lettera a chi mi ha cambiato, la vita

Una “lettera a chi mi ha cambiato la vita”. Scritta per il Festival delle Lettere. Scritta per la me stessa di ieri e di oggi. 

Cara Anna,
non ti chiedo perché anche se viene spontaneo unirsi al coro di chi si aggancia a questo interrogativo per non tuffarsi in un abisso di autoanalisi che la tua morte suggerisce. Una morte voluta, chissà poi quanto, una morte che ti dà in pasto a molti di quei “signoretti degli stereotipi” a cui piace associare al voler essere bella e magra la malattia di cui abbiamo sofferto. Parlo al passato perché tu non ci sei più e io ci ho divorziato qualche anno fa.

Ti sei gettata da un ponte, lasciando che la forza di gravità agisse sul tuo corpo che hai sempre utilizzato per raccontare tacitamente qualcosa che noi non abbiamo capito. Ricordo i tuoi tondi occhi blu, unica cosa tonda del tuo essere al mondo. Mi scrutavi timidamente, mi avevano sussurrato che mi vedevi come esempio e che trovavi nella mia esperienza un’ispirazione a stare meglio. Sono convinta che proiettassi in me il desiderio di diventare più disinvolta e sana, ti ho lasciato fare pur non sentendomi un esempio per nessuno. Ti ho lasciata fare proprio come quando regali una cianfrusaglia che stai per buttare ad un amico che la trova meravigliosa e pensi sorridendo: “contento lui..”

Cara Anna, la tua morte mi porta a scriverti ciò che non ti ho mai voluto dire per timore di turbare il tuo procedere tentennante e timoroso. Mi porta a diventare per me stessa quell’esempio di persona che tu mi hai proiettato addosso. Una combattente radiosa e generosa. Ho scoperto di esserlo, ho trovato la forza di esserlo quando la forza di gravità aveva già interrotto la tua vita. Non riesco a immaginare la scena, non la voglio immaginare e soprattutto non la voglio associare alla Anna che ho sempre incrociato di sfuggita: biondina, azzurra negli occhi, molto sofferente e con delle lunghe gambe pronte a portarti lontano. Niente ali, purtroppo, per sfidare la forza di gravità. Niente ali, purtroppo, per permetterti di volare alto.

Io ti ricordo e sempre ti ricorderò seduta ad uno sgabello del bar della clinica per disturbi alimentari in cui tu eri appena entrata e io appena uscita. Bella e sola, triste e in minigonna. Fumavi con gesti da donna, da quella donna che non sei più diventata e mai diventerai. Ci siamo guardate, ci siamo salutate fuggevolmente.

Solo il giorno seguente ho saputo “la roba dell’esempio” e non ci ho badato poi molto, preferendo sfuggire alla responsabilità che oggi invece mi prendo appieno. Quella di mostrare e dimostrare con la semplice vita di tutti i giorni che dall’anoressia si può guarire, senza grandi proclami, ma gettandosi nel pieno invece che nel vuoto, gettandosi in un susseguirsi di giornate imprevedibili con in mano la sola certezza di volerle vivere nel migliore dei modi, innamorandosi della propria imperfezione e coltivandola con amore ogni giorno.

Ti abbraccio da lontano, da dove la forza di gravità vale meno di quella di volontà, cara Anna, ti abbraccio

Marta

gli ingredienti segreti dell’amore

Un libro dolce con il marchio Nicholas Barreau che conosco e che ho cercato apposta in un periodo di carenza di zuccheri. Lui sa darmi la giusta dose senza scadere nello sdolcinato banale e mi strappa anche un paio di risate.

Mi fa respirare la Francia, che io amo, mi fa assaggiare dei sapori che adoro ma che non ho spesso modo di servirmi in tavola presa da altri impegni.

Leggere Barreau é come scartare e gustare un cioccolatino fondente ripieno alla ciliegia desiderato a lungo e goderselo sapendo che non si può vivere solo di quello ma che con quello la vita prende tutta un’altra piega.

