mode, nella manie e nelle tendenze che ancora risuonano nell’aria. Alcune molto note, che ci si ritrova a dire “ah giá, ma erano gli anni ’80, non lo collegavo”. Maradona, Madonna, Goldrake, gli Europe e Cacao Meravigliao. E non teniamoci in tasca i Puffi: recente il film, 3D etc, ma gli originali c’erano negli anni ’80!! A guardarli all’epoca erano “Gli ultimi ragazzi del secolo” di Bertante. Dagli USA ci arrivava il Tom Cruise di Top Gun ma Milano era il regno dei Paninari, impreparati a fare i conti con l’arrivo dei primi ‘vu’ cumprà’. 

Un saggio e un romanzo, due autori pescati tra “Gli ultimi ragazzi del secolo” che ci raccontano “’80. L’inizio delle Barbarie”. 

In una via Poerio che ci sta promettendo una nuova stagione culturale, e non é in campagna elettorale: è votata alla passione. 

IO E HENRY (e Giuliano)

 


…12 ore dopo l’aver presentato “Io e Henry” (Giuliano Pesce) pubblicato da Marcos y Marcos…

Ma con chi ho parlato? Con Henry, con Giuliano? Con “io”? Surreale e magica può diventare l’esperienza del presentare un libro e un autore, quando narrazione e narratore giocano a mescolarsi nella mia testa, e davanti ai miei occhi. Esattamente mentre li sto presentando in una libreria della mia città.

E il giorno dopo, assonnata, prima di scorrere i tweet in cui sono taggata per “l’evento” che ormai in agenda risulta passato, la domanda.

Ma io con chi ho parlato? Chi era lì al mio fianco?

Henry, con le sue uscite a sorpresa, brevi e nette, come aforismi strampalati, quindi perfettamente adatti a descrivere la mia realtà.

Giuliano, Giuliano Pesce, autore del libro, 26enne dalla camminata e dal capello giá da scrittore, una parlantina che a velocità fa a gara con la mia, una verve potente e qualche gesto nascosto, invisibile agli occhi ma non al cuore, di nervosismo. È la prima presentazione del suo primo romanzo “vero”.

“Io”, non io Marta, l'”io” di “Io e Henry”, il titolo del libro: un circa 35-40enne insoddisfatto di famiglia-lavoro-vita-casa-pianeta che, per come l’ho vista io, coglie l’occasione della follia di Henry e vi salta a bordo per farsi traghettare in un futuro di nuove opportunità.

Già, meno del mio adorato Henry, ma c’è anche questo “io” lì davanti a me, mentre Henry e Giuliano si rubano il microfono. Parla della moglie ormai ex, con non poca acidità, e descrive critico questo mondo ultrainformato, troppo, al limite dell’ignoranza.

Che libro è quello capace di cambiare i miei livelli di percezione? Sfondando, agile, il pannello di separazione tra “questo l’ho letto” e “questo l’ho vissuto” che dava una parvenza di ordine mentale al mio vivere?

È un libro che molto probabilmente per me non finirà mai…

Confermo: Henry, qui affianco, mi fa “sì”con capo, divertito.

Gruppo di lettura… dove? #FUORIPOSTO


Tutt’altro che “anonimi”, e men che meno “per caso”, noi, lettori #fuoriposto, martedì sera abbiamo occupato tutta lo spazio a disposizione al primo piano dell’intimo locale Bohème. E, quanto ad intimità, direi impossibile non entrarci data le distanze ravvicinate a cui l’abbondante partecipazione al novello gruppo di lettura ci ha costretti.
Cuscini a terra, calici di vino democraticamente sia bianco che rosso, sparsi sui ripiani, vestiti alle pareti come anime veglianti sulla nostra prima riunione. In quale si nasconde la nostra Virginia? In quello a fiori affianco al sofá o nell’altro sbracciato color amaranto? Comunque lei c’è.

Seduti, chi per terra, chi su sedie, chi su un lungo divano dall’aria comoda e vissuta, con un cartello stradale di Juan Les Pins alla spalle, abbiamo proposto. Esponendoci

Da decidere, democraticamente – imperativo dettato dalla libraia, impossibile contraddirla – il nome del nostro gruppo e il titolo del libro che discuteremo il 7 giugno

Per il nome, tre proposte su cui “pensarci su” ma in qualche modo vogliamo chiamarci:

– Gli amici di Virginia 

– I fuoriposto

– In compagnia di Virginia 


Il libro più votato é stato quello dell’Islandese Jón Kalman Stefánsson: LUCI D’ESTATE ED È SUBITO NOTTE (edizioni Iperborea)

Complici gli occhi brillanti ed eloquenti della proponente e l’appoggio della libraia Raffaella, anche se in tasca aveva tre proposte competitors, questo volumetto lungo e stretto, alto “ma è piú l’apparenza, colpa del formato”, ci porterà in Islanda. Tutti pronti per partire, obbligatorio presentarsi all’imbarco! Sì: nella totale e a tratti disarmante democrazia che vige tra noi #fuoriposto , uno dei pochi doveri é leggere il libro. O almeno provarci, poi, se non tiriamo la fine, avremo spazio per spiegare cosa ce lo ha reso indigesto, ascoltando magari il vicino di cuscino che lo ha divorato in una notte. 

