SPOT & TALES 

  
In trenta secondi o poco più, emozionare. Lasciare impresso. Un messaggio, una immagine. Creare una reazione. Indignare, ironizzare, invitare (all’acquisto)

Invertire le logiche e mettere al centro della serata quelli che nelle serate di tv spesso sono gli “scarti”: momenti di (in)evitabile interruzione di un film o della trasmissione di turno. Mettere al centro gli spot e proiettarne a raffica per due ore di fila con il solo tempo di sgranghirsi le gambe a metà. 

È la notte dei publivori, in questi giorni al Blue Note di via Borsieri. 

Fin dai tempi in cui lavoravo da copywriter alla Saatchi & Saatchi mentre finivo gli esami di fisica della materia, desideravo andarci. Credo che diventerá un must dei prossimi 43 anni di lavoro che l’Inps mi ha detto di dover lavorare. O degli anni che il fato non mi ha riferito volermi concedere da queste parti, terrestri. 

Spot. Tante auto ma anche Ikea, più simpatica e sdoganata da pesanti prudenze all’estero che in Italia, con il bambinetto furbo che ai genitori separati racconta di essere costretto a cene misere “dall’altro”, sbafandosi diner gourmet ogni sera, cucinate dal genitori di turno, impietosito. E poi la moglie che inscena un rotolone di scottex particolarmente inamovibile per far muovere un marito altrettanto inamovibile (dal divano) e fargli pulire la sua macchia di caffè. 

Tanti video esteticamente spettacolari, tanta ironia e battute che in Italia neanche ci sognamo. Rompere i canoni, sembra l’imperativo, nel mondo, colpire, scalfire la monotonia, provocare per provocare reazioni: così ti ricordi di me. 

In pochi secondi. O la va o la spacca. 

Sintesi. Le frase giusta, l’impronta da lasciare, e perché qualcuno non ci cammini sopra, meglio uscire dai percorsi di routine e profanare superfici vergini. 

Coraggiosamente agili, esprimere ottimizzando tempo e costi e raggiungendo la parte pulsante di chi guarda. 

Così fanno gli spot.

Similmente i racconti, che tanto amo per la loro essenzialitá.

Prezioso inno e guida ai racconti e ai raccontatori il libro del bravo Paolo Cognetti. “A pesca nelle pozze più profonde” (minimum fax) 

Andateci, tornete con ceste di storie e consigli, il cuore leggero di chi ha trascorso una giornata fuori. Dagli schemi e dagli uffici. 

IL MALE MINORE

  
Ci sono persone condannate al male minore. E quelle che scontano il male più grande senza neanche accorgersene. Ma qual è il male minore e come lo si sceglie? Con le viscere, tacendo, concedendoci un ascolto che spesso regaliamo agli altri, mettendo noi stessi in fondo alla fila. 

Ci sono persone che sanno rendere questo intricato pensiero nero su bianco, in una prosa che “va giù liscia liscia, ma frizzante e regale” come un bicchiere di champagne. Dorato. Di quelli spesso celebrati nelle pagine dell’autrice belga Amélie Nothomb. C’è tanto di lei nel libro, ma c’è molto di più di farina del sacco preso dal granaio di casa. 
Parlo della prosa e delle bollicine che mi ha offerto Arianna Giancani, sfidandomi a scegliere “il male minore” e a scontarlo abbarbicata su un tetto. Sfogliando la sua storia ho spiato al fianco di questa giovane e audace esordiente le vite degli altri, non perdendo mai di vista la mia. Strano vero? Di solito non è così che funziona nella narrativa “spiata”.

Ma facciamocene una ragione, perchè “il male minore” è costellato di luoghi comuni schivati all’ultimo momento con sterzate acrobatiche degne di una stunt-woman esperta. Corse e frenate da brivido e non c’è pagina in cui non si è portati a credere una cosa e poi invece no. 

Nausea? No, perchè i “no” ai luoghi comuni di Arianna non sono espressione di puro spirito di contraddizione da adolescente capricciosa. Sono una scelta matura di una giovane donna che sa dove ti sta portando con le sue 80 pagine di libro, pubblicato con Ensemble. 

E allora io dico che val la pena di scegliere il male minore, almeno in libreria. La storia? Quella di Clementina, esperta di sapori di professione, giovane protagonista che Giancani muove in un contesto di amicizia, storica al femminile – ma niente sex in the city – e di amore, tra mito e sua decadenza.

La bellezza è al centro di questo romanzo breve, una bellezza distrutta, infangata, celebrata e tradita. Una bellezza che non possiamo percepire se continuiamo a cercarla. Quella bellezza che decide lei quando rapirti e lo fa, che tu voglia o no. 

Affianco alla bellezza, e non è un caso, compare a intermittenza il tema della coerenza con sé stessi, dell’aderenza all’identità che non ci siamo scelti ma che siamo chiamati a rispettare, che ci piaccia o no, per avere qualche possibilitá di essere felici. 

Chiudo il libro e penso che. 

La bellezza è degli esseri che “si aderiscono”, che scelgono, passando per il male minore, di essere stessi. Male che vada, non avranno rimpianti, se non un bicchiere di champagne sorseggiato con troppa fretta. Su un tetto, affianco alla sola persona che non sa tacerci la verità: in fondo, il male minore che ci può capitare. 

Due parole su #ijf16

  
Due parole: COERENZA E AUTOREVOLEZZA 

Un quaderno giallo. Qualche scontrino nelle tasche. Contatti nuovi nello smartphone. Molte idee che, come ha twittato Simone Spetia (radio24) probabilmente si schianteranno a breve contro la realtà. Ma anche un vetro infrangibile cede a furia di testate.

