UN LAVORO VERO #fuoriposto 2

 Terzo incontro dei #fuoriposto gruppo di lettura creato assieme alla libreria Virginia e Co. di Monza. 

Un lavoro vero. Ma vero in che senso? E che cosa è “lavoro”? Ma alla fine si è realizzato o no: fallimento o realizzazione?

Se frasi scritte nero su bianco in righe indiscutibilmente parallele e regolati non erano riuscite a far convergere opinioni e interpretazioni fuoriposto, la scorsa puntata del gruppo #fuoriposto (click QUI per saperne), figuriamoci pagine scritte poco, a volte quasi solo illustrate, che affidano a tratti muti e tinte acquerello la propria storia. Infatti anche la serata sulla graphic novel di Alberto Madrigal edita da Bao Publishing ha posto i noi Fuoriposto di fronte a una varietá di interpretazioni molto più ampia delle gradazioni di colore delle vignette. Anche quelle, apprezzate, direi, nel loro essere spesso funzionali nel comunicare il cambio di tempo e di luogo, per non parlare del puro approccio estetico, dei bei quadretti.

Prima di entrare nel merito della storia, giá il mezzo di espressione fumetto ci ha permesso di confrontarci tra noi e di confrontare questo genere con i romanzi o i saggi che nella maggior parte dei casi teniamo sul comodino o in borsa. Per molti era il primo fumetto dell’età adulta, e l’escursione in perfetta linea fuoriposto è risultata interessante. Chi “è stato bello ma non è il mio tipo”, chi “ne proverò altri”, e sono usciti titoli e autori come Zerocalcare e Gipi, sempre fumettisti, ma diversi: ottimi spunti per chi vuole continuare a esplorare questo universo grafico.

Vero resta che l’impatto con le immagini mute ha mostrato la loro potenza e allo stesso tempo il loro trovarsi indifese di fronte all’occhio di chi le guarda, le scandaglia alla ricerca di un fatidico (necessario?) “messaggio”.

E veniamo al messaggio, partendo dal titolo che ben ci indirizza al Punto. “Un lavoro vero”. Vero perché pagato, dice Madrigal. Tutti d’accordo? Per nulla. E ciascuno vede il lavoro a modo suo, chi come qualcosa che prevede fatica, chi come qualcosa che ti deve mettere i soldi in tasca, chi come modo di realizzarsi, chi altro come attività per tirare a campare mentre per il resto vivi. E se il lavoro è la tua vita, il tuo modo di realizzarti?

La “questione lavoro” che suona piú politica sindacale che letteraria – ma siamo Fuoriposto: mai esenti da sforamenti – ha occupato la serata tra disoccupazione e precariato. I giovani al centro, perché lo é il protagonista, ma non solo, perché i momenti di smarrimento investono a caso, non guardano la carta di identità della vittima.

Leggendo Madrigal qualcuno ha rivisto sé stesso, altri i figli, che stanno attraversando periodi di ricerca di un lavoro vero, a volte con lo stesso spirito del protagonista, altro con molta più determinazione e metodo. Non sono mancati, incontenibili, i giudizi sulla condotta del protagonista e lo sguardo di disapprovazione posato su vignette che lo vedono inerte, troppo solitario, in balia del presente e del futuro. Da una parte, “siamo qui per parlare del libro, e non di quanto un tal personaggio suscita in noi approvazione o simpatia”. Già… Era successo anche con il romanzo di Stefánsson! Ma non è anche segno della potenza con cui la lettura irrompe in noi Fuoriposto? Della grado di coinvolgimento che riusciamo a raggiungere stringendo un libro in mano, tanto da arrivare a rapportarci con il protagonista come fosse vivo?

A ‘sto giovane che si dice alla ricerca del lavoro vero ne avremmo di cose da dire! Dal “cercati un lavoro seriamente” a “forza che ce la fai”, ma anche “bravo: hai un lavoro vero” perché c’è anche chi nel compromesso raggiunto (lavoro alla scrivania pagato e tempo per scrivere e pubblicare il proprio fumetto) ci vede un successo invidiabile. Con il primo ci campo, con l’altro mi realizzo.

