IL RISTORANTE DELL’AMORE RITROVATO 

  
Prima di iniziare “Il ristorante dell’amore ritrovato” (Neri Pozza) ho perso la voce improvvisamente e senza motivo alcuno. Colpo di freddo, o forse, leggendolo lo capirete, una coincidenza che mi ha regalato una esperienza letteraria eccezionalmente empatica. Non ha la voce, Ringo, le sparisce quando resta di stucco, mollata su due piedi dal fidanzato indiano con cui conviveva. Che le ha anche svuotato la casa rubandole i soldi messi da parte per il suo sogno. 

Non ha la voce ma ha un sogno. Aprire un ristorante suo, ma essenzialmente, cucinare. Per lei significa vivere di ciò che ama fare, vivere di ciò per cui vive. Lei, cucina, io scrivo. Entrambe senza voce, entrambe derubate, lei una volta di colpo, io quotidianamente, dei fondi per realizzare il sogno. 

Così la mia vita e quella della protagonista del libro di Ito Ogawa si sono amalgamate fin da subito tanto da farmi patire ogni suo dolore, i lutti finali e i colpi bassi sparsi. Tanto da farmi assaporare, assieme ai suoi ospiti, non tanto il gusto delle pietanze da lei proposte (in molti casi per me inimmaginabile), quanto il gusto della realizzazione di un … Sogno? No, man mano da sogno diventa un progetto. E poi una realtà. E, proseguendo, una responsabilitá difficile da mantenere, che si è tentati di abbandonare per poi tornare sui propri passi e ammettere che ciò che si desidera di più al mondo è cucinare felice e fare felici le persone cucinando. Sostituendo “scrivere” a “cucinare”, mi leggo e mi voglio sempre più così. 

La cucina è al centro del romanzo, sbuca in ogni dove dando sapore al sogno. Oltre alla cucina come pura gastronomia, che incuriosisce, c’è la cucina come arte, come tradizione, come serie di gesti compiuti con amore e devozione quasi religiosa. Tanto che Ringo prega il dio della cucina. La sua dedizione ci rimprovera la mancata cura nel fare ciò che amiamo fare, il dimenticare che stiamo facendo qualcosa che ci piace e che abbiamo scelto. Mescolato nell’agenda, un momento di realizzazione viene fagocitato dalla lista dei doveri, diventa anch’esso un dovere e noi finiamo per viverlo come tale. Immagino Ringo che taglia e mescola ingredienti andando in estasi per un gesto che, grazie alla sua passione, diventa una celebrazione liturgica in onore del dio dei sogni personali. Ogawa trasmette le vibrazioni che emana, alla prima riga che scrivo, le sento uguali. Io digito parole per un articolo, Ringo spezzetta verdure per una minestra, entrambe vibriamo di un piacere che è nuovo per chi finora ha ritenuto il sogno qualcosa destinato a stare nel cassetto. 

Sogno, cucina e… madre. Un altro elemento delle nostre vite che la lettura di questo romanzo fará osservare sotto differente luce. Delicatamente. Violentemente. Definitivamente. È pesante il bilancio delle emozioni evocate di pagina in pagina attorno al rapporto madre – figlia. Quello descritto è piuttosto singolare, non ci si ritrova alla lettera. Eppure ci costringe a confrontarci con i sensi di colpa, la fuga, la voglia di essere figlie di altra madre, la non voglia di vedere la propria invecchiare, ingrigire, mostrarsi debole e umana. Da proteggere, a tratti. 

In verità in questo libro accade che una tipa viene mollata e se ne torna al paesello dove la madre pur odiandola le lascia un bugigattolo dove la tipa realizza il suo strambo progetto di un ristorantino per un solo ospite al giorno. Cucina un po’ di robe giapponese, poi lo chiude, poi accadono brutte cose (no spoiler), e poi lo riapre. E poi finisce il libro

Potete anche vederla così.

Io, senza voce, ho potuto dare ascolto al romanzo. Mentre la voce tornava, da rauca sempre più squillante, leggendo, cresceva la voglia di impiegarla sempre meglio e solo per essere felice. Per “cucinare” e scrivere qualcosa che renda felice, come questo romanzo.