Cogliere il momento? Io lo creo


Mi fermo un momento nel momento dopo questo momento

Comprendo l’artigiano che forgia un gioiello, dopo averne studiato forma e materiale. Sudandoci sopra, magari facendolo più volte. Migliorandolo. Prima ancora aspettando la consegna del materiale, quello speciale che ho fatto arrivare da… E prima ancora credendo nell’idea balzana che “chissá se avrá successo” e soprattutto “chi me lo fa fare”

E la consegna tarda, e il materiale è meno plasmabile del previsto, e quando sto iniziando a lavorarlo suona al citofono il vicino che la bicicletta gli blocca l’entrata della cantina.

Comprendo l’artigiano che sa che tutto diventerá un oggettino tra tanti, poggiato tra tanti su una delle tante bancarelle del prossimo mercatino di quartiere. Lo sa, ma non sa non mettere tutto sé stesso in quel gioiello che ha concepito una sera e quella sera gli è sembrato il piu bello del mondo e che possa mai esistere. 

Poi il dubbio, l’idea del perfettibile, la voce “ma chi ti credi di essere”, il timore di esporsi, di crederci, di creare qualcosa che poi, a quel mercatino di quartiere, nessuno apprezzerá e te lo dovrai riportare a casa, la sera, con la piva in tasca. Assieme al tuo gioiello piu bello del mondo, in tasca. 

Comprendo l’artigiano, che quando sente, poi, nel mercatino di quartiere da cui temeva di tornare con la piva, “ma che meraviglia lo ha fatto lei”, più che pensare “sì, ma lei non immagina che lavoro c’è dietro”, sente il cuore palpitare perché “allora non era il gioiello piu bello del mondo solo per me”.

L’artigiana di momenti di incontro. Cosa creo? Relazioni, idee, spunti. Mescolo esperienze in modo che i rispettivi sapori risaltino e, anche se in contrasto, insieme nutrano. Diano energia. 

La cuoca di minestre di esperienze, fumanti, da sorseggiare la sera di ritorno dal gelo da una giornata di freddezza, lasciando spazio al calore dell’autenticitá propria e altrui. 

La Martellante, ché ogni momento può essere il migliore del momento. Ogni vita da leccarsi le dita. Ogni scelta, anche minima, aggiusta di un grado la direzione in cui la di ciascuno barca sta andando. E a distrarsi, per gradi, ne bastano 180 e ci si trova al punto di partenza. Più stanchi e frustrati. 

Io non ci sto. 

ANNI ’80, parliamone 

Non fanno più titolo, non fanno ancora epoca, non fanno breccia, oggi, forse anche perché fanno un po’ paura. Sono gli anni ’80, questi anni ’80 al centro dei libri di due autori che vi sono cresciuti, anno più anno meno. 

Curioso che, quasi coetanei, si siano trovati a raccontarne uscendo in libreria contemporaneamente ma totalmente ignari l’uno del titolo dell’altro. 

Alessandro Bertante, nulla sapeva di “’80. L’inizio delle barbarie” (LaTerza) scritto da Paolo Morando che nulla sapeva de “Gli ultimi ragazzi del secolo” (Giunti) scritto a sua volta da Bertante. Tanto curioso che meritava una sorta di “carrambata letteraria”, piú elegantemente da definire “una discussione sul tema, introdotta da Ambrogio Borsani“.

Se sulla curiosità si vuol puntare, ce n’é anche, da parte mia, per la sede dell’incontro previsto giovedì 26 maggio alle 19. Si tratta della scuola Belleville, uno nome per me evocativo e insindacabilmente attraente: Pennac fa capolino subito, dietro al suono “Belleville”. Ma cosa ci fa Belleville a Milano? Sogno o son desta, é una scuola di scrittura che sta cominciando da via Poerio a farsi conoscere. Corsi, incontri, conCorsi, letterari. L’ennesima? Diciamo la nuova, quella da scoprire, e che giá con questo incontro sugli anni ’80, differente dalla classica presentazione mi fa sperare di poter contate su un calendario di proposte che possano stuzzicare la mia passione letteraria fino a farmi sconfinare in territori che a volte trascuro. Come decidendo di un vestito che non mi dona, senza indossarlo, ma giá vedendo “come cade sul manichino”. 

Dopo “questa discussione anni ’80, che abbiamo deciso di fare nonostante, anzi, proprio apposta, su questo decennio controverso e trascurato” Bertante in persona mi ha assicurato che “ci saranno altre proposte originali”. E lui, Bertante, è tra i docenti della scuola. La sua penna è nell’astuccio di Belleville assieme a tante altre di estremo rispetto. Qui la lista da esplorare.

Il suo libro anni ’80 (Gli ultimi ragazzi del secolo) é un romanzo (auto)biografico on the road, tra Milano e la Croazia. Ne ho parlato in questa recensione pubblicata per OmnimilanoLibri: QUI.

