“HER”, lei di lui, lui di lei

Lui resta senza di lei, her: non è il suo unico lui, lei è virtuale e replica un modello di relazione con altri suoi utenti. Lui era l’unico lui di lei ma di un’altra lei, una lei che gli rimprovera come lui si rifiutasse di vivere e affrontare le imperfette contingenze di una relazione reale. Le occhiaie gli scazzi le cene rimandate le tensioni le macchie di dentifricio sul viso le posate posate storte sulla tavola preparata mentre si termina una telefonata. Lo zerbino storto, lo strofinaccio appeso al gancetto al centro quando si è detto che doveva stare a sinistra.Lui è stato lasciato dalla lei reale, la rivuole ma ne ricorda solo i momenti di estasi romantica, sospesi, privi di fondamenta se lasciati senza quei basilari elementi concreti e quotidiani ben meno poetici. Lui é stato lasciato anche dalla lei virtuale: si trovava bene, inizialmente, quando lei – tabula rasa – si sviluppava in automatico nutrendosi solo degli input di lui. Quando ha iniziato a interagire con altri lui reali, si é discostata dalla lei ideale di lui e lo ha lasciato. 

Virtuale e reale. Senza essere un sistema operativo on line capita di essere intesa e desiderata come una lei che risponde agli ideali di un lui, un lui che si è fatto una idea di una lei, la associa al tuo profilo e alla tua immagine di copertina e ci ricama sopra, sordo a ciò che é, pensa e vive chi a quel profilo corrisponde. Capita che si creino rapporti che pretendono di continuare a immaginarti come lui desidera e ha bisogno che tu sia, di ricevere risposte coerenti alle aspettative di lui. Sono rapporti che allontanano dalla vita reale ma soprattutto da chi siamo noi. “Mi dispiace ha sbagliato numero, non conosco chi sta cercando” rispondevo fermanente da piccola impugnando la cornetta tondeggiante del telefono oggi vintage, Sip, grigio, di bachelite. Così rispondo ancora, su touch screen, con uguale pugno. 

L’amica di lui, lei, un’altra lei ancora, scrive una storia secondaria ma che da la chiave del film, pur restando in sordina fino all’ultimo quarto di pellicola. Questa lei lascia il marito che la vuole perfetta, perfetta secondo lui che a priori me sa più di lei. La lei perfetta di questo marito é una utopia, é irraggiungibile, mantiene una distanza costante dalla lei ideale che lui ha affianco, al di lá di chi lei sia e diventi. Lui ne sa più di lei per principio, vive per correggerla, la ama finché e solo se può farlo. Lei lo molla per essere. E spiega, alla mia circa età, adesso mi sono rotta, non so quanti altri momenti ho davanti, voglio vivere quelli presenti con gioia. E non con lui. 

Soli, il lui lasciato dalla sua lei reale e poi dalla lei virtuale non più sua, e la lei che ha lasciato il suo lui per essere reale lei, si ritrovano amici su un tetto di Los Angeles. Al crepuscolo. 

Questo è HER. Un film di Spike Jonze. 

OH CIELO, HO UNA PANCIA

Di pancia perché di pancia va scritto ciò che la pancia ha pensato. Pensato, sì, perché dal palco del teatro che stasera ha ospitato Alessandra Faiella con il suo “Il cielo in una pancia”, ho avuto l’ufficiale e definitiva conferma che la pancia pensa. E menomale!
Ci ritroveremmo, altrimenti, ad attraversare la vita anaffettivi e scettici, perennemente con in testa ciò che pensa la testa. Come i due neuroni che durante un funerale pensano al Suv da parcheggiare per andare a fare la spesa, finita la cerimonia, i due neuroni dello spettacolo, gli stessi che cercano inutilmente di irrobustirsi per prendere il sopravvento sulla pancia. Ma vince lei, vince lei e la sua proprietaria, l’attrice, vince sul palco proponendo un tema gettonato sui blog di salute, nelle ricerche di Google, e nei manuali di cure omeopatiche e non.
Ma a teatro?IMG_5396.JPG
Ma sì, dai che si ride, avrà pensato qualcuno, immaginando un turbine di battute intestinali, con l’irriverenza che Faiella sa usare su altri temi scomodi o sporchi, stavolta applicata a quella parte di anatomia che ha a che fare con feci e cagotto. E invece il cagotto, pronunciato più e più volta, ma forse non quanto pisello”, muovono la pancia non dalle risate e nemmeno dalle coliche. Dalla vita. 
Ci sono le battute, i suoi gesti, c’è il palloncino bianco “a spermatozoo” e le descrizioni trash di una Principessa IO che principessa non è nata mai, ma la pancia impera. E decide che dello spettacolo visto questa sera, io mi ricorderò gli armadietti dell’asilo e la focaccia unta da mangiare in spiaggia ma solo se il costume è sporco di sabbia. Mi ricorderò dell’adolescenza, con la A, che “dole”, ed è scienza senza “i”, perché da errore. Da Faiella bambina a Faiella madre, passando per gli 883 e la suocera stronza, si ascolta e si ride della vita e della pancia sua, si applaude, si esce.
E poi mi accorgo che è rimasto tutto nella mia, di pancia. E se erano ratti o erano gnomi, lo decide la pancia. Quella che, mi ha salvato quando l’ho ascoltata, quella che in alcuni tace, quella che è l’ultima cosa da poter toccare, quella che sa cosa fa per me, quella che mi ha permesso di non tradirmi mai. Quella che, mentre i due neuroni milanesi cerebrali se la raccontavano, mi ha salvato la pelle. 
Lo spettacolo è stato scritto da Francesca Sangalli. Ne ho sentito parlare per la prima volta a Cuore e Denari da Alessandra Faiella ospite di Nicoletta Carbone e Debora Rosciani.Qui l’audio di Radio24