L’ESTATE DEL CANE BAMBINO 

 

Odori veri, ginocchia sbucciate e merende comunitarie al tavolo della mamma più generosa. Suoni che diventano versi di esseri immaginari. Un fruscio colto con la coda dell’occhio, indizio di presenze misteriose e (in)desiserate. É l’estate di bambino. Di tutti noi, chi in montagna, chi al mare, chi in campagna, o nella casetta dei nonni in una zona indefinita che si identifica e ha ragione di esistere solo per passarci la stagione in cui la scuola non fagocita le giornate dei nostri 12 anni. 

 L’estate del cane bambino (66thand2nd Edizioni) mi ha riportato tutte le sensazioni di questa stagione speciale. 

L’avevo chiusa in un cofanetto e sepolta, anzi, lanciata e in pozzo nero e lasciata galleggiare. Nel buio e nell’umido, fino a quando a 4 mani il libro di Mario Pistacchio e Laura Toffanello è arrivato a ripescarlo. 

Aperta la copertina, e il cofanetto arrugginito, ho ripreso i sensi, persi a mia insaputa. Nelle vicende dei protagonisti, del gruppo di giovani veneti che per il piccolo paese di Bordolo ciondolano inquietu come tutti abbiamo fatto nel nostro altrove, ho ritrovato tutta la cupezza vissuta, sentendone l’intensità del nero per la prima volta.

Al momento si ha fretta di crescere, si ha l’ansia di sbagliare e la preoccupazione di diventare qualcuno. Si vive di piccoli segreti condivisi con i coetanei e nutriti dai silenzi degli adulti. E, ma questo l’ho scoperto solo ora leggendo, si covano sensi di colpa e rimpianti che condizioneranno tutte le stagioni a seguire. Quelle dell’anno, che tornano sempre, quelle della vita, che non tornano piú. 

Non si racconta la trama dell’estate del cane bambino, la si deve lasciar vivere a chi legge con il ritmo cadenzato con quella giusta lentezza dettata dagli autori. Niente corse in avanti, e nessun timore dei flashback: tutto é ben gestito e non ci si accorge di nulla. Si occupano di tutto e noi dobbiamo solo accettare di rivivere la nostra infanzia in chiave noir. 

Non ho ucciso nessuno da piccola ma ricordo di aver fatto cadere involontariamente correndo per fare “tana per tutti” a nascondino, una bambina più piccola di me. Un angolo cieco. Io qualche livido, lei ha battuto il mento a terra e le è rimasta una crosta evidente. Una macchia che oggi copre con una passata di fondotinta, probabilmente, sorridendo della disavventura di quel pomeriggio in cortile a giocare “con quelli più grandi”. Il mio livido é passato subito ma se chiudo gli occhi ho ancora una fitta di senso di colpa che mi provoca vertigini. Mi si svuota il ventre e dentro risuona l’urlo dell’accusa. L’hai fatta cadere tu. Quel giorno non me lo ha urlato nessuno, “colpevole”, e così sono tornata a casa tacendo e massaggiandomi il livido, e ho iniziato a urlarlo io. Quando il ventre è vuoto, oggi trova spazio quell’eco. 

E poi ci sono quei libri che le rispondono a tono, mettendola a tacere per sempre. Come un abbaiare di cane nero, magicamente. Alla maniera di Houdini. 

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NON HO ANCORA FINITO DI GUARDARE IL MONDO

Non ho ancora finito di guardare il mondo. Peró ho finito il libro, un libro che mi ha insegnato a guardarlo diversamente. E soprattutto a non smettere mai di guardarlo.

Fulminante, questo autore, con i suoi capitoletti simili e diversi che a volte, per assonanza, si richiamano a vicenda. Ma non è detto che il lui di pagina X sia l’ex della lei di pagina X+12. O che la tipa del capitolo Y sia amica di quell’altra che 6 pagine prima parlava male di lei.

A volte, se non si smette di guardare il mondo, e lo si racconta, come acutamente fa David Thomas, capita di cogliere potenziali legami non reali, che fanno sospettare l’esistenza di un genere umano ripetitivone terribilmente… umano?

Questo ci accade se si resta fuori dal volume pubblicato da una Marcos y Marcos che non tradisce mai la mia innegabile voglia di autori che non “conoscerei se nessuno di fidato me mi li facesse conoscere”.

Entriamo nel libro?

A leggerlo slacciando la cintura di sicurezza, che protegge dal batticuore e dall’abbattimento di illusorie certezze quotidiane, si gioca. Si gioca a ritrovare pezzi di sé in ogni riga, disposti ad ammettere di essere stati paranoici, stronzi, abbattuti o antipatico. Disposti a riconoscersi oggi diversi.

