PENELOPE FA LA COSA GIUSTA 

Non ne faccio una questione di genere, neanche di geografia politica e men che meno di sospettabili assonanze caratteriali. E non me ne faccio una ragione, non ancora, ma questa Penelope Poirot mi ha conquistato.Spuntata con tutto il suo essere tracagnotta e immodesta, al fianco di una Velma che si stava candidando a diventare il mio esempio di zitella orgogliosa e bastante a sé stessa, con una mossa “alla Poirot”, Penelope ha conquistato la vittoria tra le pagine e nelle pieghe a me stessa ignote del mio cuore. 

Oscuri i percorsi che l’hanno portata a raccogliere la mia simpatia, che amo stillare con parsimonia quando si tratta di personaggi letterari, per lo più se petulanti e pieni di sé come questa Penelope. Oscuri gli incroci relazionali che Becky Sharp ben cucina in un romanzo pubblicato da Marcos y Marcos, un mistery che ci porta negli anni ’90 perché quella attuale non è più un epoca di misteri: troppa tecnologia, siamo tracciati tanto quanto “spersonalizzati”. 

É un vero mistery di quelli che non si trovano facilmente, che profuma di vintage quanto quegli armadi pieni di piccoli oggetti trionfanti nel loro splendore genuino e retrò. 

Penelope Poirot fa la cosa giusta. È il titolo. È un’affermazione che ci accompagna prima guidati da Velma, la sua assistente, poi dalla stessa Penelope, per tutto il romanzo, fino allo sciogliersi del mistero. E non accade – questo è il vero mistero alla Becky Sharp – che una volta distribuite le responsabilità di morti e feriti, il fascino dei personaggi svanisca. Eh no! Anzi, cresce, e strattoneresti Becky Sharp se non fosse così simpatica e sferzante, per farti dare subito la bozza del prossimo Penelope’s Mistery. É questo il mistery vero e prezioso che la donna che si firma Becky Sharp tiene in pugno, piú del suo vero nome e della sua personale vita: lei ha creato Penelope!

“Leggete, leggetemi”, pare dire – sembra che ci saranno nuove “cose giuste” fatte da Penelope – “tanto non saprete come ancora vi terrò incollati ad un rettangolo scritto, divertendovi e intrattenendovi, senza farvi notare troppo tutte le pesanti e azzeccatissime critiche che metto in bocca ai miei personaggi”. 

Altro motivo per cui Penelope è irresistibile: non risparmia nessuno! E i tanto, tra un capitolo e l’altro, si regala elogi e vizi a non finire, piccoli ma estremamente di classe, come le caramelle alla violetta di cui è dipendente. 

Quelli che io cerco la pace interiore e l’armonia globale

Quelli che io mangio sano mi curo sto bene e sono in equilibrio perché sono quello che mangio e quello che bevo e quello che …

Quelli che chi si condede uno sgarro, cede senza merito e

Quelli che…

Sono quelli che potrebbero ritrovarsi nel libro e con un certo fastidio riporlo in mensola affibbiando a Penelope e al suo tono non proprio delicato, la responsabilitá delle proprie scelte con cui sperano di autoconvincersi di essere un po’ meglio della media. 

Penelope non ha alcun dubbio, d’altronde, Penelope fa la cosa giusta. 

Non sono una raccontatrice di trame, e in questo spazio dove non sono obbligata a rispondere alle 5 W del giornalismo e a indicare le coordinate, amo raccontare la mia esperienza di lettrice. Trovate la mia recensione QUI

Andateci, leggete la trama, se proprio siete di quelli che devo sapere tutte le fermate del treno per salirci a bordo. Io no, io sono salita perchè ho visto chi ci è sceso a viaggio compiuto soddisfatto, ridacchiando e con lo sguardo furbetto da chi ha fatto la cosa giusta. 