Abbandonando il tema lavoro, spunta la solitudine che aleggia in modo evidente dall’inizio alla fine: pochi non l’hanno avvertita. Un senso di solitudine così ben reso che ha toccato le corde di ogni Fuoriposto, ma in posti diversi. A qualcuna nei ricordi di esperienze all’estero, ad altre nel passato di chi arriva “al Nord” e si deve ricreare un giro di amici. Ad altri ancora in una quotidianità presente in cui l’essere soli si manifesta anche nella carenza di contatto umano e di occasioni sociali anni ’70, messe in solaio con l’arrivo dei social.

Non c’é una solitudine piú vera dell’altra, le lasciamo aleggiare assieme all’aroma del vino che (mea culpa, devo fare verbale!) ho sbadatamente rovesciato.

Non approdiamo ad una verità univoca neanche a proposito del “lavoro vero” di Alberto Madrigal. Per qualcuno “dobbiamo aspettare il suo prossimo libro, questo è autobiografico… È diverso!”. Per chi vuole continuare a seguire l’autore, il suo blog QUI.

Forse ci svelerá la verità la protagonista della prossima lettura: Cassandra di Christa Wolf (E/O Editore)

Ne parleremo MARTEDÌ 26 LUGLIO H21 alla Vineria Bohème (via Bergamo 15, Monza)

Ha vinto lei, Cassandra, schiacciando i seguenti titoli:

L’amore è eterno finché non risponde di Ester Viola (Einaudi) 

Montedidio di Erri de Luca (Feltrinelli)

Ho lasciato entrare la tempesta di Hannah Kent (Piemme) 

L’oscura sacralità della notte di Julia Glass (Nutrimenti) 

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A CALAIS CON CARRÈRE


A Calais. Letto in una notte calda, senza accorgermi che la mia mano voltava le pagine e la lancetta girava con gusto su sé stessa, questo libro mi ha portato a Calais e mi ha lasciato a dormire ospite di una donna marocchina che lascia le persiane aperte. Sempre, tranne qualche giorno, quando si scorda di pulire i vetri e furbescamente lascia che l’ombra perdoni la sua negligenza di donna di casa. Se è per questo, dimentica anche il bagagliaio dell’auto aperto, pieno di borse della spesa, mentre le scarica una per una.

Lei è la figura luminosa di questo libricino che Emmanuel Carrère ci regala in elegante agilità, edito da Adelphi. In un formato che non c’è valigia da cui non possa essere ospitato. Non ci sono scuse per non leggerlo, ma in apparenza neanche particolari motivi per affrontare l’ennesimo scritto di un seppur bravo autore che racconta la Giungla di Calais. Sì, quella, la stessa che abbiamo visto in tv, sui giornali, in reportage fotografici. Quella.

Ho pensato anche io qualcosa di simile a ciò che dice Marguerite, altra figura del libro, non luminosa, ma illuminante: con la sua voglia di oscuro, accende la voglia di far luce del tutto, à Calais, e una volta per tutte. Ho pensato anche io, inizialmente, come lei, “mo’ arriva questo, e si crede di far la nuova voce sulla solita ormai vecchia storia della Giungla. Chi si crede di essere? Cosa si è messo in mente questo ‘presuntuoso’ scrittore di romanzi?”.

Apparentemente banale, la scelta di Carrère à Calais, sulla carta stampata, è vincente, penetrante: rapisce, mi porta in quella città e, finito il libro, mi lascia a casa della sua ultima intervistata, quasi a dire “beh, Marta, ora fai tu, continua tu”. Continuo io a raccontare cercando l’altra prospettiva, cambiando punto di vista, facendo leva sugli attacchi e sulle critiche: impugnati, e non presi di petto, si trasformano in un piede di porco che scardina abilmente gli schemi mentali con cui inconsapevolemente osservo purtroppo ciò che accade intorno. 

