PARIGI E’ SEMPRE UNA BUONA IDEA

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Parigi è sempre una buona idea, eccome se lo è, e anche leggere un romanzo che rilassa e fa sognare, farcito di luoghi comuni e battute banali, che ribadisce quanto sia romantica la Ville Lumière e quanto siano imprevedibili le vie percorse dall’amore che poi trionfa, è sì una buona idea. 

Il taccuino e il negozio di Rosalie, profumano di carta e di colori, accolgono. L’americano con le idee confuse, incuriosisce e affascina. L’anziano scrittore intenerisce. Il cagnetto con nome d’artista fa simpatia, l’amante irritante…. irrita! È tutto normale, e “Parigi è sempre una buona idea“.

Cos’ha di speciale il romanzo di Nicolas Barreau, pubblicato da Feltrinelli? Scorre liscio ma non lascia indifferenti, a volte cade nello scontato, nel lessico e nella trama, ma poi si fa perdonare con un particolare originale che fa la differenza. È un libro da leggere perché non è imperdibile ma molto utile, fa riappacificare i lettori (e viventi) inquieti come me, con la banalità della vita convincendoci che non c’è nulla di male né di squallido nelle giornate in cui tutta va liscio, nelle coincidenze fortuite che sembrano uscite da una telenovela, nei desideri che si avverano e negli amici che ti affiancano con frasi magari scontate, ma che son quelle che escono dalla bocca quando si vuole dire “per te ci sono”.

Per non parlare dello sviluppo della storia d’amore, dall’esito prevedibile  già dalle prime battute… eppure è coinvolgente, per il suo delicato srotolarsi giorno dopo giorno, tra piccoli colpi di scena che l’autore ingigantisce mettendosi nella mente di Rosalie, quando per chiunque sarebbero imprevisti “normali”.

Parigi è sempre una buona idea. Parigi è Parigi, è bella e basta, ed è meraviglioso passeggiarvi e viverci, anche se la si è già vista mille e più volte dal vivo e in cartolina. Lo stesso vale per questo romanzo, è una storia di vita, normale, scene e trame viste e straviste, ma che emozionano ancora e ancora, fanno sentire vivi, lasciano a bocca aperta sempre, come lo spettacolo della Torre Eiffel illuminata: è sempre quello, ma è bello, perché non concedersi di goderne una volta ancora?

parigi buona idea

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CARO DANIEL PENNAC

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Perché hai voluto tornarci su? La storia era bella così, con la tua scrittura che scalfisce, il tuo tono scanzonato che riesce a far ridere e far pensare, senza mai far sprofondare il lettore nella tristezza ma accompagnandolo alla soglia del mondo dei pensieri profondi. 
Perché? 
Perché, Daniel? 
Ti hanno obbligato? 
Ti sei sentito in dovere? 
Questo “ritorno” non rende il tuo libro un brutto libro ma lo ingabbia in un meccanismo di ricordi che toglie attenzione alla nuova storia che vuoi raccontare. Così per lo meno è parso a me, a me tua assidua lettrice e adoratrice, a me che ho dedicato un giorno su tre del mio ultimo viaggio a Parigi al quartiere di Belleville per cercare – e trovare – colori, volti e voci malaussèniani. 
Rapita dal rapimento de “Il caso Malaussène“, mi ha un po’ disturbato il continuo invito a scavare nella mente per riprendere le trame e le pagine dei tuoi precedenti libri. Che, per grazia, mi sono piaciuti, molto davvero, ma che preferivo lasciare sullo scaffale e semmai rileggere di mio in un altro momento dedicandomi alla tua nuova storia.
 I nomi, i richiami, alcuni flashback, li ho percepiti come interferenze fastidiose in una trama nuova che invece avevo voglia di divorare indisturbata, godendomi appieno ciò che la tua meravigliosa fantasia aveva creato apposta per me. 
Una nuova storia in cui ritrovare la bellezza della tua scrittura e la tua abilità nel parlare di cronaca e realtà attraverso “storielle” apparentemente assurde, invece attuali e originali . 
A 30 pagine dalla fine della lettura de “Il caso Malaussène” a Radio24 è andata in onda in replica la tua intervista al Cacciatore di libri di Alessandra Tedesco. Si, si, ho capito cosa è accaduto e come è andata e non ti accuso di furberie di marketing o di sottomissione all’editore. Comprendo che non è mica facile trattenersi di fronte alla simpatia della saga di cui sei il creatore. Comprendo, continuerò a leggere “il caso”, ma penso che non penserò al passato e vivrò, sorriderò e immaginerò ciò che scriverai come una serie di nuove storie a sé stanti, per dare loro attenzione, dignità e vitalità.  
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RICCARDIN DAL CIUFFO, vola 