Annunci

CHIRÙ


Chirù. Un libro regalato sulla fiducia, nei confronti di una brava libraia e dell’autrice stessa, spesso letta su giornali e social. Un titolo rimandato per una quarta di copertina che ammiccava ad argomenti di cui non avevo voglia di riempirmi gli occhi. Di cui temevo di entrare nel merito. Poi, è arrivato il momento. “Chirù“. 

Chirù. Una copertina e un suono che nella quiete dell’agosto in città, “dai, ascoltami” mi hanno detto. Dall’incipit, c’è stata massima intesa. Prima di capire cosa mi stesse raccontando, il solo suono delle parole di Michela Murgia ha raggiunto quella parte di me che se ne stava assopita attendendo stagione migliore, quella dei sentimenti. Non la primavera ufficiale, ma la prima vera volta che ci si lascia andare. 

Se la quarta di copertina mi aveva fatto immaginare la storia sporca di una tardona incapace di decidere di sé stessa e assillata dal ticchettare dell’orologio biologico inesorabile, no. Mi era fatta una idea totalmente errata ed è stato subito evidente. Con la stessa determinazione con cui mi ero tenuta lontana dal libro finora, ho perseguito la sua lettura plaudendo all’autrice che neanche in una riga ha inciampato. Mai nel ritmo e nello stile, mai nelle scelte narrative e umane. Sì, umane, perché la sua protagonista è viva, potente, imperfetta. 

Esplorandone infanzia e adolescenza, accompagnandola nella sua quotidianitá adulta di passione, per uomini e lavoro, non si può che rimanerne affascinati. Non è amore, non è ammirazione, ma è una sorta di vicinanza nella totale diversità caratteriale quella che mi ha spinto a leggere Chirù tutto d’un fiato e a consigliarlo a molti amici. 

È una storia lontana ma vicina a ciascuno di noi, in cui non ci si identifica ma ci si ritrova, grazie anche ad una scrittura così musicale da far vibrare le viscere in risonanza con i loro proprietari, noi, che lo vogliamo o meno. 

UN’ALTRA AMERICA

Un’altra America. Ma quale delle tante altre che ogni giorno ci spiegano, ci proiettano, ci illustrano? Alberto Giuffré ci porta nella sua, e non ce la racconta, perché per scriverne un libro, pubblicato da Marsilio, se l’è andata a visitare, città per città. Non solo. Il viaggio, lo ha studiato a tavolino con un lavoro di documentazione e selezione certosino e intelligente per poi andare a colpo sicuro una volta sul posto. E colpirci. 

Le pagine scritte da questo giornalista, evidentemente appassionato di musica e di viaggi, sono intensamente sorprendenti. Catturano con la bellezza sincera di chi non ha bisogno di urlare cosa ha scovato chissà dove, perché conosce il valore dello svelamento, è consapevole della delicatezza con cui vanno trattate le storie di vita. Sa, Giuffré, che farne “un caso umano”, significa buttarle in pasto a chi non ne sentirebbe il sapore. E allora eccolo che con la gentilezza di chi ama ciò che fa, che vede e che scrive, raccontarci Rome, Milan, Naples, Venice, Florence, Palermo, Verona, Genoa. Queste omonime di otto città americane, sparse negli Stati Uniti, non sono le uniche: lui ha scelto quelle che possiamo leggere in Un’altra America per costruire un libro polifonico e vario, coinvolgente, che non annoiasse con i luoghi comuni e gli stereotipi ma allo stesso tempo non ne fosse totalmente privo, perché gli USA sono anche quello. Non solo ma anche. 
Con un approccio inclusivo, uno sguardo che sa ascoltare e tanta pazienza impertinente, Giuffré ha girato in lungo e in largo la terra delle grandi promesse, oggi in pieno clima elettorale. I suoi tragitti sono meravigliosamente illustrati nel sito www.unaltraamerica.it con tanto di video, immagini e cartina. C’è da perderci un giorno intero, ma non prima – io consiglio – di dedicarci al libro. Sfogliare le sue avvenutere mette addosso una irresistibile e sana voglia di fare le valigia. Non per partire tanto per andarsene, ma per raggiungere e conoscere un altro luogo. Un’altra versione di un luogo noto. Un altro sé stessi in un luogo ignoto. 