Meno stropicciata

il primo giorno della mia vita

Iniziano così tante barzellette, con un gruppetto di persone varie che si trovano a vivere la stessa esperienza in uno spazio ristretto e un’ampia gamma di sentimenti esprimibili. Inizia così anche questo libro di Paolo Genovese che balla sul confine tra la vita e la morte fingendo che non sia una linea e sfumandolo, spalmandolo su sette giorni. Sette giorni in cui aspiranti suicidi o suicidi di successo vivono in un limbo senza tempo, con il potere di essere anche a tratti invisibili e con l’onere di decidere se confermare la volontà di togliersi la vita o cambiare idea.

Scanditi con chiarezza i sette giorni sono vissuti e raccontati da cinque punti di vista diversi in modo non troppo ordinato ed estremamente coinvolgente.

Ogni personaggio occupa un proprio spazio emotivo e umano, non ci sono sovrapposizioni né gap di sensazioni, ciascuno leggendo sente le proprie corde vibrare dalla prima all’ultima.

Lo stile di Genovese è perfetto: musicale, ritmato, profondo ma mai noioso. L’intreccio non è buonista, inadatto ai sognatori naïf va incontro alle esigenze di chi trova importante porsi domande e dubitare anche su apparenti banalità che invece spesso nascondono bivi decisivi .

il primo giorno della mia vita

l’animale femmina 

Libro da leggere, l’animale femmina” di Emanuela Canepa,  immedesimandosi nella protagonista e infastidendosi

Libro da cui lasciarsi condurre non solo dal punto di vista narrativo – storia abbastanza piatta – ma soprattutto da quello emotivo. Subendo e tacendo, come fa per mesi la protagonista. Riflettendo e borbottando a denti stretti tra sé e sé per poi SCEGLIERE.

Fino a che punto si posso tollerare certi trattamenti? Per quanto tempo e quanti malesseri ne vale la pena?

L’animale femmina fa riflettere su tutto ciò senza troppe parole ma proiettando il protagonista in una storia quotidiana che risucchia e rende facile l’immedesimarsi permettendo al meglio al lettore di vivere il dilemma del…

“fino a che punto?”

Per me è stato un viaggio in lande poco esplorate finora, con domande che non mi ero posta spesso in modo cosciente. Questo libro mi ha fatto notate che è il caso di farci caso. E’ il caso di sapere fino a che punto sia il caso di farsi umiliare, fino a che punto sia il caso di sorvolare su certe parole e certi modi di fare.

Non esiste un cartello “ALT” alla sopportazione che vale per tutti, capire dove sta il proprio è una bella conquista . Buona lettura! animale femmina.JPG

real eyes project: a me gli occhi!

A me gli occhi. Frase in voga un tempo ma attuale più che mai oggi che giriamo spesso, io per prima, con lo sguardo allo schermo del cellulare. Vito Parteli non si riferisce a questo atteggiamento, però, e cerca il nostro sguardo per realizzare un’immensa opera-mosaico sul tema della connessione e dell’unicità, la nostra, quella di esseri umani, occhi compresi, ma non solo.

RealEyes project vive e si trasforma, è una iniziativa di questo artista che oggi fa base a Londra ma domani chissà, e che vuole dare forma ad una serie di riflessioni sullo sguardo e sul guardarsi negli occhi, sull’essere vicini fisicamente o mentalmente, sull’essere unici ma in fondo anche tremendamente uguali a persone che vivono dall’altra parte della Terra. Sempre abitanti di questa Terra siamo. No?

A me gli occhi, dice Vito, e ci chiede di inviargli una fotografia SOLO dei nostri occhi perché possa diventare una tessera del suo mosaico proprio come lo sono diventati i miei. E’ finito così? Una raccolta di occhi dal mondo?

No, assieme allo scatto vanno inviati anche i nostri “beliefs”: in cosa crediamo? Risposte semplici e spontanee sono le più gradite, c’è chi crede nell’arte, nell’amore e nella libertà ma anche chi nei gatti, nel cioccolato e nelle montagne russe.