Capacitá di stupirsi, contemplazione, osservazione, silenzio e, in fondo, coraggio, molto, di essere, di amare, di farsi amare. Ma non è una fiaba, “Riccardin dal ciuffo“, o se lo é, lo è alla maniera di Amélie Nothomb quindi estranea ogni statuto interno a questo genere letterario. 

Altea e Deodato – nomi sempre che contengono universi da esplorare, i suoi (e vi prego fatelo!) – tracciano due esistenze totalmente fuori contesto, chi in un modo e chi nell’altro, e si ritrovano nella perseveranza dell’aver proseguito nel loro essere sé stessi nonostante l’esclusione e le prese in giro di coetanei e conoscenti. Ed ex partner. Non una perseveranza “contro” altri ma “per” sé stessi: forse non potrebbero entrambi essere diversi da cosí. 

Lei bella e silenziosa, presa per stupida fa tutti tranne che dalla nonna. Lui brutto da spavento, intelligente perché sa ascoltare e percepire il battito di ali, anche quello delle persone.

In aria, ove non c’è la pesantezza del giudizio, ove gli uccelli sono più a proprio agio delle persone e tutti noi abbiamo tanto da imparare, Altea e Deodato si ritrovano. “Riccardin dal ciuffo” non è una storia d’amore, racconta due percorsi di crescita che hanno uno sfociare comune. 

Non ha nulla di romantico e ben poco di magico: é un libro sulla solitudine e sull’incomprensione ma soprattutto sulla determinazione. Quella che i due protagonisti hanno nell’atto di essere autentici

“La libertá degli uccelli non riposa in alcuna spensieratezza. Ciò che l’uccello ci insegna é che possiamo davvero essere liberi, ma é difficile e ansiogeno. Non a caso questa specie sta sempre sul chi va là: la libertá è angosciante. Ma al contrario di noi, l’uccello accetta l’angoscia”.

Pubblicato da Voland Editore il libro è tradotto da Isabella Mattazzi.


ELOGIO ALL’ARIA, decollando 

img_8312Sei obbligato a credere che le nuvole abbiamo una personalità, che gli agenti atmosferici siano agenti veri, in “carne ed ossa”, che… sei obbligato a tornare ad un linguaggio semplice e allo stesso tempo denso di immagini. L’opposto di quello a cui si finisce per essere assuefatti crescendo, l’opposto di quei mucchi di parole che soffocano la fantasia.

“Elogio all’aria” è libertá, libertá di vagare nell’aria, appunto, assieme ad erasmo e lara, i due protagonisti del libro di Daniela Maddalena pubblicato da Marcos y Marcos e illustrato da Laura Fanelli.

Dopo poche pagine, seguendo le loro avventure, le strutture mentali che si sono con gli anni incrostate nella mente anche dei lettori piú ribelli, si sgretolano senza fare rumore e ci si trova sospesi in un mondo alieno, molto piú vicino alla nostra natura che quello in cui abitiamo.

 

Erasmo è un 13enne strambo, dal naso storto e dalle orecchie supersensibili, adora le patatine fritte e certa musica. E’ quasi fidanzato con Lara, gli rapiscono la zia che si esprime in versi, corteggiata da un ingegnere cattivo, ma poi non per sempre. Per salvarla i due ragazzini salgono su una mongolfiera ed esplorano il cielo, armati di binocolo. 

