FUOCHI FUORI

Fuochi fuori, e dentro, dentro di me e dentro casa, immaginarli.

Inizialmente è tristezza, poi è gioia nell’immaginarli colorati e vivi

dalle forme desiderate, con ritmo imprevedibile

Ogni diverso suono, evoca una luce che procede verso l’alto

o lateralmente.

Impotenza nel non poterli vedere, poi, felicità nel poterli creare nella mia mente

senza dover rendere conto a nessuno.

Spiegare, giustificare, difendere quanto creato per gusto e puro mio diletto.

Oggi sono una Donna al balcone.

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Donna al balcone è un quadro di Carlo Carrà, lo ha dipinto nel 1912, nel suo periodo futurista.

THE “CATS” ARE IN MONZA 

Sfondo stazione, primo piano azione, pubblico ammirazione per “Cats” messo in scena da OperàPopulaire, una compagnia composta da una trentina di performers tra cantanti e ballerini, 21 musicisti e quasi altrettante persone che organizzano. E stavolta al teatro Manzoni di Monza sabato e domenica scorsa, 6 e 7 maggio 2017, hanno organizzato due serate magiche. 

Aggettivo gettonato, inflazionato, “magiche”, ma non si può che definire magia ciò che accompagnava i performers in queste due sere sul palco raggiungendo gli spettatori. Spettatori di ogni età e gusti, dai bambini, ai canuti, donne e uomini e, a parte qualcuno “sgamato” a controllare i risultati delle partite sul cellulare, non trascinati dalle compagne, della serie “stasera mi porti a teatro che c’è Cats”.

Diviso in due atti, terminato poco prima di mezzanotte, Cats ha richiamato chi “non me lo voglio perdere”, chi “stavolta vado, dai, che sembra carino”, chi “ne parlano tanto, vediamo come è davvero”, e anche chi “Cats? Me lo rivedo volentieri, è anche comodo-comodo a Monza”.

Personalmente ad attirarmi, amore per i gatti e conoscenza dello spettacolo a parte, è stata la compagnia. Operà Populaire: composta di giovani, numerosa, con una presentazione frizzante e una organizzazione che si percepiva al volo friendly e moderna. 

“Andiamo a vedere cosa portano in città” mi sono detta e così è stato. Dalla platea del teatro Manzoni che quest’anno mi ha già regalato delle bellissime sorprese, mi sono goduta uno spettacolo di alta qualità, appassionante e messo in scena con passione. Ballerini e cantanti bravi, che hanno voluto dare priorità alla qualità. Nessuno ha scimmiottato, nessuno ha mostrato timore reverenziale nei confronti del titolo “importante”. Dritti alle meta, dritti alla scena, concentrati e uniti, e attenti ad offrire al pubblico, nel qui e ora, il miglior “Cats” possibile della Operà Populaire. 

Per me lo spettacolo è iniziato prima delle 21, quando, passando davanti alla porta di servizio del teatro per raggiungere una amica all’entrata, ho incrociato due “cats”, nel buio, viso dipinto, passo felpato. In perfetta sintonia con la notte, con l’atmosfera del vicolo, con lo spettacolo che ne è seguito. Questo imprevedibile ma gradito incontro ha certamente influenzato la mia partecipazione allo spettacolo sporcando la linea a volte limitante tra realtà e finzione, e avvicinandomi a quella vecchia stazione polverosa che ospitava le battaglie e le discussioni feline. Il cerchio si è chiuso quando ho accompagnato l’amica in stazione, ritrovando la stessa location ma senza gatti, un poco più moderna, con la musica dell’Operà Populaire ancora nelle orecchie tanto da lasciare spenta la radio. E la speranza bambinesca di incontrare, fermandomi qualche minuto in più, nella notte umida e piena di “steam”, Jennyanydots o Skimbleshanks. 


IL NOME, UN LAVORO. DIGNITÀ

“Grazie a lei, buona giornata!”

“Eh no cara”

Avrò sbagliato a pagare, ho pensato. Mi giro, pronta ad un mea culpa, “sono sbadata, mi scusi”

“Io sono Donatella. E dimmi ciao!” ed è così che “la cassiera del Super che becco spesso” si è trasformata in Donatella. Occhi vispi, solo rimmel e un filo di eyeliner percepibile solo da chi lo mette di suo. Voce vispa, anche alla domenica mattina, quando guarda storto chi alle 9.10 le fa passare in cassa una dozzina di birre divise in due cartoni e un tavernello, per poi bersele tutte girato l’angolo.

