SI DÀ IL CASO CHE

Si dà il caso che sia il caso di parlare di “si dà il caso che”. Ma il caso – che io adoro e che “surfo” con piacere soprattutto quando è un’onda che spazza schemi, regole e chiusure mentali – ecco, proprio il caso porta qui questo libro, con le parole della libraia indi-pendente dai libri, Raffaella Musicò. Il suo spazio luminoso denso titoli compressi in una manciata di mq, è in via Bergamo, a Monza, la mia città. 

È la libraia con cui organizzo il gruppo di lettura dei #Fuoriposto. È la libraia arrivata a turbare le coscienze di chi in città sperava di continuare una vita senza avventura tra le righe. 

Non è un caso che sia e sará spesso ospite di Martellante, svelando tesori e scoperte pescate nel mondo dei fumetti e delle graphic novel. Un mondo che mi attrae ma in cui non mi oriento e sono felice che mi ci accompagni Raffaella nelle vesti di Virginia – la sua libreria si chiama Virginia e co. 

SI DÀ IL CASO CHE di Fumio Obata (Bao Publishing)

Per il Giappone ho un grande amore. Un’attrazione fortissima, un richiamo quasi ancestrale, comunque sotterraneo, per certi versi inspiegabile. Una curiosità, una fascinazione, una rispondenza.

L’animazione ha fatto parte della mia adolescenza, ora sono le storie disegnate a conquistarmi. 

Nel libro di Fumio Obata ‘Si dà il caso che’ il Giappone è raccontato con uno sguardo mischiato a quello occidentale; a volte mi è parso di rivedere me che guardavo i giapponesi – soprattutto le donne – durante il mio unico viaggio nel Paese del Sol levante: lo stesso sguardo di sbieco, come a spiare cercando di non farsi scoprire, sapendo della ritrosia di questa gente, come a voler dimostrare di saperne rispettare la privacy, seppure, per certi versi, la si ritenga un desiderio incomprensibile 

L’acquarello con cui sono realizzati i disegni, che al contempo hanno un tratto molto netto e scuro, restituisce alla coscienza la coabitazione forzata tra certezza e dubbio, spolpando il pregiudizio che ci fa vedere i giapponesi come un popolo armato d’intransigenza, di rigore, di disciplina. 

Nel cuore di Yumiko, la protagonista costretta a tornare in Giappone dall’Inghilterra in cui vive per l’improvvisa morte del padre, resiste un sentimento contro corrente rispetto all’evolversi del mondo e anche rispetto alla vita che lei stessa ha scelto, trasferendosi a Londra. 

Ci rendiamo conto poi che magari è solo rimpianto generato dalla morte, genitrice indomita che insemina le coscienze di sensi di colpa e manchevolezze; dialoghiamo con sua madre, una donna emancipata messa al bando tanto dalla sua famiglia quanto da quella del marito, che rende evidente la difficoltà di essere donna e allo stesso tempo madre, esistenza in sé ed esistenza per, slancio in fuori e in avanti e accoglienza.Le vignette spesso tracimano dai limiti grafici, anzi meglio, disintegrano questi limiti, spaziano sulla pagina intera. I sogni sono raccontati in modo magistrale, orchestrati a completamento delle ansie e dei desideri, occulti, ma anche evocativi, in ogni caso spaesanti.

Il finale irrisolto, la protagonista che incarna la confusione e l’indeterminatezza e ne racconta la storia. 
Eleganti, le figure si muovono lungo le pagine, raccontate soprattutto dalla luce, resa con rara maestria.

Questo libro seduce e lascia la voglia di rileggerlo ancora e ancora, per cercare di cogliere il profondo che si nasconde dietro il detto o il mostrato. Accenni, visioni, spruzzi di dolore e di rammarico, di senso del dovere, di ribellione, di ritorno all’ordine costituito.

Fumio Obata ci racconta il Giappone che vediamo noi occidentali, ci svela dei segreti – che poi tanto segreti non sono – ci induce alla riflessione sui contrasti. Ci parla di strade e di direzioni, e poi ci aggiunge distanze e ritorni, impossibilità e scorci di desiderio. 

Nel mare della vita, sembra dirci, siamo solo onde.

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