Io “Non ho ancora finito di cambiare il mondo” e ce ne è ancora una bella parte in cui stanare pezzi della me stessa che sono e che voglio essere.

Con la magia che solo la curiosità alimenta, con la voglia che solo sguardi e penne come quello di David Thomas ci rende in grado di vincere la paura. La paura che, prima di leggerlo, un po’ avevo, di quella parte di mondo che non ho ancora finito di guardare.

PANORAMA 

Scrivere leggere vivere.

Un triangolo di amorosi sensi con tutte le sue perverse distorsioni raccontato attraverso una esistenza piuttosto triste. A tratti particolare, peculiare, d’eccezione, in altri passaggi, tanto banale da poter rappresentare le vite di tutti e di nessuno.

Panorama di Tommaso Pincio (NN Edizioni) non è un libro brillante di quelli che “no, questo non si può non leggere” detto alle prime due pagine. Ma non si può non leggere, perchè merita ed è un bel libro.

Ti schiaffeggia con i suoi tempi e i suoi modi, con la calma di chi lo sa fare e sa che lo farà per cui non ha bisogno di prenderti per il collo con le prime due frasi dei primi tre capitoli.

Si propone dialogante con quel fare che ti incuriosisce, come quelle persone di cui non ti innamori con un colpo di fulmine ma che da qualche parte nelle tue viscere senti che val la pena di incontrare ancora. Almeno per un paio di volte. E non hai torto.

In un paio di “vado a letto e leggo un po’, anche se e tardi” Panorama mi ha accolto e conquistato. La bella ed equilibrata scrittura, giá notata, è diventata un suono rasserenante e armonioso, la trama al contrario mi ha catturato per inquietudine e … perchè inquietante.

È la storia di un uomo che legge, scrive e vive. A volte fa un cosa, a volte l’altra, sembra non saperne fare due delle tre assieme. Figuriamoci tre.

Io ambisco a farle tutte e anche bene, godendomele

Panorama è anche una panoramica interpretata del mondo dell’editoria inteso nel senso più esteso. Ricco, anche in questo taglio di lettura, di riflessioni e affondi che lasciano aperte le porte. Immagini che interrogano sul futuro dei nostri scaffali, scaffali dove, Panorama ci deve essere.

OGAWA, GATTO, ELEFANTE

  
Parlare al mondo e soprattutto del mondo, da un quadrato 8×8 con il riquadro bianco in basso a destra. È un miracolo narrativo luminoso, semplice e inarrestabile nel catturare l’anima del lettore l’ennesimo romanzo di Yoko Ogawa. “Nuotare con un elefante tenendo in braccio un gatto” (Il Saggiatore). 

Ennesimo suo ma primo mio. Dopo le prima pagine della sua magia ho deciso di leggerla tutta, eleggendola a mia autrice cult. Ho fatto spazio nella mensola dei miei mentori, tra Amelie Nothomb, Haruki Murakami, Alice Munro, David Eggers e Banana Yoshimoto: proprio affianco a ques’ultima siederà Ogawa. 

Un bambino, che resta bambino per trovare il coraggio di crescere. Per restare sotto la scacchiera in una posizione contorta, ma è l’unica in cui si sente in grado di guardare il mondo. Ha la bocca cucita dalla nascita. Lo hanno operato per aprirgliela creandogli uno shock, forse per questo si è dovuto trovare un tavolo da scacchi in cui rinchiudersi, rimasto indifeso. 

È sempre la cosa migliore togliere ostacoli, così meccanicamente e forzatamante (aprire chirurgicamente la bocca sigillata), o è meglio educare a conviverci o trovare percorsi alternativi per superarli, che non siano la rimozione violenta? 

Me lo sono chiesta, con il pensiero alla ricerca del figlio perfetto “perchè altrimenti non sarà felice”, e al nostro inseguire la perfezione materiale, fisica ed estetica quando poi la disarmonia e il conflitto interno saranno sempre pronti a sagomarsi attorno al nostro nuovo io presunto perfetto, continuando a farci con esso litigare. 

Labbra aperte… ma lui non le voleva, il bambino, e si è infilato nell’intercapedine di un mobile costruendosi da lì una esistenza limitata, forse più di quella che avrebbe avuto “solo” con la bocca cucita. 

Sta sotto a un tavolo. Da lì guarda il mondo, soprattutto il gioco degli scacchi, lo osserva a rovescio e lo ascolta intuendo dai passi e dalle voci l’indole dei suoi avversari. 

Una invenzione che crea spazio ad una esplosione di metafore e parallelismo tra scacchi e vita. Soprendenti nella loro agilità comunicativa anche per chi non sa giocare a scacchi. Ogawa usa gli scacchi per parlare d’altro e chi legge comprende anche bypassando le mosse sulla scacchiera. Non ci si sente ignoranti. 