Una silicon valley nel deserto, un laboratorio di cibo sano, manager trasferiti con famiglia a seguito, templi dimenticati della musica. Persone e paesaggi, in cui trascorrere le vacanze senza partire, o partendo due volte. Tornando, con il bagaglio di souvenir da Un’altra America. 

HEKA IN TECA 


“Magia o gestire la crisi?” Me lo chiede una teca mentre, assorta nella storia antica, visito il Museo Egizio di Torino, audioguida capricciosa all’orecchio e pensiero sui banchi delle elementari. 

Leggo la “dida” e il mio amore per le parole esplode, si moltiplica anche nel tempo, oltre che nello spazio. Quello per le parole scelte con cura, pesate, non per evitare di compromettersi, anzi, per compromettersi e anche pesantemente, nella direzione in cui si crede, con la limpidezza di un messaggio chirurgicamente comunicato a parole. A cui seguono i fatti. 

Magia o gestione della crisi. Magia E gestione della crisi

Heka, forza soprannaturale impiegata per affrontare e gestire situazioni difficili che accompagnano passaggi di stato. Tra sarcofagi e vasetti, geroglifici e mummie con gli arti superiori separati, o di gatto e cane, trovo una saggezza antica che ha attraversato i millenni per arrivare a me, che in una domenica d’agosto visito un museo vergognosamente mai visto.

Una saggezza e una sicurezza, quella di poter contare sulla mia heka, sempre/comunque/anzi. E di poter contare sui passaggi di stato, per non morire lentamente. Anche perché oggi non ci sono più i sarcofagi di una volta! 

IL DELITTO DEL CONTE DI NEVILLE 


Padre e figlia, nobilitá decadente, un garden party e una vaticinante. Tre fratelli in cui prende corpo il mito greco zoppicante, mentre la modernitá di un clima di passata ricchezza oggi in fumo, fa capolino nel loro padre mescolando epoche e società. In una famiglia, si intrecciano le anime dei singoli che vogliono prevalere, alcune dichiaratamente, alcune subdolamente, alcune facendo pesare l’assenza altre imponendo la presenza. Tutti rincorrono l’occhio di bue per esserne al centro. Che romanzo può uscire pretendendo di raccontare impeccabilmente tutto ciò? E in meno di 100 pagine? Un pasticcio. Alt, lo ha scritto Amélie Nothomb: preparatevi ad un capolavoro. Non il primo, non l’unico, ma l’ennesimo e mai uguale ai precedenti, libro sbalorditivo che mi ha tenuto sveglia con la testa in sospeso assieme al finale. Le lancette dell’orologio reale segnavano il tempo del sonno doveroso, ma le mie giravano come al polso del conte di Neville, attendendo il garden party per decidere se uccidere mia figlia. Nothomb fa male, ferisce con una freddezza che sempre mi sorprende e mi accartoccia il cuore. Ritrae l’autolesionismo e la crudeltà di una adolescente senza giudicarla, lasciando a noi esprimere un giudizio inesprimibile. Idem per il padre verso cui si prova pena, poi rabbia, poi affetto, poi… 

In un libretto, una coltellata. Netta, a lama corta ma penetrante e che non sbaglia mai mira. É un killer, questa autrice belga. Ogni anno arriva con un suo libro, senza troppe moine, Voland pubblica, io lo compro, lo leggo, mi fende il cuore. Ogni suo titolo – non ne ho perso uno – è una cicatrice indelebile in me che spesso, quando attraverso le vicende reali, accarezzo con il pensiero trovando associazioni mentali che mi ricordano pagine sue.
Al conte di Neville associo la crudeltà di una figlia, l’amore per le apparenze e l’ipocrisia sociale, l’essere padre di una incoerente, e l’atmosfera del garden party decadente. Ma la mia mente é contorta e il genio letterario di Nothomb è perversamente illuminante: la cicatrice di Neville mi tornerá utile a sorpresa, voltando pagina.