Leggere questo romanzo, leggerlo e sfogliarlo lasciandosi il tempo di accarezzarne le illustrazioni, con le mani e con lo sguardo, é una sfida alla propria rigidità mentale. Chi piú, chi meno, tutti ne abbiamo un po’, rispetto al nostro io bambino, ciascuno di noi ne ha accumulata un po’, anno dopo anno, nel susseguirsi di letture dovute, parole ascoltate, frasi non dette.

Liberi tutti!  Elogio all’aria! Ed elogiamola davvero, prendendoci una boccata di fantasiosa libertà. Crediamoci, alle vicende della zia rapita e degli stantuffi odiosi, seguiamo i due amici forse anche fidanzati, prendiamo il volo. Sarà a volte difficile, proseguire, se guardandoci da fuori ci verrà da giudicarci, sentendoci dei bambinoni piegati a leggere un libro cosí assurdo e con disegni infantili.

Sarà difficile, ma sarà ripagato da un senso di potere. Il potere di spaziare ed immaginare, senza badare all’età, senza farsi incatenare da sguardi esterni ma salendo a bordo di un libro, di questo libro. Che elogia l’aria, ed esorta chi la respira, a sentirne appieno il profumo effimero delle mille potenzialità che essa racchiude. 

DARE COLORE NERO SU BIANCO

FullSizeRender.jpgPrestare, anzi, regalare parole a pensieri altrui, senza scomparire, perché ci si chiede di esserci nel nostro saper dare voce, senza interferire con il messaggio che abbiamo promesso di custodire e rendere più chiaro e manifesto.

Chi fa davvero tutto ciò e cerca di farlo al meglio, con onestà e passione, si trova a lavorare su sé stesso in modo profondo al di là di quanto sia effettivamente profondo il messaggio che ha tra le mani.

Chi fa tutto ciò si trova a tracciare a mano libera un proprio confine di competenza: oltre invade, se si ferma prima non fa ciò di cui è stato incaricato.

Chi fa tutto ciò si trova a ballare con l’altro, a sua insaputa, in una danza di pensieri, parole e intenzioni con un ritmo alquanto sincopato e irregolare, come il respiro di chi sta avanzando da solo a piedi lungo percorsi inesplorati.

Chi fa tutto ciò si mette in discussione, facendo spazio al pensiero altrui per dargli forma letteraria accetta tacitamente che esso possa influire sulla sua vita reale e quotidiana. Deve concedergli la possibilità di farlo se vuole realmente fare un buon lavoro, ma allo stesso tempo non deve mostrarsi arrendevole.

Chi fa tutto ciò deve saper ascoltare, restando sé stesso, accogliere, decidere di essere mutevole ma a propria discrezione, sempre rispettando i pensieri affidatigli da altri con la fiducia preziosa di chi consegna il proprio tesoro, timoroso ma anche coraggioso

CONFESSIONI AUDACI DI UN BALLERINO DI LISCIO

Ha la capacitá di farti entrare subito in confidenza con i suoi protagonisti, togliendosi di mezzo -anche se poi dal vivo è cosí luminosa che è impossibile non notarla – e lasciandoti vivere in prima persona la storia che si é inventata. Inventata? Forse, ma non è detto. É talmente palpitante e reale, la sua, a portata di un viaggio in auto, che risulta più che altro un mix di storie vere rielaborato con l’intelligenza del cuore. Me la immagino con un sorriso “birichino” sul volto, girata a tre quarti, che cucina le vicende altrui con una ricetta tutta sua, per poi servirtela avvolta in una bella copertina di Baldini & Castoldi.

Lei è Paola Cereda. Non riesco a chiamarla scrittrice perché parrebbe di rinchiuderla in una gabbia dalle stanghe sottili ma fitte, privando chi ancora non la conosce della possibilità di farsi venir voglia di incontrarla di persona.

Il suo nuovo libro, che ho letto con ritardo voluto, rispetto alla sua uscita, si intitola “confessioni audaci di un ballerino di liscio“. Frank Saponara.

Per metà libro nella mia testa ho sempre storpiato il titolo, in “confessioni di un ballerino audace” per poi accorgermi che avevo ragione, in fondo, a definire cosí il protagonista, un 50enne che gestisce un locale di liscio, una balera, per intenderci, in un paesino che si affaccia sul Po, nel Polesine.