A presentare brevemente il libro, nella prossima riunione, dando il via alla discussione, sarà chi lo ha proposto. 



Gli altri candidati titoli restano proposte valide per le prossime puntate del gruppo. Se non suggestioni per lettori-single che vogliono dedicarsi. Eccoli. Ogni titolo è link attivo per consultare una scheda del libro nel caso non ci ricordassimo “qual è quello che han detto che”… 🙂 

Lucinella di Lore Segal (edizioni Cargo) 

Il mare color del vino di  Leonardo Sciascia (Adelphi)

Canale Mussolini di Antonio Pennacchi (Mondadori) 

Non dirmi che hai paura di Giuseppe Catozzella (Feltrinelli)

Nessuno scompare davvero di  Catherine Lacey  (edizioni SUR) 

Paesaggio con tre alberi di Yehoshua Kenaz (edizioni Nottetempo)

Autobiografia di una femminista distratta di Laura Lepetit (edizioni Nottetempo)

Cecità di José Saramago (Einaudi) 

La boutique del mistero di Dino Buzzati (Mondadori) 

Mr Gwyn di Alessandro Baricco (Feltrinelli)

Il Parnaso ambulante di Christopher Morley (Sellerio edizioni) 


Esclusi dalla rosa dei candidati per motivi logistici ma stuzzicanti, anche

Istanbul di Ohran Pamuk (Einaudi) 

Io sono febbraio di Jones Shane (Isbn edizioni) 


Ci vediamo MARTEDI 7 GIUGNO ALLE 21. Fuoriposto ma tutti nello stesso: la vineria Bohème di via Bergamo 15 (Monza).

Chi desidera unirsi in corsa, libro in mano, voglia di condividere in pectore, vestiti comodi (solo i primi possono accaparrarsi la poltrona!): sarà il benvenuto

Per qualsiasi informazione, Raffaella vi aspetta nella sua libreria Virginia e Co. in via Bergamo 8. Sì, Raffaella, non Virginia … ma se la chiamate Virginia non si offende! 

SPOT & TALES 

  
In trenta secondi o poco più, emozionare. Lasciare impresso. Un messaggio, una immagine. Creare una reazione. Indignare, ironizzare, invitare (all’acquisto)

Invertire le logiche e mettere al centro della serata quelli che nelle serate di tv spesso sono gli “scarti”: momenti di (in)evitabile interruzione di un film o della trasmissione di turno. Mettere al centro gli spot e proiettarne a raffica per due ore di fila con il solo tempo di sgranghirsi le gambe a metà. 

È la notte dei publivori, in questi giorni al Blue Note di via Borsieri. 

Fin dai tempi in cui lavoravo da copywriter alla Saatchi & Saatchi mentre finivo gli esami di fisica della materia, desideravo andarci. Credo che diventerá un must dei prossimi 43 anni di lavoro che l’Inps mi ha detto di dover lavorare. O degli anni che il fato non mi ha riferito volermi concedere da queste parti, terrestri. 

Spot. Tante auto ma anche Ikea, più simpatica e sdoganata da pesanti prudenze all’estero che in Italia, con il bambinetto furbo che ai genitori separati racconta di essere costretto a cene misere “dall’altro”, sbafandosi diner gourmet ogni sera, cucinate dal genitori di turno, impietosito. E poi la moglie che inscena un rotolone di scottex particolarmente inamovibile per far muovere un marito altrettanto inamovibile (dal divano) e fargli pulire la sua macchia di caffè. 

Tanti video esteticamente spettacolari, tanta ironia e battute che in Italia neanche ci sognamo. Rompere i canoni, sembra l’imperativo, nel mondo, colpire, scalfire la monotonia, provocare per provocare reazioni: così ti ricordi di me. 

In pochi secondi. O la va o la spacca. 

Sintesi. Le frase giusta, l’impronta da lasciare, e perché qualcuno non ci cammini sopra, meglio uscire dai percorsi di routine e profanare superfici vergini. 

Coraggiosamente agili, esprimere ottimizzando tempo e costi e raggiungendo la parte pulsante di chi guarda. 

Così fanno gli spot.

Similmente i racconti, che tanto amo per la loro essenzialitá.

Prezioso inno e guida ai racconti e ai raccontatori il libro del bravo Paolo Cognetti. “A pesca nelle pozze più profonde” (minimum fax) 

Andateci, tornete con ceste di storie e consigli, il cuore leggero di chi ha trascorso una giornata fuori. Dagli schemi e dagli uffici.