Donatella anima la cassa senza obbligarti ad intrattenere conversazioni inutili. Parla di appretto con chi acquista cose per fare i mestieri, consiglia biscotti “secchi ma buoni” alle anziane che comprano il latte, alle badanti mostra gli sconti convenienti e … con me discute di fatti di cronaca nera. Non che io compri armi, ma sa che ne scrivo, e allora commentiamo assieme gli ultimi morti, “e lo so che non sei cinica ma che per mestiere non puoi mica stare male per tutti” mi rassicura.

Davanti a me una domenica mattina c’era l’addetto alla sicurezza del vicino negozio di vestiti. Un uomo alto alto con la pelle scusa scura, con un sorriso enorme davvero e una espressione di pazienza, determinazione e positività che poche se ne vede. Orario d’apertura, stava acquistandosi il pranzo, ma si era scordato una bibita quando già era in corso la battitura del resto. Fa cenno a Donatella – a chi se no?- per poterla andare a prendere veloce, deglutendo agitato come avrebbe dovuto deglutire se non l’avesse acquistata, quella bibita. Donatella si gira verso di me, subito dietro, e verso i due mariti mandati in missione “al super” per gli ingredienti dimenticati, essenziali per il pranzo della domenica “che vengono tutti i nipoti, dai!”. Rispettivamente mayonese, capperi e burro. E mozzarella, olive, panna montata spray.

“Deve andare a lavorare, lui, quindi può” sentenzia Donatella con un sorriso negli occhi e una smorfia di giustizia in viso.

“Certo !” Rispondiamo in coro, io e i due mariti. Arriva l’addetto, paga e va. Io e mariti della domenica, idem.

Passando davanti al negozio di abiti, vedo l’addetto alla sicurezza che fissa la clair che si alza, sistemando nello zaino il pranzo.

“Grazie, per prima! E... io mi chiamo Joseph”. 

“Io Marta. Buon lavoro, Joseph”.

Mi ha ricordato “le tribolazioni di una cassiera” di Anna Sam (Corbaccio) 

BELLA E MORTA, e pure “Fuoriposto”

Serata Fuoriposto leggendo BELLA ERA BELLA, MORTA ERA MORTA di Rosa Mogliasso (NN Editore) 

Una operazione narrativa per sensibilizzare contro l’indifferenza diffusa che al giorno d’oggi…. no, escluso. “Bella era bella, morta era morta” di Rosa Mogliasso è un romanzo NN Editore che vuole divertire e provocare. E non ha nessuna intenzione di lasciare i lettori a guardare il presunto cadavere che resta invece una scusa per ficcare il naso nella “vita dei vivi”. Vivi che sono molto cliché, forse troppo per alcuni dei #fuoriposto, ma c’è chi, abituato anche a scrivere romanzi e racconti di sua penna, prova a trovare una ragione dietro ai protagonisti così strambi e peculiari. Non tutti tipi facili da incontare per strada così per caso. Al centro di questo libro che è più un racconto lungo che un romanzo nel vero senso del termine, c’è un’idea molto forte. Quel “morta era morta” che catalizza l’attenzione del lettore, un’idea che trascina e che attorno a sé richiama le storie più incredibili ma che allo stesso tempo ricordano altre storie meno originali che ciascuno di noi può aver vissuto in prima o in terza persona. 
La donna che “bella era bella, morta era morta” con la sua sola presenza fa in modo che tutti coloro che la incrociano, abbiano una svolta nella propria vita. Fa da boa, in un certo senso! Avrebbero svoltato lo stesso? Da lettori non ci è dato saperlo ma non si ha nemmeno il tempo di chiederselo perché il libro cattura. Diverte, molto. I personaggi sono numerosi, anche rispetto al numero di pagine e se la brevità non da spazio per approfondirne storie e intimi spaccati psicologici, allo stesso tempo permette al romanzo di restare fresco e vivace. L’autrice sa oltretutto gestire magnificamente il passaggio del testimone senza creare confusione, è agile, accompagna senza rubare la scena a nessuno. Non solo. All’interno della narrazione alterna anche i punti di vista, come molti hanno notato, raccontando molte scene sia viste da chi agisce sia da chi assiste. Un modo anche per il lettore, di confrontarsi con lo sguardo degli altri e di riflettere su come il proprio si appoggia sulle esistenze altrui. 