Conoscendo Paola e i suoi precedenti libri, tutti con al centro delle donne di carattere, tranne il primo “dell’Alfredo”, mi sono chiesta come si sarebbe rapportata con un uomo messo al centro del suo volume, da far agire, da far reagire, da fare in fondo anche un po’ amare dai suoi lettori, al di là delle antipatie personali. Lei lo ha inserito in una costellazione di donne, di “sue” donne, ex amanti o fidanzate. “Sue” per modo di dire perché approfondendo la storia e l’animo di Frank, é più che altro lui ad essere loro che loro ad essere sue.

“Confessioni audaci di un ballerino di liscio” non è un libro ad una sola voce: pur non lasciando mai Frank agire fuori campo, riesce a tenere una dimensione corale della narrazione e, a colpi di dialoghi e brevi digressioni, dipinge un paese e un Paese. Il paese di Bottecchio, con i suoi abitanti e le loro abitudini, l’inerzia rispetto al cambiamento, anche solo nelle piste da ballo, e le mentalità che poco intendono aprirsi al mondo lontano dal Po. Stando a Bottecchio, con rari e solo accennati azzardi fuori confine comunale, il romanzo racconta tutta l’Italia, che è paese, Paese di paesi e di persone, abitanti di un piccolo borgo o che, se abitano in una metropoli, il piccolo borgo se lo ricreano nel quartiere, on line, in ufficio o al bar. Il piacere di stare in comunità, di essere parte, di individuare figure chiave con un chiaro profilo, a cui rivolgersi, su cui poter contare, per un consiglio, per un bacio, per una notte d’amore da scordare al mattino, per sentirsi dire che abbiamo fatto un errore e non possiamo tornare indietro. Ma scegliere di cambiare camera e mettere tende nuove, dipingere la vecchia e iniziare a ballare il liscio in due davvero, quello sì. Come Frank, Frank Saponara, quello che “ha avuto tante donne quante sono le mazurche che ha ballato”.

FUOCHI FUORI

Fuochi fuori, e dentro, dentro di me e dentro casa, immaginarli.

Inizialmente è tristezza, poi è gioia nell’immaginarli colorati e vivi

dalle forme desiderate, con ritmo imprevedibile

Ogni diverso suono, evoca una luce che procede verso l’alto

o lateralmente.

Impotenza nel non poterli vedere, poi, felicità nel poterli creare nella mia mente

senza dover rendere conto a nessuno.

Spiegare, giustificare, difendere quanto creato per gusto e puro mio diletto.

Oggi sono una Donna al balcone.

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Donna al balcone è un quadro di Carlo Carrà, lo ha dipinto nel 1912, nel suo periodo futurista.

THE “CATS” ARE IN MONZA 

Sfondo stazione, primo piano azione, pubblico ammirazione per “Cats” messo in scena da OperàPopulaire, una compagnia composta da una trentina di performers tra cantanti e ballerini, 21 musicisti e quasi altrettante persone che organizzano. E stavolta al teatro Manzoni di Monza sabato e domenica scorsa, 6 e 7 maggio 2017, hanno organizzato due serate magiche. 

Aggettivo gettonato, inflazionato, “magiche”, ma non si può che definire magia ciò che accompagnava i performers in queste due sere sul palco raggiungendo gli spettatori. Spettatori di ogni età e gusti, dai bambini, ai canuti, donne e uomini e, a parte qualcuno “sgamato” a controllare i risultati delle partite sul cellulare, non trascinati dalle compagne, della serie “stasera mi porti a teatro che c’è Cats”.

Diviso in due atti, terminato poco prima di mezzanotte, Cats ha richiamato chi “non me lo voglio perdere”, chi “stavolta vado, dai, che sembra carino”, chi “ne parlano tanto, vediamo come è davvero”, e anche chi “Cats? Me lo rivedo volentieri, è anche comodo-comodo a Monza”.

Personalmente ad attirarmi, amore per i gatti e conoscenza dello spettacolo a parte, è stata la compagnia. Operà Populaire: composta di giovani, numerosa, con una presentazione frizzante e una organizzazione che si percepiva al volo friendly e moderna. 