Interessante ascoltare Calais vista da lui, un viaggio letterario che emoziona al massimo delle potenzialitá che carta e inchiostro possiedono, quanto a coinvolgimento emotivo. Ciò che però lascia, Carrère, è la voglia, anzi, la determinata convinzione in me di voler raccontare persone, luoghi, fatti vivendoli e cercando una prospettiva diversa. Cercandola o accettandola se proposta da chi si incontra e che, a volte anche non molto educatamente, ci mette in mano una chiave arrugginita per aprire la nostra mente.

Non ho ancora le idee chiare sulla Giungla, e su Calais. Il libro Adelphi ha aggiunto una voce alla lista di quelle già lette e sentite. Ha arricchito il quadro di altri colori, cupi e vivaci, senza però dargli quei contorni nitidi che forse mai avrà, realtà in evoluzione come è, in balia di idealismi e interessi contrastanti.

Ho le idee chiare su ciò che desidero siano le parole che mi attraversano, fuoriuscendo da penna o pollici-su-touchscreen. Che siano narrazione di un punto di vista non scontato, siano ricerca del testimone o del coinvolto da ascoltare e a cui dar voce. Che siano una, una delle tante, prospettive, siano l’opportunità per me, innanzitutto, e per chi legge, di fare un passo di lato, o indietro, o una leggiadra capriola, per osservare lo stesso panorama in modo nuovo. Con tutta la libertá di tornare al punto di prima, ma ormai diversa, più ricca, forse più dubbiosa e insicura, orfana della “verità unica” che credevo di avere in tasca. Sicuramente più viva.

CALABRIA IN CAMMINO, CON LEA


La scelta di Lea è un atto che nella mia vita continua a intrecciarsi con eventi apparentemente slegati al contesto e al significato di quanto esso esprime. 

Si avvicina, irrompe, mi sfiora, mi da di gomito ammiccando, mi da una sberla in sere di scoramento. 

“La scelta di Lea” (Melampo) é il libro di Marika Demaria, un eccellente racconto che amo per il pragmatismo profondo e allo stesso tempo accessibile. Sì, perché nei tanti libri impegnati con tutte le buone intenzioni a parlar di criminalitá organizzata dai piú differenti punti di vista, raramente ho trovato l’accessibilità che può vantare La scelta di Lea. Quella che non svilisce il contenuto, né i valori, anzi, non presentandoli come concetti comprensibili solo ad un’élite, li valorizza. Li distribuisce, li rende comunicabili anche a me che esperta non sono, ma che La scelta di Lea ce l’ho proprio nel cuore. 

Ci penso e mi afferra le viscere. Come mai proprio Lea? Trovo parte delle risposte nel libro di Demaria e nella sua prefazione firmata da Nando Dalla Chiesa. In parte nel mio personale rapporto con il concetto di “scelta”. 

Ho riletto pochi giorni fa La scelta di Lea mentre Valerio e Valentino di Libera Monza e Brianza facevano la valigia. Per una CALABRIA IN CAMMINO, CON LEA. In venti tappe o poco più gireranno la regione dove Lea Garofalo é nata, per incontrare gli autori di scelte coraggiose come quelle della donna i cui resti sono stati trovato a poche centinaia di metri da casa mia. A San Fruttuoso, frazione di Monza. 

Ho scelto di raccontare l’avventura di Valerio e Valentino, con una pagina Facebook perché sia partecipata, aperta, informale, ACCESSIBILE e condivisibile

Si chiama CALABRIA IN CAMMINO, CON LEA (@calabriaconLea)

Venite con me? 

Curiosa, con sneakers dalla suola piatta, sporche di smog milanese e di fango brianzolo, faccio i primi passi verso sud, virtualmente, accordandomi con i due che li faranno realmente.

Ancora una volta La scelta di Lea

Ancora una volta la scelta di dare parola a ciò che mi emoziona senza pensare ad audience, SEO, impreparazione e seguito mediatico.

É La mia Scelta. 

Le origini di questa idea sono da cercare in questa serata. (Cliccare per sapere)

Una bel contributo lo ha dato anche il libro di Nando Dalla Chiesa che ho recensito per Omnimilano qui. Si intitola “I fiori dell’oleandro” (Melampo) .