Bella era bella, morta era morta, non solo è un libro gradevole, divertente e interessante per ogni tipo di lettore, ma è anche perfetto per un gruppo di lettura variegato e amante del confronto acceso come il nostro che compie quasi un anno, nato attorno alla libreria Virginia e Co di Monza (via Bergamo). Questo perché discutendo dei fatti narrati ci si trova in un batter d’occhio a parlare anche del “cosa avrei fatto io” davanti ad un cadavere “bello e morto” scoprendo che “forse non avrei chiamato la Polizia. Lo so, andrebbe fatto, ma non sono sicura che mi sarebbe venuto spontaneo perché una volta….”. E poi è pressoché impossibile non schierarsi con i personaggi e discuterne le scelte: “ma tu avresi fatto così?” “Ma dai, no, scherzi, io un tipo del genere lo avrei cacciato”, “guarda che le figlie ogni tanto”, “certo, che se uno mi dicesse una roba con quel tono io non tentennerei a rispondergli per le rime”. 

Bella era bella morta era morta è un libro vivo s che vive in ogni lettore e in ogni gruppo, sarebbe perfetto messo in scena in un teatro, di quelli sperimentali e coinvolgenti visto che giá cosí lo si immagina solo avendolo tra le mani.

Il libro scelto per la prossima serata Fuoriposto é un “classicone”:

TENERA È LA NOTTE di Scott Fitzgerald

Altre proposte in “gara” 

  • “Ritorno a tregole” di Gualtiero Fergnani 
  • “Tutto in ordine e al suo posto” di Brian Friel (Marcos y Marcos) 

Constancy and Change

Constancy and Change in Korean – fuoriprogramma al FuoriSalone2017 Milano (Palazzo della Triennale, 4-9 aprile) 
Entro per il titolo e mi trovo accolta da un’atmosfera così linda e allo stesso tempo invitante, che non teme di essere sporcata o messa in disordine, da non resistere alla tentazione di proseguire. 


Il bello di queste ceramiche sospese nel tempo e armoniosamente distribuite nello spazio non teme il mio caos e scardina la mia convinzione che il “change” debba per forza crearne ulteriormente. 

Vasi semplici e candidi, pezzi unici che mi raccontano come è possibile cancellare ogni indizio di fusione se tale processo è fatto con abilità. 


Vasi con decorazioni create con mani e unghie, alcune paiono spighe dolcemente abbandonate al vento, altre graffi di rabbia lasciati da un morente, altre ancora anatre disorientate in uno stagno bianco latte. 


Alcuni vasi riportano motivi ossessivi da intuire giocando con la luce che li colpisce a tratti smascherandoli, altri nascondendoli. Nella ripetizione di un unico oggetto-foglia spunta un esserino appeso ad un ramo con aria divertita.


I colori sono tenui, suonano una musica silenziosamente soffice che solo gli occhi possono percepire. Tonalità azzurre o crema, marroni, bianche ma mai fredde. Avvolgono come é giusto che faccia un vaso, con il proprio contenuto, nella mostra l’avvolto è il visitatore. 


Sulla superficie di un pezzo sono incise cifre in sequenza progressiva: Constancy! Senza cercare troppa visibilitá, grigio su bianco, accompagna il change fino agli ultimi pezzi dell’esibizione. Uniscono materiali diversi, il più quotato ha un colibrì di madreperla minuscolo su fondo nero che sembra voler lasciare le sue 2D per infilarsi nelle tasche di chi lascia il palazzo della Triennale, diverso, come me, da come é entrato, e in costante cambiamento. Constancy and Change. In Korean, in Milan. FuoriSalone 2017.


E il catalogo? Lo sfoglio (già il Change si vede, non lo faccio mai) e scopro che al posto delle fototessere da segnalazione in Questura, gli artisti compaiono con l’immagine delle loro mani. Sono ciò con cui creo? 



Per informazioni ufficiali e ordinarie vi rimando a questo articolo

FUORIPOSTO IN PRIMAVERA 

Aliide egoista, gelosa, chi la vorrebbe come amica? Pochi, forse nessuno, ma come protagonista del romanzo “La Purga” di Sofi Oksnen, ha riscosso un grande successo nel gruppo di lettura fuoriposto organizzato dalla libreria Virginia e Co (via Bergamo,8-Monza). Pubblicato in Italia da Guanda, questo libro finora è passato in sordina nel Belpaese mentre all’estero si è trasformato in “caso letterario” diventando spunto anche per spettacoli teatrali. 