“Andiamo a vedere cosa portano in città” mi sono detta e così è stato. Dalla platea del teatro Manzoni che quest’anno mi ha già regalato delle bellissime sorprese, mi sono goduta uno spettacolo di alta qualità, appassionante e messo in scena con passione. Ballerini e cantanti bravi, che hanno voluto dare priorità alla qualità. Nessuno ha scimmiottato, nessuno ha mostrato timore reverenziale nei confronti del titolo “importante”. Dritti alle meta, dritti alla scena, concentrati e uniti, e attenti ad offrire al pubblico, nel qui e ora, il miglior “Cats” possibile della Operà Populaire. 

Per me lo spettacolo è iniziato prima delle 21, quando, passando davanti alla porta di servizio del teatro per raggiungere una amica all’entrata, ho incrociato due “cats”, nel buio, viso dipinto, passo felpato. In perfetta sintonia con la notte, con l’atmosfera del vicolo, con lo spettacolo che ne è seguito. Questo imprevedibile ma gradito incontro ha certamente influenzato la mia partecipazione allo spettacolo sporcando la linea a volte limitante tra realtà e finzione, e avvicinandomi a quella vecchia stazione polverosa che ospitava le battaglie e le discussioni feline. Il cerchio si è chiuso quando ho accompagnato l’amica in stazione, ritrovando la stessa location ma senza gatti, un poco più moderna, con la musica dell’Operà Populaire ancora nelle orecchie tanto da lasciare spenta la radio. E la speranza bambinesca di incontrare, fermandomi qualche minuto in più, nella notte umida e piena di “steam”, Jennyanydots o Skimbleshanks. 


IL NOME, UN LAVORO. DIGNITÀ

“Grazie a lei, buona giornata!”

“Eh no cara”

Avrò sbagliato a pagare, ho pensato. Mi giro, pronta ad un mea culpa, “sono sbadata, mi scusi”

“Io sono Donatella. E dimmi ciao!” ed è così che “la cassiera del Super che becco spesso” si è trasformata in Donatella. Occhi vispi, solo rimmel e un filo di eyeliner percepibile solo da chi lo mette di suo. Voce vispa, anche alla domenica mattina, quando guarda storto chi alle 9.10 le fa passare in cassa una dozzina di birre divise in due cartoni e un tavernello, per poi bersele tutte girato l’angolo.

Donatella anima la cassa senza obbligarti ad intrattenere conversazioni inutili. Parla di appretto con chi acquista cose per fare i mestieri, consiglia biscotti “secchi ma buoni” alle anziane che comprano il latte, alle badanti mostra gli sconti convenienti e … con me discute di fatti di cronaca nera. Non che io compri armi, ma sa che ne scrivo, e allora commentiamo assieme gli ultimi morti, “e lo so che non sei cinica ma che per mestiere non puoi mica stare male per tutti” mi rassicura.

Davanti a me una domenica mattina c’era l’addetto alla sicurezza del vicino negozio di vestiti. Un uomo alto alto con la pelle scusa scura, con un sorriso enorme davvero e una espressione di pazienza, determinazione e positività che poche se ne vede. Orario d’apertura, stava acquistandosi il pranzo, ma si era scordato una bibita quando già era in corso la battitura del resto. Fa cenno a Donatella – a chi se no?- per poterla andare a prendere veloce, deglutendo agitato come avrebbe dovuto deglutire se non l’avesse acquistata, quella bibita. Donatella si gira verso di me, subito dietro, e verso i due mariti mandati in missione “al super” per gli ingredienti dimenticati, essenziali per il pranzo della domenica “che vengono tutti i nipoti, dai!”. Rispettivamente mayonese, capperi e burro. E mozzarella, olive, panna montata spray.

“Deve andare a lavorare, lui, quindi può” sentenzia Donatella con un sorriso negli occhi e una smorfia di giustizia in viso.

“Certo !” Rispondiamo in coro, io e i due mariti. Arriva l’addetto, paga e va. Io e mariti della domenica, idem.

Passando davanti al negozio di abiti, vedo l’addetto alla sicurezza che fissa la clair che si alza, sistemando nello zaino il pranzo.