IN EQUILIBRIO PERFETTO


Amanda bussa alla porta e non le interessa che etá hai e come sei, cosa pensi e cosa senti. Spigolosa e ironica, cinica come lo può essere una adolescente inconsapevolemente dolce e che non se la sta passando bene. Amanda è la protagonista del libro di Zita Dazzi, donna che, da scrittrice come da giornalista, sa scrivere col cuore senza annoiare. Nelle sue righe, nelle storie che fa sue per poi fare nostre, si avverte il battito di vita, ma mai il bisogno di fazzoletti sprecati in pianti “doverosi”. Non c’è pena, non c’è il “poverina”, c’è “co-partecipazione”. Diversa dalla più a volte passiva condivisione. 

“In equilibrio perfetto”, pubblicato da Sinnos, segue Amanda, ragazza che vive a Milano con una madre sfiancata dalla chemioterapia, un amore impossibile, e forse anche indegno, coltivato con quel senso utopistico di chi,come Amanda, è ai primi anni di liceo. A scuola non vanno bene le cose, Amanda ha altro per la testa, ma ha la testa, e nel modo un po’ contorto di chi ha anche molto cuore, alla fine riesce a usarla al meglio. Ad aiutarla c’è Bruto, uno dei buoni assieme ad una prof, entrambi sarebbero “folletti aiutanti” se “In equilibrio perfetto” fosse una fiaba. Ma è la vita, Dazzi lo sa e lo comunica bene. 

A parte un cenno di sindrome da Peter Pan, ben poco in apparenza mi legherebbe alla sua protagonista, eppure Amanda è rimasta con me. A Milano ma soprattutto nel mio sguardo, oggi influenzato dal suo, quando si posa sugli adulti, me compresa, e quando si rivolge a sé stessa e alla propria modalitá di gestione degli affetti. 

Mi sono ritrovata negli spigoli di Amanda, in quelli visibili e in quelli celati dai vestiti e dalla sua maschera. 

Grazie ad Amanda ho trovato l’occasione, e il coraggio, per ripensare da donna al rapporto che da adolescente ho avuto con mia madre. Non in equilibrio perfetto, ma presente e intenso. 

Dopo Amanda, e Zita Dazzi, il mondo è più fresco e vivo, meno netto nella divisione tra buoni e cattivi, di più nel distinguere chi sta con me e con i miei obiettivi, e chi no. 

Come mai parlare di tumore e come poterlo fare. 

Come i social regolano le relazioni, cyberbullismo compreso. 

Come se la passano i teenager meneghini

Come è accolta Amanda dai suoi coetanei

Sono tutte ma non le sole curiosità che Zita Dazzi potrá presto sfamare, in una intervista che ci attende, ma queste righe, prima di incontrarne l’autrice, le dovevo ad Amanda. 

Cose tra me e lei, tra spigolose. 

“La sua arma di conquista non può che essere l’ironia, la sua bellezza spigolosa non basta”

La Resistenza del maschio. Che esiste.


La resistenza del maschio. Stiamo cercando di catturarlo, di descriverlo, di immortalarlo con trecento battute. Trecento colpetti di dita su tastiera o touchscreen, ma lui resiste. Resiste ma esiste e lo sento attorno a me. Interrogo il volto di tutti gli uomini tra i trenta e i sessanta che incrocio per le mie strade. Dal primo giugno, giorno in cui é iniziato il contest “il maschio che resiste” di cui parlo in questo articolo su Vorrei, non posso che chiedere loro, solo e soltanto, “ma tu resisti? A cosa? Come? Perché? E ti fa star bene?”. 

Messe da parte le 5W del giornalismo che tanto mi vanto di almeno cercare di rispettare, ripetendomele tra me e me quando la professione di giornalista assume caratteri alquanto svianti, le 5 domande che mi ossessionano sono queste.

