ALLA FACCIA DI CHI SONO

 

scritto per un concorso istantaneo, troppo istantaneo per le mie possibilità tecnologiche del momento, questo scritto mi è rimasto nelle bozze. Ma bussa martellante e su Martellante lo metto.  

Al mattino il cielo non ha che il colore dei sogni che ho vissuto. A volte è rosa, a volte è grigio, a volte non è, perché non ci bado, troppo attenta a mettere un piede davanti all’altro e raggiungere il punto in cui poi la giornata va da sé, senza che io debba più di tanto intervenire.

Al mattino, il corpo non ha un aspetto, è un mezzo, un contenitore che porta in giro un pensiero, una intenzione, un sogno. Il mio pensiero, la mia intenzione, i miei tanti sogni.

Ho 40 anni e sono … sono. Sono ciò che faccio? A volte. Altre invece sono chi gli altri vedono nella mia figura. Sono ciò che posto nella bacheca Facebook, sono il mio salvaschermo sullo smartphone. Sono il volto stampato in formato francobollo sulla tessera di abbonamento del trasporto pubblico metropolitano.

Il mattino mi lascio descrivere da tutto ciò, fino a che un liquido caldo prende possesso dei miei organi e mi anima.

Poi vivo.

La sera, il cielo ha mille colori che mi regalano un buio di pienezza. Non mi spaventa, mi eccita il suo aspetto affollato e palpitante.

Alla sera, le mie mani sono ciò che ho scritto, sono il resto della spesa che ho posato nel portafoglio e odorano della mano della mia capa, che me le ha strette in un suo momento di sconforto, di fronte ad una mail scortese. I miei occhi sono del colore della strada calpestata, grigi, chiari, come la luce che ho cercato, quella naturale, anche se il neon sta invadendo ogni ambiente.

I miei piedi, sono quelli che hanno oscillato assieme alle mie gambe, mentre attendevo nella sala d’aspetto del medico, per la ricetta degli esami del sangue. Le unghie sono regolari e ordinate, ma di chi lava i piatti, scrive sulla tastiera e digita sul touchscreen a velocità impensabile: corte e pratiche, come il taglio di capelli di una tuffatrice.

Il mio collo è il calore di cui ho goduto avvolta da una sciarpa arancione, mentre ho atteso che un amico finisse la sua sigaretta, per entrare poi con lui in un bar. Infatti i miei capelli sono intrisi di cattivo odore, ma sentirlo mi ricorda il viso di chi parla con te fidandosi profondamente di chi sei. Di chi sono.

Sono ciò che faccio? Dicono che non dovrebbe essere così. Ma se faccio ciò che sono, aderendo al ciò che desidero e amo, e credo, la sera ciò che sono è sia ciò che faccio, sia ciò che sono.

ALLUCINAZIONI DA #fuoriposto

Un libro che ha rasserenato, rincuorato, informato. Ad alcuni non ha entusiasmato. Questo se letto in solitudine, in attesa dell’appuntamento dei #fuoriposto , l’ultimo dell’anno 2016. Lo stesso volume, messo nel bel mezzo di un gruppo di lettori dai gusti, dalle età e dai vissutu più vari, ha acceso una vivace discussione sui confini tra pazzia e “normalità”. Il titolo è Allucinazioni e lo ha scritto nel 2013 Oliver Sacks, noto neurologo se non anche scrittore morto nel 2015 e reso famoso nella comunità dei lettori non tecnici dal libro “L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello”. A pubblicare, il libro “miccia” della dibattito dei #fuoriposto e il titolo noto, è sempre Adelphi. Ci si chiede a tratti anche perché una casa editrice così mette sugli scattali dei librai e dei bibliotecari, avvolto nella sua sobria copertina, un saggio divulgativo sulle allucinazioni non legate a problemi psichici come fosse uno dei suoi tanti titoli più narrativi. Questo per alcuni strambo gesto non è da far passare sotto silenzio perché, tacito e già compiuto, pone interrogativi che si ripropongono al lettore non esperto in neurologia mentre sfoglia i casi raccontati da Sacks. Ciò che colpisce, piace e da a volte perfino una sorta di sensazione di sollievo, in Allucinazioni, è come l’autore racconta le storie delle persone in cura. Lo fa con rispetto, senza negarne la malattia, ma riconoscendo loro comunque il diritto di essere descritte, e ancor prime ascoltate, poi comunicate, senza cappelli introduttivi intrisi di etichette e pregiudizi. Uno per tutti l’esempio della anziana spaventata dalle proprie allucinazioni: ma che mi sta succedendo? Sacks, facendole quasi comprendere ciò che avviene, la porta a convivere con il fenomeno senza restare terrorizzata a vita. Non è sola, ha allucinazioni, ma non è sola a lottare in un terreno dove i confini tra reale e non, sono stati cancellati dall’età. Oppure da problema chimico, dalla mancanza di sonno, da sostanze assunte.

Ci sono lettori che vedono Sacks come un vero e proprio “scardinatore” del confine tra “sintomo e patologia”, uno che mette in chiaro che chi ha allucinazioni “non è pazzo”. Il fatto che una cosa escluda l’altra, è stato al centro di un lungo dibattito #fuoriposto , certo è che questo neurologo da poco scomparso è in grado di aprire gli occhi di chi è interessato, su un capitolo di allucinazioni poco raccontate. Mai raccontate con uno stile come il suo, tecnico ma anche divulgativo, non privo di basi scientifiche (dati anche i rimandi a testi di studi).

Non ha coinvolto tutti, molti si sono chiesti, dopo questa sfilata di casi di allucinazioni, “e quindi?”. C’é chi, terminato il libro, non ha che preso atto del “mistero del cervello, di quanto poco ne capiamo e di quanto poco ne capiscono ancora i dottori”.

Il prossimo incontro dei fuoriposto sarà il 17 gennaio 2017. Pur essendo giorno di falò, quelli di Sant’Antonio, da tradizione, non bruceremo libri, ma sarà un dibattito immagino di nuovo acceso. Attorno al libro di Jonathan Coe: NUMERO UNDICI (Feltrinelli). 
Altri libri proposti sono stati 

– La vita immortale di Henrietta Lacks (Rebecca Skloot) Adelphi

– Dolorose considerazioni del cuore (Sandra Petrignani) Nottetempo Edizioni

– Bella era bella, morta era morta (Rosa Mogliasso) NN Editore