Due parole: COERENZA E AUTOREVOLEZZA

Mail arretrate, to do list raddoppiata, casa in disordine perchè sono saltate le pulizie della domenica mattina. Ah, c’è anche un gatto affamato con lo sguardo carico di vendetta. 

Due parole: COERENZA E AUTOREVOLEZZA

ho ascoltato di newsletter, slow journalism, giornalismo costruttivo, millennials, Osint, giornalismo sostenibile, data journalism. ho letto e preso appunti spiando via twitter gli incontri altrui. 

Due parole: COERENZA E AUTOREVOLEZZA

coerenza, parla da sé. Coerentemente con il mio essere sintetica, non aggiunto altro. 

autorevolezza sa di pettoruto signorotto presuntuoso. Si intende invece l’essere qualcuno di cui ci si può fidare. Se dico una cosa é quella. Non è forse questo una fonte autorevole? 

Due parole COERENZA E AUTOREVOLEZZA

che vien voglia di adottare non solo in modalitá lavoro ma in ogni gesto. Che danno l’idea di pulizia e serenità, di avere le spalle coperte, non da qualcuno ma da sé stessi e dal proprio modo di essere.

Pronunciarle fra me e me fa l’effetto di due passate di sgrassatore nel cuore e nel cervello. In una intricata rete di “ti conviene fare, essere, dire e scrivere”, COERENZA E AUTOREVOLEZZA. sono binari da seguire per procedere senza andare a zig zag ma godendosi il panorama restando sé stessi. Con un quaderno giallo aperto tra me mani.

IL RISTORANTE DELL’AMORE RITROVATO 

  
Prima di iniziare “Il ristorante dell’amore ritrovato” (Neri Pozza) ho perso la voce improvvisamente e senza motivo alcuno. Colpo di freddo, o forse, leggendolo lo capirete, una coincidenza che mi ha regalato una esperienza letteraria eccezionalmente empatica. Non ha la voce, Ringo, le sparisce quando resta di stucco, mollata su due piedi dal fidanzato indiano con cui conviveva. Che le ha anche svuotato la casa rubandole i soldi messi da parte per il suo sogno. 

Non ha la voce ma ha un sogno. Aprire un ristorante suo, ma essenzialmente, cucinare. Per lei significa vivere di ciò che ama fare, vivere di ciò per cui vive. Lei, cucina, io scrivo. Entrambe senza voce, entrambe derubate, lei una volta di colpo, io quotidianamente, dei fondi per realizzare il sogno. 

Così la mia vita e quella della protagonista del libro di Ito Ogawa si sono amalgamate fin da subito tanto da farmi patire ogni suo dolore, i lutti finali e i colpi bassi sparsi. Tanto da farmi assaporare, assieme ai suoi ospiti, non tanto il gusto delle pietanze da lei proposte (in molti casi per me inimmaginabile), quanto il gusto della realizzazione di un … Sogno? No, man mano da sogno diventa un progetto. E poi una realtà. E, proseguendo, una responsabilitá difficile da mantenere, che si è tentati di abbandonare per poi tornare sui propri passi e ammettere che ciò che si desidera di più al mondo è cucinare felice e fare felici le persone cucinando. Sostituendo “scrivere” a “cucinare”, mi leggo e mi voglio sempre più così. 

La cucina è al centro del romanzo, sbuca in ogni dove dando sapore al sogno. Oltre alla cucina come pura gastronomia, che incuriosisce, c’è la cucina come arte, come tradizione, come serie di gesti compiuti con amore e devozione quasi religiosa. Tanto che Ringo prega il dio della cucina. La sua dedizione ci rimprovera la mancata cura nel fare ciò che amiamo fare, il dimenticare che stiamo facendo qualcosa che ci piace e che abbiamo scelto. Mescolato nell’agenda, un momento di realizzazione viene fagocitato dalla lista dei doveri, diventa anch’esso un dovere e noi finiamo per viverlo come tale. Immagino Ringo che taglia e mescola ingredienti andando in estasi per un gesto che, grazie alla sua passione, diventa una celebrazione liturgica in onore del dio dei sogni personali. Ogawa trasmette le vibrazioni che emana, alla prima riga che scrivo, le sento uguali. Io digito parole per un articolo, Ringo spezzetta verdure per una minestra, entrambe vibriamo di un piacere che è nuovo per chi finora ha ritenuto il sogno qualcosa destinato a stare nel cassetto. 

Sogno, cucina e… madre. Un altro elemento delle nostre vite che la lettura di questo romanzo fará osservare sotto differente luce. Delicatamente. Violentemente. Definitivamente. È pesante il bilancio delle emozioni evocate di pagina in pagina attorno al rapporto madre – figlia. Quello descritto è piuttosto singolare, non ci si ritrova alla lettera. Eppure ci costringe a confrontarci con i sensi di colpa, la fuga, la voglia di essere figlie di altra madre, la non voglia di vedere la propria invecchiare, ingrigire, mostrarsi debole e umana. Da proteggere, a tratti. 

In verità in questo libro accade che una tipa viene mollata e se ne torna al paesello dove la madre pur odiandola le lascia un bugigattolo dove la tipa realizza il suo strambo progetto di un ristorantino per un solo ospite al giorno. Cucina un po’ di robe giapponese, poi lo chiude, poi accadono brutte cose (no spoiler), e poi lo riapre. E poi finisce il libro

Potete anche vederla così.

Io, senza voce, ho potuto dare ascolto al romanzo. Mentre la voce tornava, da rauca sempre più squillante, leggendo, cresceva la voglia di impiegarla sempre meglio e solo per essere felice. Per “cucinare” e scrivere qualcosa che renda felice, come questo romanzo.