La controparte saggia, perché di saggistica si tratta, é quella di Morando. “80. L’inizio delle barbarie” pubblicato con Laterza. Se saggio vi suona noioso, non chiamatelo così perchê questo libro non lo é affatto. Si legge con emozione viaggiando nel tempo e soprattutto nelle mode, nella manie e nelle tendenze che ancora risuonano nell’aria. Alcune molto note, che ci si ritrova a dire “ah giá, ma erano gli anni ’80, non lo collegavo”. Maradona, Madonna, Goldrake, gli Europe e Cacao Meravigliao. E non teniamoci in tasca i Puffi: recente il film, 3D etc, ma gli originali c’erano negli anni ’80!! A guardarli all’epoca erano “Gli ultimi ragazzi del secolo” di Bertante. Dagli USA ci arrivava il Tom Cruise di Top Gun ma Milano era il regno dei Paninari, impreparati a fare i conti con l’arrivo dei primi ‘vu’ cumprà’. 

Un saggio e un romanzo, due autori pescati tra “Gli ultimi ragazzi del secolo” che ci raccontano “’80. L’inizio delle Barbarie”. 

In una via Poerio che ci sta promettendo una nuova stagione culturale, e non é in campagna elettorale: è votata alla passione. 

IL PLEUT

happy socks

Servono eccome i giorni di pioggia,

che quando arrivi a casa e ti infili un paio di calzini a righe e asciutti,

ti rendi conto che per esser felici basta una banalità.

E che la felicità ce l’avevi ai piedi e la stavi calpestando

mentre la cercavi al di là del tuo qua.

Mi mancano solo le Happy Sock. Le adoro 

WORLD PRESS PHOTO 2016 


Che bel lavoro, colleghi fotografi. Bello e utile, bello e tosto. Bello per la forza che mi investe guardandone i risultati alle pareti. Mi fa piangere davanti ad un foglio stampato mentre i numeri della didascalia rendono reale e penetrante la scena inmortalata. 

Numeri, sì, numeri. Asettici, incubo di molti studenti, pane quotidiano per broker e banchieri, sono i numeri che mi collegano in modo ombelicale e viscerale a ciò che queste foto hanno catturato nel mondo e portato a Milano. A me.

Bambina di 5 anni in un ospedale siriano… mia nipote di 4. 

Un villaggio di monaci di 40mila abitanti… Ma Macherio quanti ne fa? Ci abita mia nonna.. 

In un anno a Rio oltre 20mila uccisi dalla Polizia… 20 volte gli alunni del liceo della mia vicina di casa. Un classico. 
Così “scatto e dida” squarciano la serenità afona di un pomeriggio assolato. Spaccano il vetro di sicurezza e il mondo fuoriesce, anzi, entra. In me. 

Lacrimo per la prima volta davanti a fatti che ho sentito, letto e discusso ogni giorno in tutto il 2015. Dove li avevo archiviati? Quanto alto e spesso il muro con cui li avevo tenuti lontani dal mio io pulsante.
Ho preso il tempo, il mio tempo. Ho preso un grande respiro. Ho trovato forti emozioni, ho preferito viverle e, poi, poi, scriverle.

Sono da vivere, alla Galleria Sozzani: WORLD PRESS PHOTO 


IO E HENRY (e Giuliano)

 


…12 ore dopo l’aver presentato “Io e Henry” (Giuliano Pesce) pubblicato da Marcos y Marcos…

Ma con chi ho parlato? Con Henry, con Giuliano? Con “io”? Surreale e magica può diventare l’esperienza del presentare un libro e un autore, quando narrazione e narratore giocano a mescolarsi nella mia testa, e davanti ai miei occhi. Esattamente mentre li sto presentando in una libreria della mia città.

E il giorno dopo, assonnata, prima di scorrere i tweet in cui sono taggata per “l’evento” che ormai in agenda risulta passato, la domanda.

Ma io con chi ho parlato? Chi era lì al mio fianco?

Henry, con le sue uscite a sorpresa, brevi e nette, come aforismi strampalati, quindi perfettamente adatti a descrivere la mia realtà.

Giuliano, Giuliano Pesce, autore del libro, 26enne dalla camminata e dal capello giá da scrittore, una parlantina che a velocità fa a gara con la mia, una verve potente e qualche gesto nascosto, invisibile agli occhi ma non al cuore, di nervosismo. È la prima presentazione del suo primo romanzo “vero”.

“Io”, non io Marta, l'”io” di “Io e Henry”, il titolo del libro: un circa 35-40enne insoddisfatto di famiglia-lavoro-vita-casa-pianeta che, per come l’ho vista io, coglie l’occasione della follia di Henry e vi salta a bordo per farsi traghettare in un futuro di nuove opportunità.