Non mi aspettavo di avere delle risposte chiare, men che meno univoche, ma ho notato di piú: che pochi “maschi” sanno di resistere, e a cosa, ma al contempo sempre di più si trovano descritti e raccontati con stereotipi anni ’90 o surrealmente futuristici. Ma a livello di utopia. La terza via, non so quanto preferibile, è il maschio non più maschio, che “addolcendosi” assume compiti e modi di fare che il senso comune associa alle donna, così da potersi dire uno “avaaanti”, per la paritá dei sessi l’emancipazione etc etc. Come se mettere in uno spot tv un maschio che lava i piatti risolvesse tutto. Modello educativo, retaggio culturale centenario, violenze di genere…

La resistenza del maschio è ciò su cui ci chiama a riflettere e a interrogarci il libro di Elisabetta Bucciarelli pubblicato da NNEditore. Lei è una splendida autrice di quelle che i libri li scrive, li ama, li segue e li accompagna. 

Abbiamo fatto quattro chiacchiere qualche mese fa, l’intervista la trovate QUI. Nei mesi successivi ho assisitito alla nascita/crescita di una sorta di comunità intorno al suo libro, a lei, al maschio che resiste. Sui social e dal vivo. Se inizialmente poteva essere la consueta scia post lancio del libro, poi il fenomeno, e il maschio, hanno assunto vita propria e mi hanno conquistata. Il maschio che resiste ha cominciato a comparire nella mia vita e a modificare il mio sguardo nel mondo. Non sul, nel. Io il mondo lo guardo da dentro. 

Ormai vedo amici, vicini di casa, colleghi, passanti, in modo interrogativo, propensa ad indagare – con molto cospetto e zero sfacciataggine – il loro personale “atto di resistenza”. 

E poi “La resistenza del maschio” racconta molto bene in un gioco di specchi anche le donne. Il libro, lo fa, e lo fa poi ogni suo lettore, me compresa. Le tre donne in una stanza ad attendere un medico maschio, del libro, mi hanno spinto a far caso a come le donne parlano del maschio che resiste e come loro stesse resistono o meno al maschio che resiste. 

Tra pochi giorni il contest finirà, io di interrogarmi no. E sorrido a come un “gioco” letterario inventato durante una delle tante attese in cui ogni pendolare è chiamato a resistere (senza sbraitare) mi ha cambiato la vista. Resto miope, di fatto, ma il mio sguardo da vicino è più aperto, più mirato. Il panorama, più vario. 

Sorrido davanti a libri come questo e a chi non lo ha ancora letto e può farlo, e interrogarsi come posso fare io. Il mondo é diventato più vivo, vero, vivido, e ci si trova meglio a poter vedere ogni persona più fluidamente esistere, invece che etichettata e messa in bacheca. O con il viso vero oscurato dall’immagine del profilo sui social. Meglio di fronte, che di profilo. 

Letto o non letto, il libro, ognuno può scrivere come la pensa, sul maschio che resiste, partecipando al contest sulla pagina dedicata, in Fb, “concorso il maschio che resiste”.

E può conoscere Elisabetta Bucciarelli giovedì 16 alle 21: ospite della libreria Virginia e Co verrà a Monza. La presento io, ci chiacchiero, e lei con noi, alla Vineria Bohème. Tra vino e dolci, a cui non è proprio necessario resistere.

#FUORIPOSTO: Luce d’estate ed é subito notte 

Secondo incontro dei #fuoriposto, gruppo di lettura nato dalla libreria Virginia e Co (via Bergamo 8, Monza).

Luce d’estate ed é subito notte. Banale, magico, rivelatore di quotidianità, rinfrescante, non una storia ma un’opera d’arte, da leggere su più piani, e lontana dall’idea di romanzo classico. O forse solo un libro confuso, sincopato, che sfrutta l’effetto empatia di episodi comuni a molti per coinvolgere il lettore. 

E lo stile? 

Trasognato ma artificioso e costruito. Oppure poetico e speciale, originale e surreale.

Luce d’estate ed é subito notte e i Fuoriposto (ormai ci chiamiamo così, perché lo siamo proprio) hanno rischiato di far mattino scandagliando le emozioni e le reazioni suscitate dal romanzo dell’islandese Jón Kalman Stefánsson, tra l’altro in questi giorni in Italia per presentare il suo nuovo romanzo, Grande come l’universo, sempre avvolto da una di quelle evacative copertine Iperborea.