Siamo in Estonia, siamo nel 1992, e l’autrice abilmente ci introduce nella storia di una famiglia e nella Storia di Paese raccontando il quotidiano. Un quotidiano femminile in cui le donne si passano la parola di generazione in generazione, di scelta in scelta, proponendo una varietà di punti di vista, a chi legge, che non annoia mai. 

A catalizzare l’attenzione c’è Aliide, non certo per il fascino e l’ammirazione che suscita, anzi. Nel gruppo di lettura i sentimenti emersi nei suoi confronti sono tutti piuttosto negativi ma con sfumature diverse. Questa figura pone a chi legge molte domande e permette di scoprire le proprie reazioni di fronte ad un comportamento geloso, invidioso, sofferente, testardo, egoista. La si condanna, la si compatisce, la si odia, la si mette comunque in discussione prendendo coscienza di ciò che una persona del genere può suscitare anche nel proprio quotidiano. 

Con un susseguirsi di storie di famiglia e di piccolo paese, l’autrice ha anche la grande abilitá di riuscire a parlare della storia di un paese che non è certo una delle più note per chi ha studiato la storia seguendo il programma scolastico ministeriale. 

E poi ci sono le mosche, onnipresenti, fastidiose. Ronzano, danno una sensazione ossessiva di sporco dentro e fuori, in casa e nell’animo di Aliide, che fa spesso rabbia per le scelte e l’atteggiamento che mostra. Ogni fuoriposto legge a modo proprio i suoi modi di fare e il confronto della serata fa emergere come ciascuno ha interpretato le decisioni della donna immaginandone pensieri e sensazioni. A pochi non piace lo stile – fastidiosio – per la maggior parte invece capace di descrivere con minuziosa delicatezza ambienti e gesti che appartengono a tradizioni poco note. Sapori, attrezzi da cucina, ortaggi e orpelli.

Non azzeccata la copertina, fuorviante il titolo, ma “La purga” resta un romanzo da leggere.

Con tanto di ballottaggio é stato scelto “Bella era bella, morta era morta” di Rosa Mogliasso (NN Editore) . Ne parliamo il 18 aprile alle 21.

Gli altri titoli proposti in serata sono stati:

  • Fantasma di Davide Peace (Il Saggiatore)
  • Erranti senza ali di Philip Shultz (Donzelli Editore)
  • Un’accusa imbarazzante di Josephine Tey (Nottetempo Edizioni) 

“HER”, lei di lui, lui di lei

Lui resta senza di lei, her: non è il suo unico lui, lei è virtuale e replica un modello di relazione con altri suoi utenti. Lui era l’unico lui di lei ma di un’altra lei, una lei che gli rimprovera come lui si rifiutasse di vivere e affrontare le imperfette contingenze di una relazione reale. Le occhiaie gli scazzi le cene rimandate le tensioni le macchie di dentifricio sul viso le posate posate storte sulla tavola preparata mentre si termina una telefonata. Lo zerbino storto, lo strofinaccio appeso al gancetto al centro quando si è detto che doveva stare a sinistra.Lui è stato lasciato dalla lei reale, la rivuole ma ne ricorda solo i momenti di estasi romantica, sospesi, privi di fondamenta se lasciati senza quei basilari elementi concreti e quotidiani ben meno poetici. Lui é stato lasciato anche dalla lei virtuale: si trovava bene, inizialmente, quando lei – tabula rasa – si sviluppava in automatico nutrendosi solo degli input di lui. Quando ha iniziato a interagire con altri lui reali, si é discostata dalla lei ideale di lui e lo ha lasciato. 

Virtuale e reale. Senza essere un sistema operativo on line capita di essere intesa e desiderata come una lei che risponde agli ideali di un lui, un lui che si è fatto una idea di una lei, la associa al tuo profilo e alla tua immagine di copertina e ci ricama sopra, sordo a ciò che é, pensa e vive chi a quel profilo corrisponde. Capita che si creino rapporti che pretendono di continuare a immaginarti come lui desidera e ha bisogno che tu sia, di ricevere risposte coerenti alle aspettative di lui. Sono rapporti che allontanano dalla vita reale ma soprattutto da chi siamo noi. “Mi dispiace ha sbagliato numero, non conosco chi sta cercando” rispondevo fermanente da piccola impugnando la cornetta tondeggiante del telefono oggi vintage, Sip, grigio, di bachelite. Così rispondo ancora, su touch screen, con uguale pugno. 