Già, meno del mio adorato Henry, ma c’è anche questo “io” lì davanti a me, mentre Henry e Giuliano si rubano il microfono. Parla della moglie ormai ex, con non poca acidità, e descrive critico questo mondo ultrainformato, troppo, al limite dell’ignoranza.

Che libro è quello capace di cambiare i miei livelli di percezione? Sfondando, agile, il pannello di separazione tra “questo l’ho letto” e “questo l’ho vissuto” che dava una parvenza di ordine mentale al mio vivere?

È un libro che molto probabilmente per me non finirà mai…

Confermo: Henry, qui affianco, mi fa “sì”con capo, divertito.

Gruppo di lettura… dove? #FUORIPOSTO


Tutt’altro che “anonimi”, e men che meno “per caso”, noi, lettori #fuoriposto, martedì sera abbiamo occupato tutta lo spazio a disposizione al primo piano dell’intimo locale Bohème. E, quanto ad intimità, direi impossibile non entrarci data le distanze ravvicinate a cui l’abbondante partecipazione al novello gruppo di lettura ci ha costretti.
Cuscini a terra, calici di vino democraticamente sia bianco che rosso, sparsi sui ripiani, vestiti alle pareti come anime veglianti sulla nostra prima riunione. In quale si nasconde la nostra Virginia? In quello a fiori affianco al sofá o nell’altro sbracciato color amaranto? Comunque lei c’è.

Seduti, chi per terra, chi su sedie, chi su un lungo divano dall’aria comoda e vissuta, con un cartello stradale di Juan Les Pins alla spalle, abbiamo proposto. Esponendoci

Da decidere, democraticamente – imperativo dettato dalla libraia, impossibile contraddirla – il nome del nostro gruppo e il titolo del libro che discuteremo il 7 giugno

Per il nome, tre proposte su cui “pensarci su” ma in qualche modo vogliamo chiamarci:

– Gli amici di Virginia 

– I fuoriposto

– In compagnia di Virginia 


Il libro più votato é stato quello dell’Islandese Jón Kalman Stefánsson: LUCI D’ESTATE ED È SUBITO NOTTE (edizioni Iperborea)

Complici gli occhi brillanti ed eloquenti della proponente e l’appoggio della libraia Raffaella, anche se in tasca aveva tre proposte competitors, questo volumetto lungo e stretto, alto “ma è piú l’apparenza, colpa del formato”, ci porterà in Islanda. Tutti pronti per partire, obbligatorio presentarsi all’imbarco! Sì: nella totale e a tratti disarmante democrazia che vige tra noi #fuoriposto , uno dei pochi doveri é leggere il libro. O almeno provarci, poi, se non tiriamo la fine, avremo spazio per spiegare cosa ce lo ha reso indigesto, ascoltando magari il vicino di cuscino che lo ha divorato in una notte. 

A presentare brevemente il libro, nella prossima riunione, dando il via alla discussione, sarà chi lo ha proposto. 



Gli altri candidati titoli restano proposte valide per le prossime puntate del gruppo. Se non suggestioni per lettori-single che vogliono dedicarsi. Eccoli. Ogni titolo è link attivo per consultare una scheda del libro nel caso non ci ricordassimo “qual è quello che han detto che”… 🙂 

Lucinella di Lore Segal (edizioni Cargo) 

Il mare color del vino di  Leonardo Sciascia (Adelphi)

Canale Mussolini di Antonio Pennacchi (Mondadori) 

Non dirmi che hai paura di Giuseppe Catozzella (Feltrinelli)

Nessuno scompare davvero di  Catherine Lacey  (edizioni SUR) 

Paesaggio con tre alberi di Yehoshua Kenaz (edizioni Nottetempo)

Autobiografia di una femminista distratta di Laura Lepetit (edizioni Nottetempo)

Cecità di José Saramago (Einaudi) 

La boutique del mistero di Dino Buzzati (Mondadori) 

Mr Gwyn di Alessandro Baricco (Feltrinelli)

Il Parnaso ambulante di Christopher Morley (Sellerio edizioni) 


Esclusi dalla rosa dei candidati per motivi logistici ma stuzzicanti, anche

Istanbul di Ohran Pamuk (Einaudi) 

Io sono febbraio di Jones Shane (Isbn edizioni) 


Ci vediamo MARTEDI 7 GIUGNO ALLE 21. Fuoriposto ma tutti nello stesso: la vineria Bohème di via Bergamo 15 (Monza).

Chi desidera unirsi in corsa, libro in mano, voglia di condividere in pectore, vestiti comodi (solo i primi possono accaparrarsi la poltrona!): sarà il benvenuto

Per qualsiasi informazione, Raffaella vi aspetta nella sua libreria Virginia e Co. in via Bergamo 8. Sì, Raffaella, non Virginia … ma se la chiamate Virginia non si offende!