Torniamo a noi, Fuoriposto nello scrigno tapezzato di vestiti e luccicante di calici di vino pieni e poi vuoti, al primo piano della ospitale vineria Bohème, in via Bergamo 15 (Monza).

Qualche appunto/spunto per poi voltare pagina e passare al prossimo titolo selezionato, rigorosamente ad alzata di mano, ancora accaldati per la accalorata discussione sul romanzo islandese. 

Il primo approccio passa per l’uso del “noi”: certo una scelta non scontata che ha confuso, ha coinvolto, ha colpito. Qualcuno ha pensato ad un gruppo di uomini, altri di donne, chi non ha potuto sapere “noi chi???” e la cosa lo ha infastidito alquanto. 

Sapere chi, e poi sapere perché. Perché l’astronomo impazzisce? No, non impazzisce, vive. Ma come vive, dai. Si, sveglie di vivere. Sognando il latino? Ma dai!!!!

Il paesino protagonista del romanzo, abitante per abitante, a partire dal personaggio che ci accoglie all’inizio, lasciando poi spazio ai vari concittadini, mette in luce i diversi modi di leggere dei fuoriposto. È una cartina tornasole che trasforma “un ammasso informe e indistinto di lettori per passione” in un confluire acceso tra tifoserie. Sostenitori dello stile Stefánssoniano che con pennellate eccellenti è in grado di raccontare tutto di una persona in due righe musicali. E affianco quelli che nelle stesse due righe vedono grondare banalità, pietosa pretesa di rappresentare una umanità bassa, misogina e annoiata, che pensa solo a far sesso. Sesso, dove? Sì, “è tutta solo una quotidianità mortifera con spruzzi di sesso e calore che provano a compensare e coinvolgere”. 

Gli adoratori del libro quasi svengono, qualcuno si indigna, la libraia impugna il libro (perché non ha armi a portata di mano) e legge la descrizione dell’imbianchino. 

C’è chi nota come “Proprio i picchi di calore su una quotidianità piatta sono il bello del libro, perché così è la vita di tutti, anche nostra, e ci si riconosce”. 

E poi chi percepisce “spunti di originalitá ma con numerosi elementi di presunzione, la presunzione di voler narrare storie di vite ma come piccoli saggi filosofici”. Una pretesa fuoriluogo che ha infastidito alcuni. Non certo chi sente che questo libro “mi ha fatto proprio bene. Denso ma non pesante”. 

Una lettrice confessa, una debolezza e un delitto del tutto perdonabile: “ogni frase mi dava nuove emozioni, non riuscivo a smettere di leggere: aspettavo nuove frasi per restare sorpresa ancora una volta, e ancora e ancora”. Luce d’estate ed é subito notte, frase dopo frase, sopresa dopo sorpresa. E il delitto? Raccontando ai figli qualche episodio del libro, “ho aggiunto un pezzo a quella del gatto che non riesce a catturare le sue prede”. Senza spoilerare il sequel inedito della nostra fuoriposto, ma assicuro che è una happy end. Vissero tutti felici e contenti. E il gatto anche sazio, per chi se lo sta chiedendo.

Molti di noi sono usciti dalla vineria Bohème con un’idea di libro diversa, l’impressione di averlo letto più volte, in vite diverse, indossando panni diversi. Il libro si è moltiplicato, io stessa ne guardo la copertina rincasando, e ne vedo almeno 4 o 5. 

Il prossimo libro che i Fuoriposto moltiplicheranno è UN LAVORO VERO di Alberto Madrigal (Bao Publishing).

Ci vediamo MARTEDÌ 28 GIUGNO H21 sempre all’enoteca BOHÈME. 

Le altre proposte di lettura sono state 

  • Lucinella di Lore Segal
  • La boutique del mistero di Dino Buzzati 
  • La mia vita di Isadora Duncan 
  • Ho dormito con te tutta la notte di Cristiana Alicata

Il primo incontro Fuoriposto è raccontato QUI. (Clicca e leggi)

Per chi approda qui per caso o per fato, di fatto se incuriosito vuole essere Fuoriposto con noi, ci trova nella pagina Facebook legata a Virginia e Co., o tramite il mio profilo FB.