E poi le pagine sono costellate di piccole sorprendenti microstorie esistenziali. E del gatto pedone, e della Mummia: romanticamente assurda la corrispondenza tra il bambino e la Mummia, criptata, in mosse da scacchiera. Perchè in amore non servono troppe parole ma le mosse giuste. 

Pur non sfruttando il potere identificatorio – difficile sentirsi alter ego del protagonista – Ogawa è riuscita a metterci tutti su una scacchiera. C’è chi accetta, leggendo, di andare anche SOTTO la scacchiera. E, con qualche doloretto e sacrificio delle articolazioni, si accede ad un punto di vista strategico e prezioso per poi tornare al tavolo e, finito il romanzo, fare le mosse giuste. Non le più forti ma le migliori. 

SAPOR DI DOLORE 


11 marzo, assonnata da venerdi scorgo una illustrazione con un circolo rosso nel post di una amica vivente tra giappone e italia. 11 marzo. Tremo. Trema. La terra. La testa. La tendenza a dimenticare, ad allontanare il dolore con l’etichetta dei fatti di cronaca.

La freddezza con cui ricordo mi spaventa. Poi un calore immane mi sale dai polsi al cuore, dai polsi con cui di solito reggo i suoi libri, mentre li divoro sperando che non finiscano. Il calore di un incontro della scorsa estate, quando nella folla di Expo che mi ha lasciato sintomi di agorafobia ormai incurabili, sul decumano è comparsa lei. Banana Yoshimoto. È comparsa facendo e subendo selfie e raccontandosi. Cibo e amiche, incontri e sapori.

Ne ho parlato in un pezzo per omnimilanolibri che trovate qui.

Viaggi, storie semplici dilatate da un ping pong di traduzioni che ho accolto con insofferenza per poi accorgermi di quanto fossero preziose. Sì, perchè mi hanno obbligato a rigirarmi in bocca le parole e sentire più intensamente del solito le emozioni che esse suscitavano in me. Emozioni belle e scomode, emozioni che mi fanno sentire viva e fragile, vera e imperfetta, con tutta la responsabilitá di poter lottare per la gioia che voglio.

Come quando hai un doloretto al dente e sei costretta a masticare con più attenzione per evitare che . Ed é la volta che il cibo spesso ridotto a fonte di energia si trasforma in occasione di sapore desiderato e gustato. Perchê proprio quel dolore ti fa fermare, ti fa desiderare di stare bene, di stare ancora meglio del giá bene.

Il dolore é arrivato, finalmente, per questo 11 marzo. Mi fa fermare, mi fa stare male, mi fa volere di piú.

L’immagine da cui tutto è iniziato, arriva dalla bacheca FB dell’amica Francesca Scotti, preziosa scrittrice che cerca e trova armonie tra Italia e Giappone.

LA RAGAZZA NELLA NEBBIA

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Non una in più non una in meno. Un piano calcolato, dove scorre tutto liscio fino al termine. Un serial killer latitante e mai scoperto ne andrebbe fiero. Guarderebbe negli occhi con orgoglio, e con un pizzico di invidia professionale, Donato Carrisi . La ragazza nella nebbia è un piano perfetto di rapimento. Non uccide, mortifica chi pensava come me che “a me questi libri, si, mi rilassano ma non mi prendono”.

Sequestrata, complice Cristina della Scatola Lilla di via Sannio, che mi ha procurato il volume con dedica:”alla tua prossima vittima“.

Sequestrata prima che dalla trama, dal saper raccontare di Carrisi. Il suo scrivere è una non scrittura perché quando passi gli occhi sulle parole non stai più leggendo, stai vivendo nella sua storia.

Vai a quel paese, Avechot, e mandi a quel paese tutto il resto. C’è una bambina rossa che è sparita, c’è la confraternita, c’è il professore e quello psyco di Vogel, che indaga, e non sono fino all’ultimo riuscita a capire che mi fa pena, rabbia o tenerezza.

FullSizeRender (7)Leggere “La ragazza nella nebbia” da cronista di nera, regala poi un livello di lettura aggiuntivo. É viaggiare in prima classe su una nave da crociera di lusso. Nell’oceano della letteratura di mistero. Mi aspettavo, da tranci di commenti orecchiati in fase di prelettura, una aspra critica al sistema. Invece ci ho trovata null’altro che il vero.E mi ha rassicurato poterlo osservare senza lenti deformanti. Solo di ingrandimento, su logiche che, se quotidiane, possono in futuro sfuggirmi. O appartenermi.

E poi ci sono i gatti, la scuola, un diario, un ragazzino con una videocamera, il vicino di casa, il carcere e l’adolescente aspirante attrice.

Perché non è necessario pescare ingredienti ricercati e assurdi quando si sa cucinare romanzi come Carrisi.