L’amica di lui, lei, un’altra lei ancora, scrive una storia secondaria ma che da la chiave del film, pur restando in sordina fino all’ultimo quarto di pellicola. Questa lei lascia il marito che la vuole perfetta, perfetta secondo lui che a priori me sa più di lei. La lei perfetta di questo marito é una utopia, é irraggiungibile, mantiene una distanza costante dalla lei ideale che lui ha affianco, al di lá di chi lei sia e diventi. Lui ne sa più di lei per principio, vive per correggerla, la ama finché e solo se può farlo. Lei lo molla per essere. E spiega, alla mia circa età, adesso mi sono rotta, non so quanti altri momenti ho davanti, voglio vivere quelli presenti con gioia. E non con lui. 

Soli, il lui lasciato dalla sua lei reale e poi dalla lei virtuale non più sua, e la lei che ha lasciato il suo lui per essere reale lei, si ritrovano amici su un tetto di Los Angeles. Al crepuscolo. 

Questo è HER. Un film di Spike Jonze. 

OH CIELO, HO UNA PANCIA

Di pancia perché di pancia va scritto ciò che la pancia ha pensato. Pensato, sì, perché dal palco del teatro che stasera ha ospitato Alessandra Faiella con il suo “Il cielo in una pancia”, ho avuto l’ufficiale e definitiva conferma che la pancia pensa. E menomale!
Ci ritroveremmo, altrimenti, ad attraversare la vita anaffettivi e scettici, perennemente con in testa ciò che pensa la testa. Come i due neuroni che durante un funerale pensano al Suv da parcheggiare per andare a fare la spesa, finita la cerimonia, i due neuroni dello spettacolo, gli stessi che cercano inutilmente di irrobustirsi per prendere il sopravvento sulla pancia. Ma vince lei, vince lei e la sua proprietaria, l’attrice, vince sul palco proponendo un tema gettonato sui blog di salute, nelle ricerche di Google, e nei manuali di cure omeopatiche e non.
Ma a teatro?IMG_5396.JPG
Ma sì, dai che si ride, avrà pensato qualcuno, immaginando un turbine di battute intestinali, con l’irriverenza che Faiella sa usare su altri temi scomodi o sporchi, stavolta applicata a quella parte di anatomia che ha a che fare con feci e cagotto. E invece il cagotto, pronunciato più e più volta, ma forse non quanto pisello”, muovono la pancia non dalle risate e nemmeno dalle coliche. Dalla vita. 
Ci sono le battute, i suoi gesti, c’è il palloncino bianco “a spermatozoo” e le descrizioni trash di una Principessa IO che principessa non è nata mai, ma la pancia impera. E decide che dello spettacolo visto questa sera, io mi ricorderò gli armadietti dell’asilo e la focaccia unta da mangiare in spiaggia ma solo se il costume è sporco di sabbia. Mi ricorderò dell’adolescenza, con la A, che “dole”, ed è scienza senza “i”, perché da errore. Da Faiella bambina a Faiella madre, passando per gli 883 e la suocera stronza, si ascolta e si ride della vita e della pancia sua, si applaude, si esce.
E poi mi accorgo che è rimasto tutto nella mia, di pancia. E se erano ratti o erano gnomi, lo decide la pancia. Quella che, mi ha salvato quando l’ho ascoltata, quella che in alcuni tace, quella che è l’ultima cosa da poter toccare, quella che sa cosa fa per me, quella che mi ha permesso di non tradirmi mai. Quella che, mentre i due neuroni milanesi cerebrali se la raccontavano, mi ha salvato la pelle. 
Lo spettacolo è stato scritto da Francesca Sangalli. Ne ho sentito parlare per la prima volta a Cuore e Denari da Alessandra Faiella ospite di Nicoletta Carbone e Debora Rosciani.Qui l’audio di Radio24

CON-NESSI È MEGLIO 

 Ti lascia senza parole, perché non se ne riescono a pronunciare più, senza mettersi a pensare a quali nessi esse nascondano se pronunciate in fila, o spezzate, o sillabate, o se affiancate in fortunate e studiate combinazioni. Le parole, adorate, sono plastiche e irriverenti, a volte ribaltano la realtà prima ancora che esca dalla bocca, altre invece la amplificano mettendoci una pulce nell’orecchio su ciò che è sempre stato sotto ai nostri occhi ma che non ci ha mai fatto storcere il naso. Alessandro Bergonzoni è un Re Mida del verbo, e anche del nome, del pronome, dell’avverbio e della preposizione. Sul palco di un teatro, dategli una luce e una scenografia di incubatrici con all’interno un copione e lui lo nutrirá con il suo genio fino a svezzare i concetti racchiusi in esso, compressi in singole frasi, spargendo parole che in un pubblico attento diventano mine a grappolo capaci di infrangere anche vetri doppi di indifferenze e pigrizia mentale  