“Grazie, per prima! E... io mi chiamo Joseph”. 

“Io Marta. Buon lavoro, Joseph”.

Mi ha ricordato “le tribolazioni di una cassiera” di Anna Sam (Corbaccio) 

BELLA E MORTA, e pure “Fuoriposto”

Serata Fuoriposto leggendo BELLA ERA BELLA, MORTA ERA MORTA di Rosa Mogliasso (NN Editore) 

Una operazione narrativa per sensibilizzare contro l’indifferenza diffusa che al giorno d’oggi…. no, escluso. “Bella era bella, morta era morta” di Rosa Mogliasso è un romanzo NN Editore che vuole divertire e provocare. E non ha nessuna intenzione di lasciare i lettori a guardare il presunto cadavere che resta invece una scusa per ficcare il naso nella “vita dei vivi”. Vivi che sono molto cliché, forse troppo per alcuni dei #fuoriposto, ma c’è chi, abituato anche a scrivere romanzi e racconti di sua penna, prova a trovare una ragione dietro ai protagonisti così strambi e peculiari. Non tutti tipi facili da incontare per strada così per caso. Al centro di questo libro che è più un racconto lungo che un romanzo nel vero senso del termine, c’è un’idea molto forte. Quel “morta era morta” che catalizza l’attenzione del lettore, un’idea che trascina e che attorno a sé richiama le storie più incredibili ma che allo stesso tempo ricordano altre storie meno originali che ciascuno di noi può aver vissuto in prima o in terza persona. 
La donna che “bella era bella, morta era morta” con la sua sola presenza fa in modo che tutti coloro che la incrociano, abbiano una svolta nella propria vita. Fa da boa, in un certo senso! Avrebbero svoltato lo stesso? Da lettori non ci è dato saperlo ma non si ha nemmeno il tempo di chiederselo perché il libro cattura. Diverte, molto. I personaggi sono numerosi, anche rispetto al numero di pagine e se la brevità non da spazio per approfondirne storie e intimi spaccati psicologici, allo stesso tempo permette al romanzo di restare fresco e vivace. L’autrice sa oltretutto gestire magnificamente il passaggio del testimone senza creare confusione, è agile, accompagna senza rubare la scena a nessuno. Non solo. All’interno della narrazione alterna anche i punti di vista, come molti hanno notato, raccontando molte scene sia viste da chi agisce sia da chi assiste. Un modo anche per il lettore, di confrontarsi con lo sguardo degli altri e di riflettere su come il proprio si appoggia sulle esistenze altrui. 

Bella era bella, morta era morta, non solo è un libro gradevole, divertente e interessante per ogni tipo di lettore, ma è anche perfetto per un gruppo di lettura variegato e amante del confronto acceso come il nostro che compie quasi un anno, nato attorno alla libreria Virginia e Co di Monza (via Bergamo). Questo perché discutendo dei fatti narrati ci si trova in un batter d’occhio a parlare anche del “cosa avrei fatto io” davanti ad un cadavere “bello e morto” scoprendo che “forse non avrei chiamato la Polizia. Lo so, andrebbe fatto, ma non sono sicura che mi sarebbe venuto spontaneo perché una volta….”. E poi è pressoché impossibile non schierarsi con i personaggi e discuterne le scelte: “ma tu avresi fatto così?” “Ma dai, no, scherzi, io un tipo del genere lo avrei cacciato”, “guarda che le figlie ogni tanto”, “certo, che se uno mi dicesse una roba con quel tono io non tentennerei a rispondergli per le rime”. 

Bella era bella morta era morta è un libro vivo s che vive in ogni lettore e in ogni gruppo, sarebbe perfetto messo in scena in un teatro, di quelli sperimentali e coinvolgenti visto che giá cosí lo si immagina solo avendolo tra le mani.

Il libro scelto per la prossima serata Fuoriposto é un “classicone”:

TENERA È LA NOTTE di Scott Fitzgerald

Altre proposte in “gara” 

  • “Ritorno a tregole” di Gualtiero Fergnani 
  • “Tutto in ordine e al suo posto” di Brian Friel (Marcos y Marcos)