Occhi e beliefs vanno ad incrociarsi su un muro in cui i primi sono appesi gli uni affianco agli altri mentre le frasi con i beliefs scorrono su strisce led come un fiume di biodiversità in continua evoluzione.

Occhi e beliefs che personalmente mi hanno aiutato a fermarmi a guardare più persone negli occhi, me compresa.

Occhi e beliefs che chiamano altri occhi e altri beliefs, simili o diversi non importa, in fondo è anche l’opportunità per essere parte di un’opera d’arte senza pagare un centesimo ma appagando il proprio bisogno di quei famosi 15 minuti di celebrità. qui si tratta di una piastrella da 18×15 centimetri con interessanti vicini di casa.

Per partecipare trovate tutte le informazioni sul sito, ma servono un paio di occhi e un paio di cose in cui credete, tutto da inviare comodamente via mail 

Per seguire RealEyes project c’è la pagina Instagram dedicata e quella Facebook @realeyesartproject 

Ora, a voi gli occhi!

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e tu splendi

Una dimensione privata e una sociale. Sono due quelle in cui si ambienta la splendida, delicata e crudele storia narrata in “E tu splendi” da Giuseppe Catozzella (Feltrinelli).

C’è un ragazzino che cresce, affettuoso con la sorellina, sensibile con gli amici e intraprendente con gli abitanti del mondo. È il suo sguardo che ci guida tra le vicende che sconvolgono un piccolo paese della Basilicata.

C’è una famiglia di stranieri che arriva e sconvolge l’ecosistema sociale di questo piccolo borgo. Catozzella ritrae bene meccanismi, logiche e dinamiche illogiche scatenate dalla presenza di un elemento estraneo, non previsto e forse non desiderato.

Sulla carta questo libro non mi ispirava affatto. Non aveva gli elementi per coinvolgermi, ambientato in un contesto lontano con un protagonista bambino che è sempre ostico da gestire. Invece mi ha coinvolto da subito e nel finale mi ha commosso lasciandomi in mente molti spunti su cui riflettere in astratto sulle reazioni di una micro-società nei confronti del diverso. e tu splendi

due sirene in un bicchiere

Ha un alone magico ma la compagine è formata da tipi molto normali anche se con storie particolari alle spalle che molto probabilmente servivano per creare i presupposti. “Due sirene in un bicchiere” è un libro così, preparato a tavolino, o così si percepisce, ma con cura e intelligenza.

Non rapisce ma fa compagnia. Non muove le acque del lettore creando tempeste e onde ma le accarezza leggero come può fare la brezza con la superficie di un lago blu.

Siamo al mare, ma non spesso in spiaggia, siamo in un B&B gestito da due donne molto diverse che si sono inventate una sorta di format per ospitare persone scelte e che scelgono di voler proprio stare in questo angolo di mondo con pro e contro logistici che sanno un po’ di olistico.

Questo non è stato altro che il modo, ai miei occhi, per assemblare esseri umani diversi e di origine varia facendoli interagire tra loro, e con sé stessi, in campo neutro. É una bella partita, ben scritta e studiata, ci sono parti a volte scontate e che potrebbero risultare patetiche ma che si salvano all’ultimo con un colpo di reni che arriva ogni volta grazie alla trama interessante e all’abilitá dell’autrice, Federica Brunini, di alternare lo sguardo su più sguardi. Il respiro su più respiri.

Ci si sintonizza così su varie frequenze e il tempo passa, il libro volge al termine e la vacanza al mare anche. Dal dolore, alla forza di ricominciare.

la felicità del cactus

Anche i cactus possono essere felici senza tradire la propria natura, questa è la notizia. Un libro racconta come, svicolando da ogni etichetta e stereotipo, per affrontare il problema direttamente.

Chi si aspetta una storia da ombrellone con la classica zitella convertita da un amore improvviso ha sbagliato libro.