Inizia immaginando “Funerali per viventi, senza ceri ma con molto ci sono” e poi Nessi fino alla fine, alla fine che non è fine ma è il fine, quello di aprire le menti prima che lo spettacolo si chiuda. E mi chiedo come farò a non guarire mai più dalla patologica passione di giocare coi lemmi trovando nessi tra significati, suoni e pensieri. I migliori nessi sono quelli inaspettati che svelano chi siamo e cosa amiamo, dove la mente trova una via di fuga dalla censura interiore arrampicandosi tra lettere e fonemi come un evaso tra le righe e tra le sbarre. 

Con-Nessi è meglio 

AltriPercorsi. Teatro Manzoni di Monza. Una rassegna ispirante che prosegue con AltriPercorsi, a tappe, QUI IL PROGRAMMA.

NUMERO UNDICI #FUORIPOSTO 

Numero Undici di Jonathan Coe, tra i #fuoriposto, gruppo di lettura della libreria Virginia e Co (Monza) 

Foto di Giovanna Canzi

Perché poi quei ragni? Partendo dal finale, che non sveleremo, si è discusso di Numero Undici concordando che “è un libro che consiglierei” ma sbizzarrendoci fantasiosamente sugli “anche se” raccogliendone anche di opposti. Jonathan Coe si è dimostrato, per chi lo conosceva già, confermato, un abile tessitorie di trame. Nel suo nuovo romanzo ha toccato tutti i temi più scomodi e attuali senza tirarsi indietro. Concentrandosi sul potere, sul mondo dello spettacolo, dei media e della politica, non ha trascurato amore, omossesualità e rapporti familiari, distribuendo tra i suoi personaggi questi ingredienti in modo che nessuno rimanesse troppo vuoto o contradditoriamente “pieno”. 
Ma?  
Foto di Giovanna Canzi

Perchè questa trovata finale? Per alcuni “non sapeva come terminare il romanzo”, come se si fosse stancato e avesse voluto frettolosamente chiudere e consegnare il malloppo all’editore. Molti si sono chiesti perché, pochi, ma qualcuno c’è stato, hanno trovato una risposta. “Il declino che si è trovato a descrivere a quel punto della storia era così terribile che ha dovuto ricorrere a creature ‘fantasy-horror’, sentendo che il sarcasmo pungente di sempre non sarebbe bastato”. È una interpretazione, possibile, un alibi che vede un Coe che ha scelto e non che è scivolato, in parte anche giocando sul fatto di poter contare sull’affievolirsi dello spirito critico nei suoi confronti sia da parte dei suoi lettori sia da parte dei suoi editori. 

Anche lo stile ha deluso, con frasi a volte banali soprattutto se firmate da una penna che in altri romanzi ha fatto sognare per la sua acrobatica armonia sempre essenziale e allo stesso tempo capace di magie. Soprattutto nella parte iniziale, quando il mondo di Numero Undici è visto con gli occhi di una ragazzina, la prosa non si può dire ricercata. C’è chi ci ha fatto caso, chi ne è rimasto turbato, chi, catturato dalla storia, ha tirato dritto fino alla parte più intensa e interessante del romanzo. Ragni giganti o meno, Coe non ha mancato di coraggio nell’entrare nel merito del marcio della propria Gran Bretagna, anche firmando un finale discutibile e che ci ha fatto discutere mettendo in luce una volta di più come le stesse righe facciano vibrare corde differenti in ogni lettore. 

Il prossimo appuntamento #fuoriposto è martedì 7 marzo alle 21 alla vineria Bohème di via Bergamo. Con il libro LA PURGA di Sofi Oksanen

Il titolo pubblicato, in Italia da Guanda, ha vinto contro Cortocircuito di Yehoshua Kenaz (Nottetempo) e Questa vita tuttavia mi pesa molto di Edgardo Franzosini (Adelphi).

La precedente puntata #fuoriposto potete leggerla QUI