C’è amore nel “La felicità del cactus” (Sarah Haywood – Feltrinelli), ma quello verso gli uomini passa in secondo piano rispetto a quello nei confronti di sé stessi.

Un cactus felice non può che amarsi e amare la propria condizione di cactus non vivendola come una limitazione ma anzi lucidandosi quelle spine che in fondo fanno parte della sua identità tanto quanto i fiori che produce di tanto in tanto con quella accortezza e quel rispetto dei propri ritmi che altre piante non hanno.

Trama in quarta di copertina fin troppo raccontata, La felicità del cactus è un romanzo ricco di umanità e povero di esiti scontati. Contiene una storia delicata e senza strappi. E’ bella la sensazione di aspettarsi il colpo di scena trovandosi invece a che fare con tanti piccoli movimenti impercettibili che formano una danza dalla coreografia magnetica.

Affiancando la protagonista nel suo procedere si inizia involontariamente a cambiare punto di vista, sui cactus e sulle persone.

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l’educazione

È cattiveria, è cecità, o negazione? O è maleducazione, assurda crudeltà?

Il cuore urla “ma perché?” Per tutto il libro, “L’educazione” di Tara Westover, un libro che fa sentire fortunati per essere nati dove si è nati . Sono pochi i libri che ti fanno provare questa sensazione senza imporre un ricatto morale e senza insinuare un certo senso di colpa nel lettore.

Nel mondo della protagonista, in quel mondo da cui scappa o meglio da cui si libera, non c’è un senso ma solo tante imposizioni, rigidità, leggi non scritte che pesano come dolmen sulla vita si tutti i giorni. Se in quella dell’autrice questo fenomeno ha un nome e un contesto storico-culturale, nella vita di tutti noi può non essere identificato con un singolo credo e può non avere lo stesso fragoroso impatto, ma c’è e ogni giorno minaccia la nostra libertà.

L’educazione che ha messo le ali alla giovane cocciuta e coraggiosa protagonista, nei nostri casi meno estremi può essere sostituita da un coltivar sé stessi tanto sbandierato ma nella pratica poco sposato come abitudine quotidiana.

Non è forse anche una questione di educazione? Io penso di si. Il libro di Tara Westover porta magistralmente all’estremo una condizione che tutti noi viviamo a modo nostro.

Nella mia tendenza a trovare analogie psicologiche trasversali tra la mia vita e le storie che inglobo, tramite i libri, nel mio ventre, anche se molto distanti dal mio day by day, ne “L’educazione” ho letto la necessità e il diritto di coltivarsi come modo per ribellarsi nel concreto ad un sistema di valori che ingabbia. E lo fa, nel nostro oggi, non sempre così in modo evidente ma non per forza più blandamente, rispetto a quanto raccontato.

Buona lettura, con zappa e rastrello in mano e semi in grembo!

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una donna, come annie ernaux

Siamo tutti figli e Una Donna ce lo ricorda con frasi chirurgicamente delicate offrendoci pagine di grande sofferenza e allo stesso tempo di enorme amore.

Con una lucidità ammirevole Ernaux ricorda la morte della propria madre raccontandone la vita, a spezzoni, mai in ordine di tempo ma lasciando che la sua mente esplori nei ricordi e si sbizzarrisca in libere associazioni di idee.

Se fosse stata in balia di uno scrittore qualsiasi, questa operazione biografica e catartica sarebbe probabilmente riuscita pessima, ipocrita, lagnosa e cupa. La lucida scrittura dell’autrice ci accompagna invece con mano ferma ma non gelida nel ripercorrere un invecchiare segnato dal morbo di Alzheimer.

In questo romanzo, scritto come Ernaux sa fare, ci sono mille ragioni per riflettere sia sul rapporto con la propria madre sia suo nostro modo di essere figli. E, a volume concluso, emergono anche molti pensieri sull’invecchiare inesorabile che mettono fretta di vivere.

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